martedì, dicembre 13, 2005

Di classe e di sinistro.

MARIO CORSO foto
Artista tra i massimi del calcio italiano, Mario Corso respinge la definizione tout court di "fuoriclasse" per via della carenza di determinazione che fu forse alla base del suo fallimento in Nazionale. Sulla sua classe però è vietato discutere e non si può negare che la sua arte, nonostante l'ostracismo decretatogli da Helenio Herrera, sia stata componente fondamentale dei trionfi della Grande Inter.
Esecutore di magistrali punizioni "a foglia morta", Mariolino rimase in nerazzurro a dispetto della volontà del Mago - che regolarmente a ogni estate ne iscriveva il nome in cima alla lista dei giocatori da cedere - per i costanti e inflessibili interventi del presidente Angelo Moratti, che con la moglie lady Erminia era cultore delle magiche delizie calcistiche dell'ala sinistra.
Nato a San Michele Extra, alle porte di Verona, Corso arrivò all'Inter dalla squadra del suo paese a diciassette anni, nel 1958, entrando subito nel gruppo dei titolari. La sua ascesa fu fulminea, iscrivendosi in quella fortunata generazione che poi Gianni Brera avrebbe bollato "degli abatini", tanto dotata di raffinate qualità tecniche quanto carente sul piano fisico. Ma Corso si faceva perdonare le lacune e le lunghe pause a colpi di "veroniche" e gol. Maestro del dribbling con sberleffo, dell'assist funambolico, aveva buona confidenza col fondo della rete grazie alla diabolica abilità nel calciare le punizioni di prima. L'inventore riconosciuto della "folha seca" era il grande Didí, giusto nel 1958 al primo titolo mondiale come regista del Brasile del primo Pelé, ma Corso non era da meno. Il suo sinistro accarezzava il pallone trasmettendogli una scarica elettrica, che lo portava a impennarsi e poi a scendere di colpo, beffardo, nell'angolino fuori portata del portiere.
Il più bel complimento, in seguito divenuto un'etichetta, glielo aveva confezionato il tecnico ungherese Gyula Mandi, che nell'ottobre 1961, dopo la sua spettacolosa prestazione a Tel Aviv nelle eliminatorie mondiali, aveva esclamato: "È il piede sinistro di Dio!". Ma quell'exploit non gli era bastato per guadagnarsi i Mondiali in Cile, e sei mesi dopo si era "vendicato" dell'esclusione segnando un gran gol alla Cecoslovacchia, seguito da un clamoroso gesto dell'ombrello a San Siro all'indirizzo dei selezionatori che gli avrebbe in pratica precluso ogni possibile futuro azzurro.
Le discussioni sul suo ruolo si sprecavano: non è un vero interno; è un tornante; è un rifinitore; no, è un attaccante.... È un atipico. In realtà, Corso era un artista col genio del grande inventore. Si diceva che nell'Inter l'indimenticabile Suarez, regista designato, gli facesse un po' ombra, e forse non fu un caso che, uscito di scena l'asso spagnolo, Corso giocasse nel 1970-71 la sua più grande stagione. Era considerato in declino, ma l'abbandono delle velleità azzurre, il matrimonio e l'ormai consumato addio di Helenio Herrera lo galvanizzarono al punto che fu tra i grandi protagonisti dello scudetto nerazzurro targato "Robiolina" Invernizzi in clamorosa rimonta sul Milan di Rocco e Rivera. Quando poi don Helenio tornò all'Inter nel 1973, ottenne da Fraizzoli ciò che sempre Moratti gli aveva negato: l'epurazione del grande mancino. Che emigrò al Genoa (23 presenze e 3 gol in serie A e 3 sole presenze in serie B) e rimase folgorato dalla sfortuna: due fratture consecutive alla stessa gamba e addio al calcio giocato.

Questo post è dedicato ai quaqquaraqqua' che di Genoa e di grande calcio sanno ben poco e se la sciallano con Preziosi, Fabiani, Iliev e tutta la rumenta che ultimamente transita da Genova. Andate a fare in culo.