lunedì, maggio 08, 2006

Prince Tagoe


Il principe del gol è pronto per l'incoronazione
by FIFAworldcup.com


Il centravanti ghanese Prince Tagoe ha solo 19 anni, ma può già vantare un numero impressionante di centri e un trasferimento milionario agli arabi dell'Al Ittihad. Ora è a caccia di gloria sul palcoscenico dei Mondiali.

Il giovane attaccante si è ritagliato un posto nella lista dei convocati per Germania 2006 grazie alle quasi 70 reti segnate nelle ultime tre stagioni.

Prima del passaggio alla formazione dell'Al Ittihad, avvenuto alla fine di gennaio, Tagoe è stato il terminale offensivo del Midtjylland, squadra che milita nella seconda divisione ghanese, e dell'Hearts of Oak, uno dei club più prestigiosi del paese africano. Il trasferimento è giunto a coronamento di un avvio di stagione folgorante, che ha visto inoltre il suo esordio in nazionale (il 15 gennaio in amichevole contro la Tunisia) e successivamente due presenze in Coppa d'Africa: la prima nei minuti finali della sfida contro il Senegal, la seconda nei primi 45 minuti dell'imbarazzante sconfitta per 2-1 contro lo Zimbabwe.

Prima della fine della Coppa d'Africa Tagoe aveva già perfezionato il suo trasferimento all'Al Ittihad, dove ha raggiunto il bomber della Sierra Leone Mohamed Kallon e il camerunese Joseph-Desire Job, i due attaccanti che la scorsa stagione hanno guidato la squadra alla conquista della Champions League asiatica. "Non vedo l'ora di giocare nella formazione saudita - ha dichiarato il giovane -. Quando un grande club ti cerca, è impossibile dire di no".

Nella stagione 2005 Tagoe è stato un elemento determinante per gli Hearts e ha vinto il titolo di capocannoniere con 18 centri. La successiva convocazione in nazionale per la Coppa d'Africa è stato un momento importante, perché il capocannoniere del campionato ghanese non ha ricevuto spesso tale riconoscimento.

L'ultima occasione risale al 2002 e protagonista è stato un altro attaccante degli Hearts, Ismael Addo, convocato per la Coppa d'Africa disputata in Mali dopo aver vinto il titolo di capocannoniere per ben tre anni di fila. Il c.t. del Ghana Ratomir Dujkovic ha preferito Tagoe ai più esperti Isaac Boakye, che gioca in Germania, e Baffour Gyan, impegnato invece nel campionato russo. A differenza di Tagoe, entrambi avevano preso parte alle qualificazioni per Germania 2006.

"Promette molto bene. Presto diventerà uno dei migliori giocatori africani", ha affermato Dujkovic. Nella sua vecchia squadra tutti condividono questa previsione. La Tagoe-dipendenza era tale che durante il suo breve periodo di appannamento gli Hearts fecero registrare una striscia negativa di cinque gare senza successi.

Nonostante la scarsa esperienza in nazionale, Tagoe ha fatto grandi cose negli anni in cui ha vestito la maglia degli Hearts. Durante la sua prima stagione ai vertici del calcio africano, ha realizzato una tripletta nel 5-1 con cui la sua squadra ha travolto i camerunesi del Sable de Batie nella Confederation Cup africana del 2004. Alla fine è risultato capocannoniere a pari merito e gli Hearts hanno trionfato nella seconda più prestigiosa competizione africana per club.

Tagoe è stato anche capocannoniere del campionato 2004, vinto dalla sua squadra, ed è finito sul tabellino dei marcatori anche nella Champions League africana del 2005, segnando due reti nella gara persa contro i nigeriani del Dolphin FC. Lo scorso ottobre ha conquistato il titolo di capocannoniere e miglior giocatore del torneo Quattro Nazioni WAFU Under 20 disputato ad Accra e vinto dal Ghana.

Dauda Solomon Luttertodt, allenatore di Tagoe nel Midtjylland e successivamente aiuto allenatore degli Hearts, ha rivestito un ruolo fondamentale nella crescita calcistica del giovane fuoriclasse. Lo descrive come un giocatore intelligente, molto disciplinato e umile, e ascrive il suo successo alla volontà di ascoltare e mettere in pratica gli insegnamenti dei suoi allenatori.

Se il suo atteggiamento è un dato di fatto, lo stesso vale per le sue doti naturali. Alto, rapido e dotato di un'eccellente visione di gioco, Tagoe è un cecchino infallibile. Queste qualità gli sono valse il soprannome di "Principe del gol", l'incubo di qualunque retroguardia. Concedetegli un po' di spazio e affonderà nella difesa avversaria come una lama nel burro.

Il prossimo appuntamento per il giovane "principe" ghanese è il Mondiale, il palcoscenico ideale per la sua definitiva consacrazione.

martedì, marzo 21, 2006

Della Valle la Fiorentina la compro' cosi'...

