sabato, dicembre 17, 2005

Che ne sai tu di un campo di calcio...

Nell’anno 2002, Clint Mathis, stella del calcio degli Stati uniti, annunciò che la sua squadra avrebbe vinto il campionato del mondo. Era logico, era ovvio, spiegò lui, «perché noi siamo il Paese leader in tutto». Il Paese leader in tutto arrivò all’ottavo posto. Nel calcio accadono strane cose. In un mondo organizzato per la quotidiana conferma del potere dei potenti, non c’è nulla di più strano dell’incoronazione degli umiliati e dell’umiliazione dei potenti; ma nel calcio, a volte, questa stranezza succede.

Ceceni e palestinesi

Senza andare tanto lontano, nel 2004 una squadra palestinese è diventata campione in Israele, per la prima volta nella storia, e per la prima volta nella storia una squadra cecena è diventata campione in Russia. E alle olimpiadi in Grecia, la squadra di calcio dell’Iraq, con la guerra in atto, ha vinto varie partite ed è arrivata a disputare le semifinali del torneo, di sorpresa in sorpresa, contro tutti i pronostici e contro ogni logica, ed è stata la numero uno nell’entusiasmo popolare.

La squadra araba Bnei Sakhnin e la squadra cecena Terek Grozny, campioni nuovi di zecca d’Israele e della Russia, hanno alcune cose in comune con la nazionale irachena.

Si tratta di squadre che, in qualche misura, rappresentano popoli che non hanno il diritto di essere quello che vogliono essere, che subiscono la maledizione di vivere sottomessi a bandiere altrui, privati della loro sovranità, bombardati, umiliati, spinti alla disperazione.

E come se non bastasse, tutte e tre sono squadre modeste, sconosciute o quasi, senza nessun giocatore famoso, e povere. In realtà non hanno nemmeno uno stadio. Non giocano mai in casa, non sono mai ospiti. Sono squadre erranti, condannate a giocare in terre straniere e di fronte a tribune vuote. Nel villaggio di Sakhnin, in Galilea, non c’è mai stato uno stadio o qualcosa di simile, sebbene il governo israeliano lo abbia promesso varie volte. Il Terek giocava nello stadio di Grozny, che è chiuso da quando gli indipendentisti ceceni vi collocarono una bomba sotto la poltrona del presidente imposto dai russi. E in Iraq ci sono solo campi di battaglia. Non ci sono più campi di calcio. Le truppe di occupazione, che ormai hanno dimenticato i pretesti della loro invasione criminale, hanno trasformato gli spazi sportivi in ospedali o in cimiteri. Dove c’era lo stadio di Baghdad, adesso c’è una base militare che ospita i carri armati degli Stati uniti. La squadra irachena si è allenata in campi dove pasturavano greggi di pecore.

L’ultima identità

Un simbolo potente, una faccenda misteriosa: non si sa perché, anche se le teorie non mancano, ma il fatto è che nel mondo d’oggi, molta gente trova nel calcio l’unico spazio d’identità nel quale riconoscersi e l’unico nel quale credere davvero. Comunque sia, quali che siano i motivi, la dignità collettiva ha molto a che vedere con il viaggio di un pallone che va per le vie dell’aria.

E non mi riferisco solo alla comunione che il tifoso fa ogni domenica con la sua squadra dalle tribune dello stadio, ma anche e soprattutto al gioco giocato nei pascoli, nei campetti, sulle spiagge, nei pochi spazi pubblici non ancora divorati dall’urbanizzazione impazzita. Enrique Pichon-Rivière, psichiatra argentino, appassionato studioso del dolore umano, aveva constatato l’efficacia del calcio come terapia delle patologie derivate dal disprezzo e dalla solitudine. Questo sport condiviso, che si gode nel gioco di squadra, contiene un’energia che può aiutare molto coloro che sono disprezzati a imparare ad amarsi e coloro che sembrano condannati all’incomunicabilità perpetua a salvarsi dalla solitudine.

