martedì, dicembre 13, 2005

Bomber !

Roberto Pruzzo, il Bomber
di Fabrizio Calzia

1973. Genova. Una sera di fine agosto. Quartiere di Marassi. Un rione popolare e popoloso, arcinoto in tutta Italia per via dello stadio, un po' meno per il carcere che spunta proprio laggiù, dietro la gradinata nord, a evocare scontatissime battute da parte dell'altra metà del tifo genovese. Fa ancora estate, in quella sera di fine agosto, e la lieve brezza di tramontana invita a fare due passi. L'aria è sottile e dolce, il cielo illuminato da un bagliore innaturale e un po' inquietante, i riflettori del vecchio campo del Genoa, c'è la partita, un'amichevole prima del campionato, Genoa-Fiorentina. I rossoblù, appena promossi in serie A dopo otto anni di assenza, cullano piccole-grandi speranze, i giornali li indicano come possibile rivelazione del torneo, una squadra bene assemblata da quel "Sandokan" Silvestri che rese grande il Cagliari di Gigi Riva, altri rossoblù, altra grande impresa, dalla "C" alla "A" in soli tre anni. E chissà che anche quel Genoa non disponga del nuovo Gigi Riva; la sua stella si chiama Antonio Bordon, un friulano di 23 anni che in serie B ha fatto sfracelli. Bordon è un po' legnoso ma potente, qualcuno si illude, anche Riva era così. Vedremo. Anzi. Andiamo subito a dare un'occhiata, vediamo come si muove il nostro bomber alle prese con una difesa di serie A. La partita con la Fiorentina ormai è agli sgoccioli, a quei tempi però c'era la sana abitudine di aprire i cancelli dello stadio a 15' dalla fine e fare entrare i ragazzini che, come me allora, non volevano o non potevano permettersi i soldi del biglietto. Dalla casa di via Centuriona, dietro la sud, è un attimo, sgattaiolo oltre la cena portandomi dietro le solite raccomandazioni dei genitori di tornare subito dopo il fischio finale unitamente a Dodo, Enrico per tutti ma mai per me, mio fratello più piccolo.
Entriamo dal lato di via del Piano, vediamolo dunque, questo Bordon. La delusione è subito duplice, il Genoa è sotto di una rete e Bordon è stato sostituito da quel numero 16 lì, si chiama Pruzzo, o qualcosa del genere.
Ultimi sprazzi di partita. Quel Pruzzo lì, ragazzino di 18 anni, che fa venire i sorci verdi alla difesa viola, se li dribbla come birilli, impegna Superchi in un difficile intervento. "Belin ma chi è quello?" faccio a Dodo "E' fortissimo..."
Era fortissimo. Roberto Pruzzo da Crocefieschi, entroterra ligure, avrebbe giocato 19 partite durante quella disgraziata stagione 1973-74. "Merito" di Antonio Bordon, che non mantenne le grandi promesse, ma merito anche suo, che non segnò reti solo per una incredibile dose di sfortuna, materializzatasi nei legni delle porte o nei prodigiosi interventi dei portieri avversari. A fine campionato era nata una speranza, nei tifosi rossoblù incarogniti dalla immediata retrocessione: Roberto Pruzzo li avrebbe presto riportati in serie A.
E pensare che il futuro "O Rey di Crocefieschi" non si era mai sentito un predestinato. Addirittura non gli era mai passato per la mente di entrare a fare parte di una squadra di calcio. "Fu un mio amico di 'Croce', e non mio zio benzinaio, come vuole la leggenda, a trascinarmi quasi di peso e senz'altro di malavoglia, da Renzo Fossati. Il calcio mi piaceva moltissimo, mi divertivo un sacco, ma proprio non mi andava di legarmi a una società."
Invece le tue qualità emersero da subito. Non è da tutti esordire in serie A a 18 anni...
"Fu un'esperienza terribile, per me. Una sofferenza atroce. In quel torneo non ne azzeccammo una, non riuscì mai a buttare il pallone in rete. Stavo malissimo."
Però giocavi da campione. Mi viene in mente la gara casalinga con la Lazio, che poi avrebbe vinto quel campionato. Ti bevesti l'intera difesa biancoceleste prima che Felice Pulici accorresse a chiuderti lo specchio della porta...
"Certo. Fisicamente stavo bene, me la cavavo. Agonisticamente mi sentivo pronto. Ma la delusione, la frustrazione per quella squadra che non girava era enorme."
Si rifà velocemente, Roberto Pruzzo, che gli amici del paese avrebbero chiamato "U Liviu" ricordando il velocista Berruti. Nel suo primo campionato da titolare, in serie B, va a segno 12 volte.
"Anche quella di "Liviu" è un'altra leggenda, non è vero niente. Non ero un fulmine di guerra, ero bravo di testa, a dribblare. Quanto ai 12 gol... Sì, mi tolsi le prime soddisfazioni, ma l'anno più bello sarebbe stato quello successivo, quello del ritorno in serie A..."
