martedì, dicembre 20, 2005

da Liberazione.

Un indio al potere in Sudamerica: Evo Morales vince al primo turno le elezioni.
Al mercato delle streghe di la Paz c’è un banco di soli talismani. Frammenti di specchi per gli amori andati a male. Fazzoletto di panno rosso per quelli da cominciare. Un misterioso intruglio contro l’invidia e impacchi di vipere morte per sedare le intenzioni sventate.
Il giorno dopo la vittoria di Evo Morales, primo presidente indio di un Paese abitato al 70% da indigeni, sul banco troneggiano flaconcini in plastica con un liquido blu. E’ la pozione di ringraziamento per il buon esito delle elezioni. Blu come il colore del Mas, il partito del socialismo andino che ha lasciato il rosso fuoco alla bandiera della destra, sconfitta con il 50,8%. Mai nella storia della repubblica un presidente era stato eletto al primo turno.
Maria Luz Siles Obrajes il flaconcino blu l’ha comprato di prima mattina. Sale le scale di casa, lo appoggia accanto a una candela accesa, si siede su una poltrona a dondolo e comincia: "Se vuoi ti racconto di quando mia madre mi ha venduta. A cinque anni".
Maria Luz è una vecchia signora "chola" di rara bellezza. Viso scolpito, capelli raccolti e sguardo severo. Appartiene all’élite indigena di la Paz, quella che si è arricchita col commercio. "Sono nata in un villaggio dell’altopiano. A cinque anni mia madre mi ha venduta a una famiglia bianca. C’erano sei domestiche nella casa. Non sapevo fare quasi niente. Non capivo quando parlavano. Non conoscevo il castigliano. Ho imparato a cucinare secondo i gusti della signora. Pulivo le scale. Non uscivo mai. Sono stata in quella casa undici anni. Ero a disposizione del padrone e del figlio del padrone. La signora non lo sapeva. Venivano nella lavanderia di nascosto. E’ stato per puro miracolo che non sono rimasta incinta". "A sedici anni me ne sono andata. Mi ha portata con sé un’altra domestica. Siamo scappate. Lei aveva nascosto dei risparmi. Credo fossero centesimi messi da parte negli anni. Aveva una zia con un negozio. Abbiamo lavorato lì. Vendevo bottoni. Abitavamo da lei".
Maria Luz ora vive in una bella casa antica dal grande patio e le tende pesanti affacciata sulle montagne dalle neve perenni che circondano la Paz. Quaranta anni fa si è sposata con un meticcio, commerciante di stoffe. "Sono stata fortunata. Ero molto bella - sorride - solo per questo mi sono salvata".
In Bolivia ci sono migliaia di storie così. In città non sono più tante le famiglie con domestiche in stato di schiavitù. Ma nelle regioni del latifondo, nel sud, nell’oriente, nella parte del Paese che qui chiamano "le terre basse" è facile trovare ragazzine indigene di dodici, tredici anni, che lavorano gratuitamente per le famiglie bianche. Sono le figlie dei contadini delle popolazioni originarie che coltivano la terra per un padrone. Quasi sempre bianco, spesso di origine tedesca. I bambini non vanno a scuola. I genitori si sono indebitati, hanno indebitato i figli. Le donne sono doppiamente schiave. Nel Beni, a Pando, chiedi a qualcuno come si chiama e trovi quel nome ripetersi in tutto il villaggio. Il padre è uno solo e le madri sono mille.
Lavorano nei campi secondo un sistema di schiavitù antica. Loro, la stragrande maggioranza della popolazione indigena dell’Oriente, non hanno partecipato alle elezioni di domenica. Non sono iscritti ai registri elettorali. Ufficialmente non esistono.
Questo è il Paese in cui domenica il Movimento al socialismo ha vinto con la maggioranza assoluta le presidenziali promettendo, prima ancora che il cambiamento del modello economico, "la fine dell’apartheid" e "l’inclusione sociale". E’ stata una vittoria difficile, nonostante i risultati abbiano superato le più ottimistiche previsioni della vigilia. Migliaia di persone sono andate ai seggi e hanno scoperto di essere state depennate dai registri elettorali. Il voto è obbligatorio. Chi non lo esercita viene cancellato dalle liste. Ma le percentuali degli esclusi in alcuni seggi superano il 70%, una percentuale maggiore rispetto agli astenuti delle ultime municipali. Morales ha denunciato il tentativo di brogli. Non è improbabile che riducendo di molto il numero degli elettori, soprattutto nelle aree rurali dove il Mas è più forte, qualcuno abbia tentato di togliere voti al candidato indio.
Nel suo primo discorso al Paese Evo Morales ha promesso "uguaglianza, giustizia sociale e pace". Giura che "metterà fine al neoliberalismo sfruttatore" e "all’odio ed al disprezzo contro la maggioranza indigena". Placare i timori delle compagnie internazionali che hanno miliardi di dollari investiti in Bolivia è stato scrupolo del suo vice, Alvaro Garcia Linera, intellettuale bianco con una lunga militanza nella guerriglia Tupak Atari, convinto che la Bolivia vada "rivoluzionata per gradi senza cacciare il capitale straniero".
Meno felpato è stato il primo commento al risultato elettorale di Carlos Villegas Quiroga, docente universitario in economia dello sviluppo e candidato al ministero degli idrocarburi: "Negli anni Ottanta si è pensato che gli investimenti stranieri potessero essere la locomotiva dello sviluppo. E invece hanno utilizzato le nostre risorse e portato i profitti fuori dal Paese. Spetta allo Stato occuparsi della modernizzazione dell’economia. Lo faremo noi cominciando dalla nazionalizzazione del gas. Non c’è alternativa". Il proprietario del 20% della ricchezza boliviana è il Brasile, attraverso la sua impresa pubblica del petrolio Petrobras. Sono suoi i due principali campi boliviani di gas, San Antonio e San Alberto, più grandi di quello ricchissimo di Margarita in mano alla spagnola Repsol. Sotto il controllo di Petrobras è l’intero processo di distribuzione del gas. Sono suoi i gasdotti, le due imprese di raffinazione e anche le due grandi aziende di distribuzione di combustibile. Come potrà il governo del Mas al debutto affrontare seriamente un processo di nazionalizzazione del gas senza pestare i piedi al governo Lula, potenza continentale e indispensabile alleato? Il futuro ministro allarga le braccia: "Non dobbiamo cacciare nessuno. Ma nazionalizzare è necessario. Siamo stati eletti per questo". Indica dalla finestra la gente in festa: "Se non lo facciamo questi ci cacciano entro sei mesi".
di Angela Nocioni (martedì 20 dicembre)