lunedì, dicembre 19, 2005

Eneas.

La vita in un tacco
di Christian Giordano

Altra vittima e carnefice del calcio-scommesse, il Bologna 1980-81 parte da meno cinque proprio come l’Avellino. E come i lupi d’Irpinia ingaggia un attaccante brasiliano pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, dove per sopravvivere, prima ancora che per giocare, si protegge dal freddo con calzamaglia di flanella e guanti neri come il crudele destino che se lo porterà via due giorni dopo il Natale 1988. E pensare che quella del paulista Enéas -qui foto e scheda -sembrava una storia a lieto fine. Terzo di cinque figli, non cresce in una famiglia povera. Potrebbe studiare per diventare medico, invece gli basta il diploma in Educazione fisica, anche perché, a 19 anni, è titolare nella Portoguesa campione paulista ’73, la squadra del suo quartiere di Sao Paulo, la città dove è nato il 18 marzo 1954. Nell’attacco rossoblù gioca con il numero 10 – lo stesso che nella Selecao, a 20 anni, gli aveva affidato il Ct Zagalo, ancora senza una “l” e prima di preferirgli Zico – in appoggio al centravanti Garritano (col ventiduenne Fiorini a partire dalla panchina), coppia che finirà schiacciata dalla pesante responsabilità di rimpiazzare i talentuosi ma logori Savoldi e Chiarugi.

Di indole estroversa e cordiale, Enéas segna 3 gol in 20 partite ma sotto le Due Torri lo ricordano per altro. I tanti soprannomi, Bandolero, El fenomen (25 anni prima di Ronaldo, anche se forse più da baraccone che tecnico), Passerone, “al Nigrazz” (senza connotazioni razziste però). E il suo debole per i tortellini e l’ananas, ma anche, negli anni, per il vino e la birra. Da tramandare ai posteri, invece, la modalità di un infortunio che patisce in allenamento. Premessa. A Casteldebole, dove si allena il Bologna, già in novembre tira una tramontana resa gelida dal vicinissimo colle di San Luca. Per allenarsi lì, anche nei giorni di pallido sole, serve una bardatura mica da ridere. Enéas lo capì troppo tardi, dopo essersi beccato un infortunio che, per la modalità in cui arrivò, finì per fargli da manifesto esistenziale. Il 21 novembre, nel passare di tacco la palla all’allenatore Radice si strappa al quadricipite posteriore della gamba destra. Un infortunio solo apparentemente comune e invece definito dai medici «abbastanza raro, dovuto forse a crisi di adattamento alla nostra temperatura». Della neve s’è detto, quindi basterà aggiungere che l’incidente muscolare aumentò le sue giornate trascorse abbarbicato al termosifone, e davanti alla tv per imparare l’italiano. Va meglio sul campo, calcato 20 volte in campionato (3 reti, il vantaggio nell’1-1 a Udine, il primo gol nel 2-1 alla Fiorentina, il 4-0 al Perugia) e 3 in Coppa Italia (a segno nella semifinale di ritorno persa in trasferta 3-2 col Torino). Ma di poco. Di gol ne sbaglia parecchi eppure la squadra si salva, anzi arriva settima e sarebbe quinta senza la penalizzazione.

Rassicurato dal presidente Fabbretti, Enéas parte per le vacanze convinto di restare e al ritorno scopre di essere stato ceduto al Palmeiras, prima di tante tappe verso una scrivania di marketing e pubbliche relazioni, favorito da due gravi infortuni a un ginocchio: Juventude São Paulo, Piracicaba, Deportiva Ferroviaria, Central de Cotia. Come lui se ne vanno, tra gli altri, Radice (al Milan), lo stopper Bachlechner (Inter) e il regista Dossena (al Torino). In attacco arrivano Chiorri (dalla Sampdoria) e, dal vivaio, il giovane Roberto Mancini; a centrocampo il futuro ds romanista Franco Baldini (dal Varese) e il tedesco Neumann (dall’Udinese). Ma la squadra finisce in B. Chissà se con Enéas (sano) sarebbe successo. Con quello visto in semifinale di andata di Coppa Italia, contro il Torino, sì: il Nostro sradica il pallone dai piedi di un compagno, la meteora Marco (non Ciccio) Marocchi, che si sta apprestando a concludere di fronte al portiere granata, poi inciampa sulla palla e la fa rotolare lentamente oltre la linea di fondo. Marocchi non ha neanche la forza per mandarlo a quel paese, Radice prende a testate la panchina, il Dall’Ara esplode in una fragorosa risata. In fondo, è sempre Enéas: lo stesso adorabile anarchico privo di visione di gioco che il 5 ottobre, con le sue irresistibili progressioni, batte la Juve quasi da solo, procurandosi il rigore, poi trasformato da Paris, che permette al Bologna di espugnare il Comunale dopo quasi vent’anni d’astinenza. E lo stesso che il 15 febbraio, contro il derelitto Perugia, Radice manda in campo al posto di Garritano sul 3-0 per i rossoblù. Dossena tira da fuori, il portiere del Perugia, Malizia, respinge a fatica, la palla sbatte sullo stinco di Enéas e rotola lentamente in rete: un gollonzo ante litteram. Che per poco non fa venire giù lo stadio, mentre Enéas rimane aggrappato alla cancellata della curva Andrea Costa per godersi appieno il suo warholiano quarto d’ora di celebrità. La città, ferita il 2 agosto dalle bombe alla stazione, lo adotta come si fa con chi dà tutto, poco o tanto che sia. E forse qualcuno piange, otto anni dopo, nel sapere che una broncopolmonite, sopravvenuta in ospedale mesi dopo il ricovero per l’incidente stradale del 22 agosto (la sua auto contro un camion), se lo è portato via appena trentaquattrenne. Lui, che avrebbe potuto diventare medico. Anche ai giornalisti locali, che storicamente ai beniamini rossoblù assegnano in pagella mezzo punto in più, una lacrima deve essere scappata.