Questa è la storia, vera e proprio per questo mai smentita, di come Diego Della Valle - l'imprenditore calzaturiero marchigiano la cui popolarità tra i suoi colleghi industriali si è potuta misurare concretamente lo scorso sabato 18 marzo nell'assise confindustriale di Vicenza - è diventato proprietario della Fiorentina, e del ruolo - come dire, non proprio secondario - svolto dal sindaco del capoluogo toscano Leonardo Domenici, diessino. Il tutto copiato e incollato da una vecchia inchiesta del sottoscritto pubblicata su Libero il 30 settembre del 2002, che mi sono guardato bene dall'aggiornare. All'epoca la Fiorentina si chiamava Florentia e militava nelle categorie inferiori.

di Fausto Carioti
Tanta è stata la fretta, tanto il pathos in cui si è consumata la vicenda della Fiorentina, culminata col fallimento della società, che sono passati inavvertiti molti aspetti della curiosa storia che ha visto intrecciarsi le mosse di Leonardo Doa Fiorentina la comprò così menici, sindaco ds di Firenze e amico di Massimo D'Alema, con quelle di Diego Della Valle, proprietario della neonata Florentia e amico di D'Alema. Già a questo punto il lettore più acuto avrà intuito che il fabbricante marchigiano di scarpe non è proprio piovuto dal cielo sulla cupola del Brunelleschi, visto che mister Tod's e il primo cittadino fiorentino hanno in comune un referente di tale spessore. Niente di male, ovviamente: se il presidente del Consiglio ha il Milan e l'Extraterrestre Rivaldo, figuriamoci se un amico di D'Alema non può avere una squadra di C2 e Soldatino Di Livio. Ciò che interessa è che il sindaco si è arrampicato sugli specchi e ha fatto il salto mortale con doppio avvitamento, senza guardare in faccia a nessuno, pur di portare sul vassoio a Della Valle un investimento tagliato su misura.
La Florentia è stata creata in fretta e furia il primo agosto da Domenici assieme al fido Eugenio Giani, esponente dello Sdi, assessore allo Sport e uomo vicino a Lamberto Dini. Domenici è il presidente della società, Giani fa il vice. I due, però, non intestano le quote della Florentia al Comune, ma a se stessi, fifty-fifty. E non agiscono come rappresentanti della città, ma come privati cittadini. Tanto che la prima sede della società è indicata nella casa del sindaco. Quattro giorni dopo Domenici, stavolta come sindaco di Firenze, emana un'ordinanza che impone di eseguire gli atti necessari per mettere a disposizione della società "Fiorentina 1926 Florentia" lo stadio denominato "Artemio Franchi", di proprietà del Comune, con effetto immediato. Solo in seguito, quando la Florentia sarà trasformata in società per azioni, le parti concorderanno le modalità per regolare il rapporto.
Ricapitolando: il sindaco intesta a una società da lui stesso posseduta a titolo privato il diritto di usare lo stadio di Firenze in cambio di un compenso da definire a babbo morto. Poi dicono il conflitto d'interessi. L'Artemio Franchi costa al Comune, solo per il mantenimento, circa tre miliardi di lire l'anno. A questo punto qualche mattacchione potrebbe ipotizzare che l'originale delibera produca un danno erariale all'amministrazione. Di norma spetta al presidente del collegio dei revisori dei conti del municipio esercitare simili pignolerie. Ma coincidenza vuole che il signore in questione, Giancarlo Viccaro, sia stato messo da Domenici sulla poltrona di presidente del collegio sindacale della Florentia. Prima ancora di avere comprato la società - il contratto sarà firmato il giorno successivo - Della Valle ha avuto così la certezza di usare il Franchi. Senza nemmeno aver dovuto presentare un'offerta al Comune.
Altro aspetto curioso è quello dell'azionariato popolare. Il 2 giugno Domenici annuncia che ai fiorentini sarà messo a disposizione il 20 per cento del capitale della nuova società. Il mattino dopo prende l'aereo privato di Della Valle che lo scodella vicino Cannes, nel cui lo porto lo attende lo yacht dell'industriale. Domenici torna a Firenze dopo aver raggiunto l'intesa, ma il 20 per cento è diventato il 19. La differenza? Il 20 per cento è la soglia minima per convocare l'assemblea degli azionisti e votare l'azione di responsabilità contro gli amministratori, insomma per contare qualcosa nella società. Così il premuroso sindaco risparmia a Della Valle pure la rottura dei focosi tifosi, pronti a trasformarsi in azionisti appena si presenterà l'occasione.
La parola d'ordine è che "non esiste continuità". L'intera operazione è stata fatta per dimostrare che da un punto di vista legale la neonata Florentia non è l'erede della Fiorentina. Nel caso contrario, Della Valle si troverebbe in conto i debiti degli ex viola (110 milioni di euro al passivo) e tutto l'affare finirebbe a ramengo. Però l'operazione ha senso, anche commerciale, solo se la Florentia appare come l'erede diretta della Fiorentina. Ne è nato un fantasioso kamasutra giuridico e societario che ha prodotto risultati spesso esilaranti. Ad esempio: il 7 agosto, con uno strappo a tutte le regole, la Florentia è stata ammessa dalla Federazione a giocare in C2, cioè tra i professionisti, a patto che si assumesse i debiti che la vecchia Fiorentina aveva verso il Fondo di garanzia calciatori e allenatori. Della Valle ha accettato. Domanda: a che titolo lo ha fatto, se la sua società rifiuta di avere qualsiasi cosa a che vedere con quella che fu di Vittorio Cecchi Gori? Nella stessa delibera si legge che la società è ammessa al campionato della C2 in quanto "espressione della città di Firenze". Ma perché una società appena nata deve essere "espressione" della città quando a Firenze ci sono gli onesti pedatori della Rondinella che da oltre mezzo secolo si dannano l'anima nei campi fangosi delle serie cadette? Perché la Rondinella (che ora sogna di aggiudicarsi all'asta il giglio della Fiorentina fallita) deve giocare nello stadiuccio "delle due strade", mentre l'ultima arrivata si sistema al Franchi? E perché alla Florentia è stato fatto "il grande regalo" di giocare tra i professionisti, come lo ha chiamato il presidente della Lega di C, Mario Macalli, mentre Brindisi, Catania, Livorno, Ravenna e Taranto, nella stessa situazione, dovettero ripartire dalle categorie dilettantistiche? La risposta è una per tutte le domande: perché la Florentia è l'erede della Fiorentina. Basta non dirlo a voce alta.
La commedia degli equivoci non risparmia il nome e la maglia della squadra. Che era nata come "Fiorentina 1926 Florentia", ma dopo poche settimane la parola "Fiorentina" è stata cancellata e il nome è cambiato in "Florentia Viola". Un blitz imposto dagli avvocati di Della Valle, preoccupati perché quella fastidiosa parolina rischiava di condurre alle porte della società i creditori della vecchia squadra. La Florentia, poi, è viola solo di nome. Scende in campo con un'imbarazzata maglia bianca, tanto è il terrore di essere scambiata dall'autorità giudiziaria per l'erede di quella di Cecchi Gori.
L'intera vicenda, ovviamente ha i suoi bei risvolti pratici. Domenici si è inventato salvatore in extremis della Florentia (o come si chiama) ed è rimasto consigliere d'amministrazione della società di Della Valle, assieme a Giani, iniziando così con largo anticipo la prossima campagna elettorale. L'imprenditore, che nel frattempo è diventato presidente onorario della Florentia e ha messo i suoi uomini alla guida della società, in cordata con Luca Cordero di Montezemolo e Alessandro Benetton sta pensando di comprarsi dallo Stato l'Ente Tabacchi. Che ha nel gigantesco complesso immobiliare (540 mila metri quadrati) della ex Manifattura Tabacchi di Firenze, realizzato da Pier Luigi Nervi, uno dei bocconi più interessanti. E ci sono pochi dubbi che Della Valle, messa la sciarpa viola al collo, abbia già in mente come usarlo.

