venerdì, dicembre 16, 2005

Ciao

Solito tavolo.
Da anni padrone di quella sedia vicino a una finestra sul mare che bagna Moneglia, complemento visivo del pranzo domenicale a base di antipasto semplice con affettato e verdure sott’olio, frisceu de sioula ,tris di primi e fritto misto all’italiana. Una caraffa in ceramica umbra colma di nostralino bianco, sturbiu in dialetto con quel sentore di zolfo che lo rende tipico e acqua frizzante. Nel cortile ad attenderti i vecchi della nostra frazione : Elio, Menicò, Bertin…strette di mano e sempre le stesse domande . Come se invece di vederti ogni settimana non avessero tue notizie da anni.

Poi l’ingresso nel locale, il buongiorno tuo e della tua signora e il pasto.
Ricordo il dolore che portavi negli occhi. In quello sguardo la perdita di un figlio suicidatosi per l’avidità e la cattiveria degli uomini. Ricordo il tuo ranghezzare, quella gamba sinistra che ti doleva, ma la tempra d’uomo e d’atleta di altri tempi ti aiutava a nascondere tutto. Confuso nella moltitudine della clientela apparivi come uno dei tanti pensionati che dedicavano la domenica alle gite fuori porta alla ricerca d’ou mangiaa zeneize. Amavi l’aria del Bracco resa più dolce dai nostri alberi di ulivo e frequentavi la zona da prima che arrivasse l’autostrada.

Eri uno dei nostri, anche se venivi dalla città. Tutto ti era familiare . E per noi eri un idolo. Anche per chi non ti aveva mai visto giocare a calcio. Io per primo.
E quante domande al momento del caffè. Una sedia anche per me e iniziava l’intervista. Era il momento delle fiabe rossoblu. E non solo. Ricordo le tue lacrime quando mi parlasti di una amichevole giocata a Berlino, molto prima della guerra e te che descrivevi le condizioni in cui affrontaste la Germania. Sei gradi sotto lo zero e la maglia azzurra in cotone che ghiacciava e si attaccava alla pelle. E come ti luccicavano quegli occhi quando si parlava del tuo e del mio Genoa.
Squadre diverse,gioco diverso, ai tuoi tempi non esisteva neanche il libero. Era diverso anche il pallone, di cuoio , sì, ma con quella cucitura con le strighe che se ti colpivano in faccia lasciavano il segno e le scarpe con la punta rinforzata.
Hai dedicato una vita al calcio e al Genoa e non hai ricevuto la riconoscenza che ti spettava.

Gli anziani e quelli di media età come me sanno chi sei e non ti dimenticano, ma per i giovani non sei quasi esistito . Cattiva cultura sportiva ? Non lo so. Forse l’arruffare dirigenziale alternatosi da anni in capo al Genoa ha cancellato un sacco di cose belle e di simboli sportivi, gettandole nei dimenticatoi e, magari –tanto per informare- negli almanacchi. Adesso il mito,la storia, la gloria e le ferite di oltre cento anni di calcio sono cancellate, fagocitate da orribili mostri che si nutrendosi di bei proclami e ignobili atti ci hanno trascinato nella merda.
E so che tu dal Terzo Anello della Nord vedi questo e soffri come noi. Più di noi.

Sai ? Si parla di Museo del Genoa, si parla.
Peccato che queste tre parole non le ha inventate l’attuale presidente, né tanto meno i suoi scagnozzi. La prima volta che udii queste tre parole fu a una riunione dello staff di Avvisi- quando ne facevo parte. E io vorrei che questo Museo sorgesse, sì.
In una strada dedicata a te :


Vittorio Sardelli

Indomito terzino sinistro del Genoa CFC 1893

Genoano per una vita.
Campione per l’Eternità.




Ciao Campione. Presto saremo di nuovo lì..seduti a quel tavolo. Io ad ascoltarti e tu a raccontare.

Flipper