Con Pruzzo capocannoniere e le richieste da parte delle grandi squadre, prime fra tutte la Juve, che arriva a proporre un maxiscambio: "O Rey" in bianconero in cambio di quattro giovani juventini, fra cui un certo Paolo Rossi. Non se ne fece nulla perchè Simoni voleva includere un altro giovane sconosciuto, tale Antonio Cabrini, sul quale la Juve era irremovibile. I bianconeri mollarono l'osso ma non desistettero del tutto. Cedettero al Genoa, per "soli" 700 milioni e in cambio di un opzione sull'acquisto di O'Rey, Oscar "Flipper" Damiani. Nacque così all'ombra della Lanterna una coppia d'attacco inferiore solo al duo Pulici-Graziani del Toro campione d'Italia. Peccato, solo, che il resto della squadra fosse modesto, altrimenti...
"Non serbo buoni ricordi dei campionati in A col Genoa. Tornei sempre sofferti, sempre faticosi. Mentre mi esaltano ancora gli anni della B, ricchi di soddisfazioni."
In realtà quel Genoa 1976-77 è una piccola rivelazione: Pruzzo va in gol 18 volte, Damiani 11, la squadra arriva a un passo dalla zona UEFA e si salva senza problemi. C'è di più: quel campionato sarà vinto dalla Juventus con il punteggio strabiliante di 51 punti (su 60 a disposizione), con il Toro secondo a quota 50. E a Marassi entrambe le torinesi andarono vicine a rimediare una sconfitta...
"Attraversammo buoni momenti, specie nella parte centrale del campionato. Fra dicembre e aprile il nostro rendimento fu da altissima classifica. Ricordo però, anche in quella stagione, momenti drammatici. A inizio torneo eravamo in piena zona retrocessione, nel finale "scoppiammo" e non solo non raggiungemmo la zona Uefa, ma fummo costretti a battere il Verona nell'ultima partita a Marassi per non rischiare un clamoroso tonfo."
Una realtà che esalta l'ottimo andamento nella parte centrale del torneo. Fu in quella fase, tra l'altro, che tu realizzasti un gol ancora oggi esposto nei bar...
"Menomale che lo feci, quel gol. Mi salvò la pelle, dopo avere sbagliato un rigore..."
Il gol di Pruzzo nel derby: spiovente in piena area, "O Rey" che anticipa Zecchini e l'uscita di Di Vincenzo, colpo di testa e gol sotto la sud, a mandare in serie B i cugini, a vendicare, 26 anni dopo, la rasoiata di Sabbatella.
"Mi fa piacere essere ricordato con affetto, anche grazie a quel gol e ai tanti altri che ho segnato. A Genova torno sempre volentieri, i tifosi dimostrano di volermi bene. C'è stato un periodo in cui si parlava solo di "quel" rigore sbagliato contro l'Inter... Ma anche quell'anno maledetto segnai i miei nove gol..."
Fra l'altro quel Genoa si ritrovò solo in testa dopo quattro giornate...
"Fiammate che, al pari di quelle dell'anno prima, illusero la tifoseria ma non la squadra. Sapevamo che ci sarebbe stato da soffrire."
Le tue sofferenze al Genoa terminarono con quella retrocessione. Ti cedettero alla Roma...
"Dove non volevo assolutamente andare. C'erano richieste di grandi squadre, in particolare della Juventus mentre la Roma, all'epoca, era una squadra normale."
Poi però, con la maglia giallorossa, avresti vissuto i momenti più belli della tua carriera.
"Anni stupendi, con un pubblico meraviglioso come quello romanista. Una cosa fantastica..."
Come fu il tuo primo impatto con la capitale?
"Erano momenti particolari. Pochi mesi prima era stato assassinato Aldo Moro. Si respirava un'atmosfera blindata, in città, un clima diverso rispetto a Genova che pure veniva considerata la culla dell'eversione."
Che ricordi hai di quegli anni Settanta? La moda, le automobili...
"Le solite cose dei ragazzi della mia età. Io però, da ligure che sono e che mi sento, preferivo la vita in casa.
Mi sono sposato nel 1976, a soli 21 anni. Mi piace starmene in casa. La vita pubblica, i ristoranti, i locali notturni non fanno per me. Amo la notte per i suoi silenzi, i misteri che evoca, i cieli stellati ma la vita notturna no, non ha mai fatto per me."
Cosa vorresti dire, al tuo pubblico degli anni Settanta, se fosse possibile parlargli?
"Grazie Roma. E grazie Genoa. Due tifoserie fantastiche, uniche. E poi, più che parlare, mi piacerebbe ancora correre con le braccia alzate, a festeggiare un gol, sotto la gradinata nord, o sotto la curva sud."

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E Doria Merda !