mercoledì, marzo 15, 2006

Giacomo Ferri Cuore Granata


Si racconta qui. Clicca.

Pedro "Perucho" Petrone


La Fiorentina ha spesso goduto del contributo di grandi centravanti: uno di questi fu sicuramente Pedro "Perucho" Petrone. Era un uruguagio di Montevideo, città dove nacque l' 11 giugno 1905. La sua tecnica era invidiabile e il suo tiro di una potenza spaventosa. Il cervello di centrocampo della celeste Scarone diceva di lui: " Basta lanciare la palla al centro per Perucho. Ed è gol ". Da un punto di vista tattico fu tra i primi attaccanti ad avvalersi delle modifiche della regola del fuorigioco nel 1925, rivoluzionando l' interpretazione del ruolo di centravanti fino a quel tempo concepito. Il suo palmares in nazionale fu invidiabile: campione olimpico con l'Uruguay nel 1924 e nel 1928, campione del mondo nel 1930, competizione che peraltro non giocò da protagonista per un problema di forma fisica che gli fece giocare una bruttissima partita iniziale contro il Perù. Perciò il commissario Suppicci lo tenne fuori squadra per il resto della manifestazione. Lo squadrone celeste di quegli anni era insuperabile e Petrone rappresentò il degno terminale delle azioni dei compagni. A livello di club giocò inizialmente nel Charley per poi passare dopo le Olimpiadi del 1924 al più blasonato Nacional. Nel 1931-32 il nobile presidente viola Ridolfi pensò a lui per creare un attacco esplosivo. In Sud America si raccontavano leggendarie storie sulla potenza del tiro del centrattacco uruguayano, al confine dell'incredibile (portieri svenuti, avversari feriti, reti lacerate dalla forza dei tiri). Quando nell'estate del 1931 arrivò in nave in Italia, la leggenda divenne realtà: si racconta che durante il suo primo allenamento al mitico campo del Giglio Rosso, Petrone scagliò subito la palla in rete con grande violenza. Il pallone sorvolò la traversa e ruppe la vetrata di un caseggiato distante trenta metri dal campo, con lo stupore di tutti i compagni ! La Fiorentina, appena neopromossa, arrivò quarta in campionato proprio grazie ai gol del nuovo bomber: 25 in tutto in quella stagione (al pari del bolognese Schiavio) che gli valsero il titolo di capocannoniere. La consapevolezza della forza del centravanti, determinò un atteggiamento molto permissivo della società nei suoi confronti. L'uruguagio si allenava poco, godeva di privilegi che creavano tensioni nello spogliatoio (licenze varie, ritardi non rimproverati, assenze dagli allenamenti), ma dalla sua aveva la passione della gente che per lui impazziva letteralmente. Probabilmente Petrone fu il primo campionissimo della storia della Fiorentina. Ma questo stato di cose non poteva durare. Nella stagione successiva la formazione di Firenze si piazzò al quinto posto, ma Petrone diede molti fastidi alla squadra. Non si allenava, si era appesantito, e subì le critiche del tecnico Fellsner che lo mise fuori squadra. Ritornò sui suoi passi grazie alla paziente opera diplomatica del vice-presidente Scipione Picchi, dietro la spinta dei tifosi che lo reclamavano di nuovo sul campo di gioco. Ma fu solo un palliativo. Appena ritornato in campo in una famosa partita contro la Triestina in marzo al comunale, l'allenatore Fellsner chiese a Petrone di mutare la sua posizione in campo con l'avanti Prendato. Non fosse mai accaduto ! Partirono insulti indirizzati verso Fellsner e una multa di 2.000 lire dell'epoca che la società comminò al giocatore per le offese da lui dirette all'allenatore. Quella fu l'ultima partita di Petrone nella Fiorentina dove in quell'anno segnò 12 reti su 17 partite. Egli, irato contro dirigenza e staff tecnico, preparò le sue cose e si imbarcò silente verso il paese natio. La Fiorentina lo denunciò alla Federazione Italiana che lo squalificò in modo pesante. Pensando che la sua bravata si fosse conclusa in un fuoco di paglia, Petrone ritornò in Italia, ma scoprì della squalifica e per racimolare qualche denaro lavorò come attrazione presso un teatro di Firenze. Ma ormai i rapporti con il club viola erano compromessi definitivamente. Ritornò in Uruguay al Nacional di Montevideo col quale fece in tempo a vincere il titolo nazionale del 1933, nonostante dovesse rispettare la sanzione disciplinare. Qui venne raggiunto dalla squalifica internazionale che gli stroncò la carriera a 28 anni. Amore e odio. Dopo il calcio visse una vita da divo. Ma povero e malato, scomparve precocemente. Morì in una clinica della capitale Montevideo il 13 dicembre 1964 ad appena cinquantanove anni. Un campione controverso se ne andava.

