martedì, dicembre 13, 2005

La danza di Juary

Non solo allegria
di Christian Giordano
> da indiscreto.it

Il calcio-scommesse dell’anno precedente ha travolto anche il club irpino, al terzo campionato in A, punito con una penalizzazione di cinque punti. All’handicap in classifica il 23 novembre si aggiunge il dramma del terremoto, che trasforma il Partenio in centro di accoglienza e costringe la squadra allenata da Luis De Menezes in arte “Vinicio” (subentrato a Rino Marchesi) a giocare a Napoli le partite casalinghe. Una situazione difficile per chiunque, figuriamoci per un brasiliano di São João de Meriti (Stato di Rio de Janeiro, 16-6-1959), tutto samba e allegria, come Jorge Dos Santos Filho Juary. Insomma, non la Cayenna ma quasi. A prenderlo, se non addirittura a scoprirlo, dai messicani della Universidád Autónoma de Guadalajara, è il presidentissimo Antonio Sibilia, involontario protagonista di un memorabile siparietto trasmesso da una Tv locale. Sibilia: «Fummo andati in Brasile e comprammo Juary...». Giornalista sorridente: «Siamo...». Sibilia, spazientito: «Dicevo che fummo andati in Brasile a comprare...». Giornalista, con sorriso trattenuto a stento: «Presidente... siamo!». Sibilia, con tono risentito: «Ma che, si’ venuto pure tu?».

Nonostante i guai muscolari, il minuto (1,68 x 64 kg) e veloce attaccante riesce a farsi onore al di là della folcloristica esultanza con cui celebra i gol che segna (5 in 12 gare il primo anno, 8 in 22 il secondo): uno o più giri attorno alla bandierina del corner; un modo di festeggiare colorito ma gioioso e rispettoso di pubblico e avversari. Lontano anni-luce dalle volgarità e scemenze assortite cui assistiamo oggi. Quell’Avellino che con Vinicio (e giocatori come Tacconi in porta e Vignola a centrocampo) fa punti e spettacolo ma dura poco. Nell’81-82, a nove giornate dalla fine, il tecnico paga con il sorprendente esonero i contrasti con Sibilia. La squadra ha 20 punti ed è in piena marcia-salvezza, traguardo che l’anno prima era stato centrato a quota 25. In panchina arriva Claudio Tobia, che debutta al San Paolo battendo 3-0 (doppietta di Juary) il Napoli di Rudy Krol e Rino Marchesi, illustre ex. La fiaba del brasilianino cresciuto nel Santos (1976-79) e arrivato in Campania via Messico finisce presto, come la sua allegria. Juary va all’Inter (che intende girarlo al Cesena per arrivare all’austriaco Walter Schachner, poi mai arrivato) e nelle nebbie milanesi s’intristisce. Alle cronache ci arriva lo stesso, non per i gol ma per le parole rilasciate a Paolo Ziliani, ai tempi cronista de “Il Giorno” che a quattro mani con Claudio Pea stava conducendo un’inchiesta sulla presunta combine in Genoa-Inter del 1984. “Ju-ju”, così lo chiamano Beccalossi & C., non riesce ad ambientarsi e se ne va, sepolto dagli ingenerosi fischi di San Siro. Un anno all’Ascoli e uno alla Cremonese prima di lasciare un’Italia che gli ha a volte anche spiegato cos’è il razzismo.

La gloria vanamente inseguita nel Belpaese la trova invece nel triennio al Porto, dove vince addirittura da protagonista la Coppa dei Campioni 1987: suo il gol del pareggio nella finale contro il favorito Bayern Monaco. Il resto lo farà il Tacco di Allah, al secolo Rabah Madjer. Il bello della storia? Il finale: chiusa la carriera in Brasile, nel Portoguesa (1988), poi nel Santos (dove era stato campione paulista 1978 al fianco di João Paulo, Pita, Aílton Lira, Nílton Batata) e nel modesto Moto Clube di São Luís (nello Stato del Maranhão), Juary ha allenato nelle divisioni inferiori e lavorato, a San Paolo, al Projeto Futebol Comunitário, finalizzato a sottrarre i bambini dalla violenza e dalla strada, cose che spesso vanno a braccetto. Da poco è tornato in Italia. Non girà più attorno alla bandierina, se non per la troupe di Sky, e allena la formazione Berretti dell’Avellino.
Foto