lunedì, dicembre 26, 2005

La leggenda del calcio totale/ prima puntata

La leggenda nata nella nebbia
di Alec Cordolcini
> 29/8/2005



Come ogni rivoluzione che si rispetti, anche quella del Calcio Totale di Rinus Michels e Johan Cruijff ha lasciato dietro di sé una corposa bibliografia nella quale il fenomeno è stato scomposto e analizzato in tutte le sue più intime componenti. Le maggiori attenzioni sono state riservate, com’è giusto che sia, ai momenti di maggior splendore (le tre Coppe Campioni consecutive dell’Ajax, la finale mondiale del 1974) di questo nuovo modo di interpretare il calcio ed a ciò che questo ha lasciato in eredità; meno approfonditi sono stati invece i tempi e le modalità di sviluppo di tale filosofia calcistica. Una credibile data simbolica di nascita del Calcio Totale (termine mai amato da Rinus Michels che una volta lo definì come ''un’invenzione della stampa che io non ho la minima idea di cosa voglia dire'') tuttavia è possibile trovarla, ed è quella di mercoledì 7 dicembre 1966, giorno in cui l’Europa si è accorta dell’esistenza di una squadra olandese chiamata Ajax che giocava a pallone, e lo faceva piuttosto bene.

Quel giorno si giocava l’incontro di andata degli ottavi finali di Coppa dei Campioni e l’urna aveva messo di fronte all’Ajax il plurititolato Liverpool di Bill Shankly, reduce da un triennio di successi che aveva visto la bacheca di Anfield Road arricchirsi di due scudetti (rispettivamente il sesto e il settimo nella storia del club) e della prima Fa Cup (1965), senza dimenticare una finale di Coppa delle Coppe contro il Borussia Dortmund persa solamente negli ultimi minuti. Nell’estate del ’66 c’erano inoltre stati i Mondiali in Inghilterra, dove finalmente i 'maestri del calcio' avevano confermato anche sul campo da gioco di essere tali e si erano portati a casa la Coppa Rimet. L’Ajax per contro aveva una fama europea pressoché nulla, e proveniva da una nazione dove il professionismo era stato introdotto solamente una dozzina scarsa di anni prima e in cui la tattica più in voga continuava essere il vetusto 2-3-5, modulo abbandonato in Inghilterra già dagli anni Trenta. In più il ruolo svolto fino a quel momento dalle squadre olandesi nella massima competizione europea era stato quello di semplici comparse, essendo riuscite solamente una volta in undici anni a raggiungere, grazie al Feyenoord, le semifinali del torneo. Ajax-Liverpool era insomma una partita dal risultato già scritto, una formalità per la miglior squadra della nazione campione del mondo, tanto che Shankly dichiarò di essere maggiormente preoccupato per l’incontro con il Manchester United in programma pochi giorni dopo: ''Dato per scontato che voglio vincere la Coppa dei Campioni, questo non significa permettere che ci sfilino il titolo di campioni d’Inghilterra dalle mani''.