martedì, marzo 14, 2006

La settimana di Effe Lipper.

Ascoli 3 Roma 2

hanno fatto er record dei record pe' esse quinti.

MAVVIENI

e ricordateve che é meglio avé 'no zoppo drento casa che tre marchiciani davanti la porta


Champions League
Ho visto la sintesi di Liverpool-Benfica. Dominio totale dei reds. Pali, traverse, gol annullati, parate miracolose, salvataggi sulla linea.. insomma tutto il campionario di sfiga che normalmente ti accompagna durante una stagione, però concentrato in 90 minuti!
Il Benfica? Due gol straordinari, Simao e Miccoli (rovesciata alla Tare ), e tutti a casa..



Filippo Inzaghi.
Un grande. con una gamba sola segna dieci reti. Ma che volete di più? Definite l'anticalcio: uno che dei suoi limiti ha fatto mille cavalli di troia..




Record nella storia, a proposito


The glorious era of “Iron Sparta”. Coached by Englishman John Dick, this was the team that was almost unbeatable. The squad (from left): Johny Dick, Peyer, Pilát, Hojer A., Káďa, Perner, Janda, Sedláček, Kolenatý, Červený, Pospíšil, Šroubek.

Tra il 1920 e il 1923, lo Sparta Praga vinse 51 partite consecutive (conquistando quattro scudetti), mettendo a segno 237 reti complessive e subendone appena 40.
La squadra che portò a termine quella formidabile cavalcata viene ricordata come “Iron Sparta”.
(fonte : sito ufficiale Sparta Praha)



Nel 1931/32 il Ferencvaros vinse lo scudetto in Ungheria a punteggio pieno, vincendo tutte le 22 partite in programma, mettendo a segno 105 reti e subendone 18.
(fonte: sito ufficiale Ferencvaros )

Nel 1941 il Nacional di Montevideo s'impose nel campionato uruguayano vincendo tutte le 20 partite disputate, segnando 79 reti e subendone 22. Avendo vinto anche il campionato nel 1940, dove si era imposto consecutivamente nelle ultime 10 gare in programma, e avendo conquistato anche il campionato del 1942, trionfando nelle prime due giornate, il Nacional ha realizzato una striscia di 32 vittorie consecutive, l'ultima delle quali ottenuta con uno squillante 10-1 sul Defensor, prima di concedere il pari (3-3) al Racing Club Montevideo.


Juventus Milan vista da me
De Santis è un arbitro mediocre, il virtuoso del fallo di confusione.
Domenica ha adottato 2 pesi e due misure, se è da ritenere giusta l'espulsione di Gattuso, non ci si spiega perchè Viera non abbia seguito la stessa sorte.
A mio avviso poteva anche starci il rigore per il Milan, fallo di mano involontario, ma il tiro poteva essere considerato chiara occasione da gol. Certo, come è già stato detto, se adesso anche il Milan si trova a lamentarsi degli arbitri....




Walter Zenga: “Mai due portieri alla pari”

by FIFAworldcup.com

Walter Zenga, ex portiere della Nazionale azzurra ed attuale allenatore della Stella Rossa Belgrado, ha dialogato con FIFAworldcup.com riguardo alle sue esperienze ai Mondiali e alle prospettive di Italia e Serbia Montenegro a Germania 2006.

È davvero un piacere parlare di calcio con colui che, nel corso di una carriera che lo vide conquistare per tre volte il titolo di miglior portiere del mondo, fu soprannominato l’“Uomo Ragno” per le sue eccezionali qualità acrobatiche.

A differenza di altri campioni del passato, in Zenga si percepisce come il calcio, una volta appese le scarpe al chiodo, sia davvero rimasto parte integrante della vita e come ogni singolo ricordo di una carriera vissuta da protagonista sia ormai indelebile nella sua memoria.