È assai rivelatrice, in tal senso, l’esperienza in Australia e in Nuova Zelanda. Là le lingue native non conoscevano la parola «suicidio», per la semplice ragione che il suicidio non esisteva nella popolazione aborigena. Dopo alcuni secoli di razzismo e di emarginazione, la violenta irruzione della società dei consumi e dei suoi implacabili valori ha fatto sì che gli indigeni decidano di impiccarsi. In questi ultimi anni, i loro bambini e i loro giovani hanno registrato gli indici di suicidio più alti del mondo.

Radici spezzate

Di fronte a questo panorama spaventoso, dalle radici così profonde, dalle radici così spezzate, non ci sono formule magiche di cura. Ma non è un caso che le testimonianze della brava gente che lavora contro la morte coincidano. Sono sorprendenti i risultati di questa terapia capace di restituire i perduti sentimenti di appartenenza e di fratellanza: lo sport, e soprattutto il calcio, è uno dei pochi luoghi che funzionano come rifugio per coloro che non trovano posto nel mondo, e contribuisce molto al ristabilimento dei legami solidali, spezzati dalla cultura della disgregazione che oggigiorno predomina in Australia, in Nuova Zelanda e nel mondo.

Non è un miracolo chimico. Sono dopati dall’entusiasmo e dall’allegria. Per meglio dire: dopate. Gli undici giocatori di ogni squadra sono ben più di undici. Per meglio dire: le undici giocatrici. In loro gioca una folla. Per meglio dire: in esse. Questi sono rituali di affermazione degli umiliati. Per meglio dire: le umiliate.

Poco a poco, il calcio delle donne è andato guadagnandosi uno spazio nei media dedicati alla diffusione di questo sport di maschi per i maschi, che non sa cosa fare di fronte a questa imprevista invasione di così tante signore e signorine.

Nessuna eco

A livello professionale, lo sviluppo del calcio femminile trova, oggigiorno, una certa risonanza. Ma non trova nessuna eco, o suscita echi nemici, nel gioco che si pratica per il puro piacere di giocare.

In Nigeria, la squadra femminile è un orgoglio nazionale. Disputa i primi posti al mondo. Ma nel nord musulmano gli uomini si oppongono, perché il calcio invita le donzelle alla depravazione. Tuttavia finiscono per accettarlo perché il calcio è un peccato che può dare la fama e salvare la famiglia dalla povertà. Se non fosse per l’oro che promette il calcio professionale, i genitori proibirebbero quegli abiti indecenti imposti da uno sport satanico che lascia le donne sterili, per lesioni da gioco o per castigo di Allah.

Nello Zanzibar e nel Sudan i fratelli maschi, custodi dell’onore familiare, castigano con le botte questa pazza mania delle sorelle, che si credono uomini capaci di prendere a calci un pallone e che commettono il sacrilegio di scoprire il loro corpo. Il calcio, cosa da uomini, nega alle donne i campi di allenamento e di gioco. Gli uomini si rifiutano di giocare contro le donne. Per rispetto alla tradizione religiosa, dicono. Può essere. Inoltre, ogni volta che giocano, perdono.

In Bolivia, dall’altra parte del mare, non c’è problema. Le donne giocano a calcio, nei villaggi dell’altipiano, senza togliersi le loro gonne numerose. Si mettono sopra una maglietta colorata e su due piedi si mettono a fare goal. Ogni partita è una festa. Il calcio è uno spazio di libertà aperto alle donne piene di figli, oppresse dalla schiavitù del lavoro dei campi e del telaio, sottoposte alle frequenti botte dei mariti ubriachi. Giocano scalze. Ogni squadra trionfante riceve in premio una pecora. La squadra sconfitta, pure. Queste donne silenziose ridono a crepapelle durante tutta la partita e dopo continuano a ridere come matte durante tutto il banchetto. Festeggiano insieme, vincitrici e vinte. Nessun uomo osa metterci il naso.

Eduardo Galeano – IL MANIFESTO –

Copyright IPS (trad. Marcella Trambaioli)