Ron Yeats, Ian St. John, Tommy Lawrence, Peter Thompson, Roger Hunt, tutti i big dei Reds erano in campo quella sera in un Olympisch Stadion dall’atmosfera spettrale a causa di una nebbia talmente fitta da non permettere agli spettatori di vedere una sola azione di gioco, tantomeno le cinque reti (a una) con le quali i lancieri affossarono gli stupefatti inglesi, assolutamente incapaci di prendere le misure ai vari Cruijff, Nunninga, Groot, Swart e al semisconosciuto Cees de Wolf, ala sinistra schierata in sostituzione dell’infortunato Piet Keizer e autore, al terzo minuto, della prima rete dell’incontro. Una storia particolare quella di De Wolf, alla sua seconda partita con i lancieri dopo il suo esordio (con gol) avvenuto contro il De Volewijckers il 19 settembre 1965, vale a dire oltre un anno prima. Ne sarebbero seguite altre due pochi giorni dopo la partita con il Liverpool, prima della sua definitiva cessione all’Haarlem. Totale con l’Ajax: quattro partite e tre reti, una delle quali però sufficiente a farlo entrare nella storia del club. Poco importa se quel suo gol non lo vide quasi nessuno. Al termine del primo tempo di quello che passerà alla storia come 'de mistwestrijd' ('la partita della nebbia') l’Ajax, che per la prima e unica volta nella sua storia sfoggiava una divisa completamente bianca (talvolta anche questi piccoli e a prima vista insignificanti particolari contribuiscono a creare la leggenda), conduceva 4-0 grazie a De Wolf, Cruijff e ad una doppietta di Nunninga, con gli spettatori che ad ogni gol esultavano a scoppio ritardato, ossia quando sentivano le urla provenienti dalle prime file. ''Ne abbiamo segnato un altro, signore'', dissero due giovani olandesi ad un inglese che sedeva dietro di loro; ''andiamo ragazzi, piantatela con queste storie e ditemi quanto stanno'', rispose il 'sir' in questione con fare stizzito. Le cose andarono meglio, per gli spettatori, nella ripresa allorché la nebbia si fece meno fitta e poterono così vedere il quinto gol dell’Ajax targato Groot e la rete della bandiera del Liverpool messa a segno da Lawler un minuto prima dello scadere.

Bill Shankly non sembrò molto scosso alla fine della partita, o almeno non lo diede a vedere; ''E' stata una serata storta - proclamò spavaldo -, ma ad Anfield non ci sarà storia. Vinceremo 7-0. Quel portiere, Bals, che con me non giocherebbe nemmeno tra le riserve delle riserve, ha vissuto una serata di grazia che non si ripeterà. L’Ajax è destinato a soccombere in Inghilterra, perché non è nulla più che una squadra di terza divisione, e questo 5-1 è stato il frutto di circostanze uniche, fortunate e assolutamente irripetibili''. Ottimo allenatore Shankly, ma con i pronostici ci azzeccava davvero poco, visto che in casa il Liverpool non riuscì ad andare oltre il 2-2, con l’olandese Bals ancora una volta protagonista di grandi parate e Johan Cruijff a dettare legge (suoi i due gol dell’Ajax) in un Anfield colmo di tifosi schiumanti rabbia. Ricorda Barry Hulshoff, assente all’andata, schierato terzino destro in Inghilterra: ''Quando Shankly dichiarò che ci avrebbero strapazzato anche noi gli credevamo. Eravamo piuttosto impauriti, perché non avevamo mai battuto prima di allora una squadra inglese, perché l’atmosfera era intimidatoria, perché magari ad Amsterdam le condizioni climatiche ci avevano davvero dato una grossa mano, non so...di una cosa sola eravamo certi: tatticamente eravamo davvero forti, specialmente in difesa''. Già la tattica, una vera sorpresa; abbandonato il 2-3-5, l’Ajax di Michels si schierava con un 4-2-4 che dava libero sfogo alla classe di Johan Cruijff e alle corse sulle fasce di Sjaak Swart e Piet Keizer, abbinando nel contempo una solidità difensiva sconosciuta prima di allora in Olanda. Siccome nessuna rivoluzione si crea dalla sera alla mattina l’avventura dell’Ajax nella Coppa Campioni ’66-67 si arenò al turno successivo contro il Dukla Praga, squadra fisicamente tosta ma tecnicamente inferiore agli olandesi, e questo fece infuriare tremendamente Michels, che una volta tornato ad Amsterdam cominciò una graduale epurazione di tutti quegli elementi (Bals, Soutekouw, Nunninga, Pronk, Van Duivenbode, Bennie Muller) non ritenuti, causa età avanzata o carenze tecniche, qualitativamente all’altezza della squadra che il tecnico intendeva costruire. Con l’inserimento dei vari Neeskens, Krol, Stuy, Hulshoff e Gerrie Muhren l’Ajax prenderà il volo. Sarà l’inizio di una nuova era, che porterà al club fama, successi e prestigio. Un’era le cui basi erano state gettate una nebbiosa sera di inizio dicembre di qualche anno prima.


indiscreto.it