FIFAworldcup.com l’ha intervistato al termine di un allenamento della sua Stella Rossa Belgrado, la squadra serba alla quale è approdato dopo le esperienze negli Stati Uniti ai New England Revolution ed in Romania, al National Bucarest ed alla Steaua Bucarest.

Se Walter continuerà a far bene come nelle ultime stagioni, fra qualche anno potremmo rivederlo sulla panchina di una delle sue squadre più amate, quelle nelle cui fila ha disputato le stagioni più esaltanti, ovvero l’Inter e la Nazionale italiana.

Parlando di Mondiali abbiamo obbligatoriamente dovuto accennare a quel gol di Caniggia nella semifinale di Italia ’90 su cui Zenga - votato, a scanso di equivoci, “miglior portiere" di quell’edizione iridata - non parve certamente privo di responsabilità. Anche in questo caso, proprio come caratteristica dei grandi portieri, Walter ha dimostrato di aver assimilato quell’errore, con la consapevolezza che solo chi si trova in certe situazioni può sbagliare e soprattutto che quella palla non era così semplice da agguantare come molti al contrario sostengono…

Il 2006 è l’anno del Mondiale, sono trascorsi vent’anni dalla tua prima volta in una Coppa del Mondo FIFA…
È vero, quell’esperienza messicana come terzo portiere fu fantastica. Peccato che la squadra fosse in fase calante e che negli ottavi di finale incontrammo una Francia con un centrocampo a dir poco fantastico…

Fu anche l’edizione del ballottaggio fra Giovanni Galli e Franco Tancredi…
Ebbene sì, ora che sono allenatore ho messo a frutto gli insegnamenti di quel periodo. Non bisogna mai mettere due portieri sullo stesso piano, a mio parere. In Messico, Galli e Tancredi furono consumati dallo stress. Posso rivelare che prima della gara contro la Francia il c.t. Bearzot ebbe la tentazione di puntare su di me. Non sarebbe stata una cattiva idea! Peccato…

Dopo il Messico cominciò l’epopea della Nazionale di Azeglio Vicini, figlia di una nazionale Under 21 indimenticabile e sfortunata…
In Italia tutti sono rimasti affezionati a quella squadra che nel 1986 perse ai rigori la finale del Campionato Europeo Under 21 contro la Spagna e poi, trapiantata quasi interamente in Nazionale maggiore, uscì in semifinale ad Euro 1988 e si presentò fra le favorite al mondiale casalingo. C’eravamo io, Donadoni, Ferri, De Napoli, Giannini, Vialli, Mancini…

Italia ’90, per ogni appassionato di calcio italiano è semplicemente l’evento sportivo per eccellenza…
Giungemmo al Mondiale in grande forma, imbattuti da tempo, subendo una sola sconfitta contro il Brasile a Bologna, dove mi fece gol André Cruz su punizione. Al Centro Tecnico Federale di Coverciano incontrammo molte difficoltà, non lo nego. Troppe polemiche legate al trasferimento di Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus. Una volta arrivati a Marino, nei pressi di Roma, cominciò invece un magico incantesimo che si interruppe solo nella semifinale di Napoli.

Quella maledetta semifinale…
Incredibile. Vincemmo sei partite su sette senza mai perdere e lasciammo strada all’Argentina che di partite, in tutto il Mondiale, ne vinse soltanto due nei centoventi minuti. Fallimmo tante occasioni quella sera e scontammo anche la lontananza dallo Stadio Olimpico. Napoli era con noi, ma anche con Maradona. Non fu irrilevante.

Italia in vantaggio con Schillaci, poi il gol di Caniggia…
Su quelle palle sul primo palo il portiere è “morto”. Qualsiasi cosa faccia rischia di sbagliare ed io non fui né bravo, né fortunato. Cose che capitano anche ai giorni nostri…

I rigori…
Con i rigori l’Italia non ha un buon feeling, non so spiegare il motivo. Il portiere argentino Goychochea in quel periodo parava tutto. Sul tiro di Olarticoechea ebbi sfortuna, calciò dritto per dritto. Fu davvero triste uscire in quel modo…

Meglio tornare all’attualità! Vivendo a Belgrado, che idea ti sei fatto della nazionale serbo montenegrina in vista di Germania 2006?
È arrivata ai Mondiali vincendo un girone molto difficile e subendo un solo gol, su azione susseguente ad un calcio d’angolo. Il gruppo C è davvero insidioso, ma la mia triennale permanenza nei Balcani mi porta a dire che più le imprese sono complicate e più i giocatori provenienti da queste zone riescono a concentrarsi e ad ottenere grandi risultati. È l’unica considerazione che mi sento di fare.

E riguardo all’Italia e alle altre nazionali?
Conta molto in quali condizioni si arriva a giugno. Con giocatori come Buffon e Totti tutto è possibile, ma sarà la condizione psicofisica ad essere decisiva. Fra le altre squadre, inutile dire che saranno le solite note a contendersi il titolo ed il Brasile, se non incontrerà la classica giornata storta nella seconda fase, è sicuramente la squadra favorita.

Ti piacerebbe un giorno allenare una nazionale? Magari quella azzurra?
Perché no! È sicuramente un’esperienza entusiasmante, molto diversa rispetto a quella di allenare un club, ma altrettanto eccitante. I Mondiali, poi, hanno un fascino unico. Ora, comunque, sono tranquillo qui a Belgrado, in un club dalla grande tradizione e dal futuro assicurato, grazie a giovani con ottime prospettive. Il centrocampista difensivo Dusan Basta, ad esempio.

Ci potrebbe essere uno Zenga a guidare l’attacco azzurro nel prossimo futuro?
Lasciamolo crescere in pace! Vedremo…

Walter ci saluta sorridendo. L’ultimo riferimento al figlio Jacopo, promettente attaccante classe 1986 delle giovanili della Stella Rossa (con esperienze italiane a Monza e Genoa) non se l’aspettava, ma gli ha fatto piacere.

Tuttavia, da padre premuroso e che non vuole mettere troppa pressione su quella che è senza dubbio una speranza del calcio italiano, preferisce non creare troppe aspettative...


Oliver Bierhoff vede l'Italia tra le squadre favorite

by AFP/Datasport
Oliver Bierhoff, dal luglio 2004 team manager della nazionale tedesca, pensa al prossimo Mondiale e riconosce la forza dell'Italia: "È sicuramente tra le favorite, Marcello Lippi è un grande allenatore".

L'ex attaccante di Ascoli, Udinese, Milan e Chievo fa il suo pronostico sulla prossima rassegna iridata: "La Germania è una squadra molto rinnovata, con al suo interno giovani interessanti. Certo, dopo la pessima figura fatta contro gli azzurri a Firenze dobbiamo cercare soluzioni. Non siamo stati propositivi in fase offensiva e stavamo sempre troppo lontani dagli attaccanti avversari in fase difensiva. Con i campioni che ha l'Italia non te lo puoi permettere.

Bierhoff fa un plauso anche al c.t. Marcello Lippi: "È un grande allenatore, ha messo bene la squadra in campo e sa dirigerla ottimamente dalla panchina. Noi, comunque, ci crediamo. Toni? Un ottimo attaccante, spero non batta il record di 27 gol che ancora mi appartiene".

Grazie ad un suo golden gol, il primo della storia, la nazionale teutonica si aggiudicò Euro 1996 in finale contro la Repubblica Ceca (2-1). Nella sua carriera tedesca Bierhoff ha vestito le maglie di Bayer Uerdingen, Amburgo e Borussia Moenchengladbach. Esperienze anche in Austria (Austria Salisburgo) e Francia (Monaco).

Stabilì il record di 27 reti in serie A nella stagione 1997/98, quando vestiva ancora la maglia dell'Udinese. Ha vinto lo scudetto nel 1999 con il Milan.



La Svizzera sogna con il promettente Senderos

by FIFAworldcup.com

A 17 anni Philippe Senderos è diventato il primo giocatore elvetico ad alzare un trofeo internazionale. Quattro anni dopo è uno dei giocatori più importanti di una Svizzera tornata competitiva.

Lo scorso autunno, guardando il giovane difensore centrale dell’Arsenal dirigere la difesa della sua nazionale contro gli attacchi francesi, irlandesi e turchi, si stentava a credere che quel ragazzo fosse diventato giocatore internazionale da meno di nove mesi.

Tuttavia il ventunenne Philippe può già vantare un palmares importante, sin da quando, all’età di 13 anni, ha dapprima capitanato la nazionale svizzera Under 15 ed in seguito ha guidato la nazionale svizzera Under 17 alla conquista del titolo europeo in Danimarca, regalando ai rossocrociati la prima vittoria in assoluto in una competizione internazionale.

Nato a Ginevra da madre serba e padre spagnolo, Senderos – che parla francese, spagnolo, tedesco, serbo-croato e inglese – è senza dubbio il più rappresentativo membro di quel gruppo multiculturale di giovani atleti che hanno dato al calcio svizzero nuove speranze e nuove ambizioni.

Philippe ha esordito all’età di cinque anni nelle giovanili del Servette, passando tra le varie squadre giovanili della società ginevrina. Ha debuttato nella serie maggiore svizzera a soli sedici anni.

A quell’epoca, l'adolescente Senderos, cresciuto fino a raggiungere il metro e novanta di altezza, aveva già attirato l’attenzione di Arsene Wenger, dirigente dell’Arsenal. Tuttavia il club inglese ha dovuto sbaragliare la concorrenza di molte rivali di alto livello, come ad esempio Juventus, Real Madrid, Manchester United e Liverpool per ottenere la firma del giovane dopo le sue imprese nella nazionale svizzera Under 17.

Anche se ormai sembra un’inezia, all’Arsenal Philippe Senderos ha avuto un avvio di carriera frustrante, perché una serie di infortuni lo hanno tenuto fuori dal campo per quasi un intero anno.

Alla fine, è stato un infortunio al compagno di squadra Sol Campbell all’inizio del 2005, che ha dato al giocatore svizzero la sua prima grande opportunità nel club inglese. Anche se ha esordito in prima squadra prima di quanto Wenger avrebbe voluto, il giovane svizzero ha mostrato una incredibile maturità, riuscendo a conservare il posto al centro della difesa dell'Arsenal anche quando Campbell si è rimesso.

L’esordio del giovane in nazionale è avvenuto un paio di mesi più tardi, in circostanze simili, a causa di un infortunio al difensore centrale Murat Yakin che ha fatto entrare il ventenne nella mischia in vista di una difficile partita di qualificazione per i Mondiali in casa della Francia.

In questa occasione, Senderos ha nuovamente dimostrato la sua abilità, controllando agevolmente David Trezeguet e aiutando la Svizzera ad ottenere un pareggio a reti inviolate. Anche se ha dovuto affrontare una rinnovata concorrenza all'Arsenal, il suo posto di titolare della difesa svizzera non è più stato messo in dubbio.

Calmo e tranquillo fuori del campo, ma impetuoso e impulsivo quando gioca, si parla di lui come il futuro capitano sia dell'Arsenal che della nazionale elvetica. Avendo già guidato la Svizzera alla conquista del suo primo trofeo in assoluto con l’Under 17, il giovane difensore ha certamente il carattere e le capacità per spingere i propri compagni di squadra a cogliere altri successi su palcoscenici ben più importanti.

domenica, marzo 12, 2006

PERQUISITA LA SEDE GEA

L'inchiesta sulla Gea non si ferma. Anzi. Da oggi pomeriggio militari della Guardia di Finanza stanno perquisendo la sede romana della società che si occupa di assistenza dei calciatori, in vicolo Barberini a Roma, nel quadro degli accertamenti della Procura che vedono indagato il presidente Alessandro Moggi, figlio di Luciano (dg della Juve).
Il blitz è stato disposto dai pm Luca Palamara e Maria Cristina Palaia al fine di acquisire documentazione utile alle indagini, in particolare contratti di calciatori. La delega, secondo quanto si è appreso, riguarda in particolare l'acquisizione dei contratti di cessione di Fabio Liverani dal Perugia alla Lazio, e quelli dei calciatori Nakata (dal Perugia alla Roma) e altre compravendite gestite dalla Gea come quelle di Fresi, Zalayeta e Amoruso. "L'operazione - si legge in una nota dei legali di Alessandro Moggi, avvocati Giulia Bongiorno e Paolo Rodella - si è svolta con la piena collaborazione di Gea World e con l'auspicio e la convinzione che un esame approfondito della documentazione, ora in possesso della Procura di Roma, contribuisca definitivamente a chiarire la posizione di Alessandro Moggi".
L'inchiesta sulla Gea, dopo l'iscrizione di Alessandro Moggi avvenuta nei mesi scorsi per l'ipotesi di reato di illecita concorrenza con minacce e violenza, ha preso nuovo vigore dopo le dichiarazioni, affidate ai media, dell'ex-patron del Perugia Luciano Gaucci - latitante a Bavaro Beach a Santo Domingo - su presunte irregolarità nella gestione e compravendita di calciatori gestiti dalla società che annovera tra i suoi azionisti anche Chiara Geronzi, figlia del banchiere Cesare.
In particolare Gaucci aveva parlato di versamenti di denaro, in percentuale sull'importo delle compravendite, fatti alla Gea. Circostanze che sarebbero state confermate ai pm romani anche dai figli di Gaucci, arrestati dalla Procura umbra per il crac del Perugia Calcio, e sentiti il mese scorso proprio dai magistrati capitolini. I pm, dopo le perquisizioni di oggi, potrebbero ascoltare anche i calciatori che hanno avuto rapporti con la Gea a cominciare proprio da Fabio Liverani.
A proposito del quale, in merito alla sua cessione dalla Perugia alla Lazio, Gaucci affermò di aver dovuto pagare una quota del 15% alla stessa Gea. L'ex-patron della squadra umbra nelle scorse settimane aveva annunciato la presentazione di un memoriale anche sulla trattativa, fallita, intrapresa nell'estate 2004 per rilevare il pacchetto azionario del Calcio Napoli, dopo il fallimento della società che era controllata dalla famiglia Naldi.
(GAZZETTA.IT)

venerdì, marzo 10, 2006

Record

Undici vittorie di seguito sono una bella cosa, non c'è che dire. Un record strepitoso ed importante: se chiedete agli esperti, agli statistici, ma anche all'ultimo dei giornalisti sportivi chi detiene questo record in Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra, Germania, vi risponderanno prontamente e senza fallo.

Con undici vittorie e un pareggio, nel 1998-'99 (nove vittorie, poi un pari, poi ancora due vittorie), la Lazio rimontò dalla dodicesima posizione al primo posto: quest'anno, la bella serie è valsa all'AS Canem et Circenses Tiburtino Terzo ben due punti due mangiati alla capolista Juventus e ben quattro recuperati sul Milan. Verrebbe da dire che in questo straccio di campionato inanellare serie di questo genere è piuttosto facile: 9 iniziali la Juventus, record tra l'altro anche questo, ma del quale pare non ricordarsi nessuno e certamente non celebrato sul momento e se non come curiosità statistica; il Milan e l'Inter mi pare 8 ciascuna, 7 la Fiorentina, e in corso c'è un'altra serie che chissà. Verrebbe anche da dire che queste serie sono anche piuttosto inutili: in un campionato più equilibrato, come è sempre stata la nostra serie A, con undici vittorie schizzi in testa di certo: ma la Canem et Circenses è ancora lì al quinto posto.

Certo, nessuno toglie nulla al rendimento elevato (più che vincere sempre non si può!) della Canem et Circenses, e alla curiosità statistica del record: ma alla fine, come sempre, conterà la classifica, e solo quella.

Ma visto che i record valgono più degli scudetti - conceto curioso, perché chi fa Atletica Leggera, per esempio, preferisce da sempre le Medaglie d'Oro a un record che "è fatto per essere battuto" - prendiamo atto che negli Albi d'Oro, ai primati, andrà dato il giusto rilievo.

I record sono importanti. Ma come sappiamo, esistono anche i record negativi. Per esempio:

lo sapete che, nella storia della Serie A, c'è stata una squadra che per 943 minuti non è MAI andata in gol? Nove partite intere più un bel pezzo di altre due. TRE MESI senza esultare mai. Quasi sedici ore consecutive di gioco, senza mai buttarla dentro. Impressionante, vero? Vi chiederete chi possa essere l'autore di una simile mostruosità: chi possa aver perpetrato questa negazione totale e così prolungata dell'essenza stessa del calcio, il gol. Forse il Varese '71-'72, quello di Petrini e Braida, che vinse la prima partita alla penultima e stabilì una serie di primati negativi? Forse un Legnano, una Cremonese, un Lecce? E chi li allenava? un qualche misconosciuto alla Oronzo Pugliese indegnamente assurto alle cronache del grande calcio?

Macché. Il simpatico primato appartiene nientemeno che alla Roma 1972-'73: e il suo allenatore era tale Helenio Herrera, forse qualcuno di voi lo ha sentito nominare.

Dal 32' di Fiorentina-Roma 2-1 del 24/12/1972 al 75' di Roma-Torino 1-0 del 18/3/1973, i simpatici cugini non segnarono MAI. Ecco la serie:

XII Fiorentina-Roma 2-1 (58 minuti)
XIII L.R.Vicenza-Roma 0-0
XIV Roma-Palermo 0-0
XV Juventus-Roma 1-0
XVI Roma-Verona 0-1
XVII Sampdoria-Roma 0-0
XVIII Roma-Bologna 0-1
XIX Napoli-Roma 1-0
XX Roma-Cagliari 0-0
XXI Lazio-Roma 2-0
XXII Roma-Torino 1-0 (75 minuti)

E pensare che in quel campionato, i cuginetti alla V di andata erano in testa, e naturalmente si preparavano a vincere lo scudetto: capirai, come allenatore avevano un Mago, chi li avrebbe fermati? Ci pensò Nanni, invece, a fulminarli, e non si ripresero più...

Questo record resiste da 33 anni, e lo vedo difficilmente attaccabile.

Andreas Moeller

Moeller, coetaneo di Baggio, si ritiro' alla fine del 2004. Ha giocato due stagioni in Italia, con la Juve, vincendo con i bianconeri la Coppa UEFA del 1992/93 e lasciando un ottimo ricordo, come calciatore e come uomo. Il calciatore tedesco lasciò la Juve¹ per andare al Borussia Dortmund alla vigilia del ciclo Lippi, nell'estate del 1994. In realtà Moeller non si perse niente, perché nel 1997 con il Borussia Dortmund batté proprio la Juve (sicuramente la Juve più bella di sempre, vedasi le due semifinali con l'Ajax, dove gli olandesi furono letteralmente schiacciati) nella finale di Champions League di Monaco di Baviera. Con la Juve Moeller ha collezionato 78 presenze e 30 gol in totale (56 con 19 gol in Serie A). Moeller è anche stato campione del mondo (a Italia '90) e campione d'Europa (a Inghilterra '96) con la sua nazionale.

giovedì, marzo 09, 2006

IL COMMENTO DI GIOVANNI VAVASSORI DOPO L' ESONERO DA MISTER DEL GENOA

Giovanni Vavassori, il tecnico esonerato dopo la prima sconfitta in campionato e con la sua squadra prima in classifica anche se a pari punti con lo Spezia, nel tardo pomeriggio ha tenuto una breve conferenza stampa in un albergo di Arenzano. Vavassori è deluso ed esprime tutta la sua amarezza: "Il mondo del calcio è cambiato; ora si allontanano gli allenatori vincenti. Non capisco perché lo abbia fatto, ma il presidente Preziosi avrà avuto i suoi motivi. Noi tecnici, da professionisti, non possiamo altro che prenderne atto". Poi sull'onda di qualche applauso di suoi simpatizzanti, prosegue: "Questa esperienza al Genoa è stata incredibile per come eravamo partiti, con appena otto giocatori, credo che si sia fatto un lavoro straordinario. Chi ha vissuto dall’interno quei momenti può capire cosa si era riusciti a fare in così poco tempo. I presidenti di una volta erano diversi; quel calcio ormai non esiste più, ma devo anche riconoscere che non è affatto semplice, al giorno d’oggi, gestire una società. Giocare in serie C, è durissimo: quando si affrontano squadre forti come il Genoa o il Napoli, squadre abituate alla serie cadetta e con un pubblico di tutto rispetto, gli avversari, moltiplicano le forze. In questa categoria, poi, ci sono troppi falli che, spezzando il ritmo, penalizzano le formazioni più dotate tecnicamente. Ora riposerò un po’, in attesa di tornare nuovamente ad allenare”. Il Genoa con Giovanni Vavassori ultimamente aveva perso un po' di lucidità al giro di boa del campionato, realizzando solo tre punti nelle ultime 4 partite. Attualmente la tifoseria si è divisa sulla decisione del presidente Preziosi, tanti erano favorevoli a Vavassori, altri sostengono che era necessaria una sferzata alla squadra; girando fra i vari "muri" in internet dei tifosi rossoblù se ne vedono già delle "belle"; ai posteri l'ardua sentenza.