martedì, dicembre 27, 2005

La leggenda del calcio totale/ seconda puntata

L'impatto di Michael
di Alec Cordolcini

''Michael Owen ha avuto un impatto sul calcio mondiale pari a quello di Pelè, Cruijff e Maradona'', disse una volta Kevin Keegan. Solo l’impatto però, perché all’età di 26 anni non ancora compiuti la carriera dell’ex-wonder boy del Liverpool sembra già aver imboccato la parabola discendente, e il trasferimento al Newcastle dopo l’anno perso a Madrid con il Real non può che confermarlo. I Magpies sono senza dubbio un club ambizioso, anche prestigioso, ma dal presente chiaramente modesto, e l’impressione è quella che Owen li abbia scelti solamente per mancanza di alternative concrete. Certo, negli ultimi tempi si era parlato di Manchester United, Everton e Liverpool, ma la connection con i Red Devils non è stata nulla più che un rumor estivo, l’ipotesi Toffees non era oggettivamente praticabile sia per le (limitate) prospettive di classifica della squadra (peraltro già fuori dalla Champions) sia per tutto ciò che avrebbe comportato il trasferimento di una bandiera del Liverpool da Anfield a Goodison Park, mentre per un ritorno tra le fila dei Reds bisognava prima vincere le perplessità del tecnico Rafa Benitez il quale, al di là delle classiche dichiarazioni di circostanza (''Owen è un grandissimo giocatore, ma costava troppo''), non è mai stato troppo convinto dell’affare, e non a torto.

Oltre infatti a motivazioni di tipo economico (perché mai il Liverpool avrebbe dovuto sborsare 16 milioni di sterline per comprare un giocatore ceduto solamente un anno per 8 milioni più Nunez?), vi sono quelle di natura più tattica, dato che Benitez schiera il suo Liverpool con un 4-5-1 che prevede una punta centrale di peso (Morientes o talvolta Cissè, in attesa di vedere in azione il neo-acquisto Crouch), due esterni (Zenden e Luis Garcia, o in alternativa Kewell, quando gli infortuni lo lasceranno finalmente in pace) e un centrocampo a tre, un modulo che gli permette di sfruttare appieno gli inserimenti e il dinamismo di Gerrard. L’arrivo di Owen, fisicamente troppo gracile per fare la prima punta e inadatto a giocare da ala, avrebbe notevolmente complicato la vita a Benitez, un tipo che invece non ama andarsi a cercare problemi e, quando ne trova uno sulla propria strada, cerca di risolverlo alla radice (vedi Milan Baros). Il Newcastle perciò rimaneva, anche alla luce della cifra non indifferente chiesta dal Real, l’unica opzione disponibile per il giocatore se non voleva rimanere ad ammuffire a Madrid. La conquista del Pallone d’Oro, avvenuta nel 2001 tra numerose perplessità più (chi voleva lo vincesse Raùl) o meno (chi voleva lo vincesse Totti) condivisibili, ha fatto da autentico spartiacque nella carriera di Michael Owen: prima un potenziale fuoriclasse, dopo 'solamente' un ottimo giocatore, che però è cresciuto (calcisticamente) molto meno di quanto ci si aspettasse.

Eppure le premesse non potevano essere migliori. Nato a Chester il 14 dicembre del 1979, il destino di Micheal James Owen non poteva essere che quello di diventare un sportivo, visto che papà Terry aveva giocato da professionista con Everton, Bradford, Chester City, Cambridge United, Rochdale e Port Vale, e mamma Janette vantava un passato nell’atletica, ma anche il resto della famiglia non era da meno; calcio per Terry e Andrew, i fratelli maggiori con i quali Michael trascorreva interminabili pomeriggi a giocare sui campetti di Hawarden (località nella contea di Glwyd, Galles settentrionale, dove Owen ha trascorso la sua infanzia), hockey e podismo per la sorella Karen, pallavolo per la piccola Lesley. Inizialmente il giovane Michael viene indirizzato dal padre verso la boxe, in quanto il genitore è convinto che una tale attività gli sarebbe potuta un giorno venirgli utile. Il ragazzo però preferisce evitare di recarsi all’Hawarden Boxing Club per recarsi invece all’Hawarden Pathfinders Club, dove apprende i primi rudimenti del pallone; la sua prima vera squadra è però il Mold Alexandria di Howard Roberts, un insegnante di educazione fisica che fin dal primo momento ha intuito le enormi potenzialità di Owen il quale, con l’avallo del padre, viene aggregato alla squadra 'under-10'. Giocare con ragazzi di uno-due anni più grandi (l’esordio nel Mold avviene infatti all’età di sette anni) non sembra costituire un problema per il piccolo Michael, tanto che dopo appena una stagione (in cui realizza 34 reti in 24 incontri) viene selezionato per un provino per la squadra under-11 della primary school di Deeside; passata agilmente la selezione, gioca i successivi due anni con due squadre differenti, gli Hawarden Rangers e il St.David’s Park, raggiungendo al Jersey Festival del 1980 la cifra di 97 reti realizzate in carriera e riempiendo, alla medesima velocità con la quale si infila nel cuore delle difese avversarie, i taccuini degli osservatori di Everton (la sua squadra del cuore), Liverpool e Manchester United. Nessun affare però viene concluso, e non certo per miopia acuta dei succitati club, quanto perché le rigide regole della scuola di Deeside non permettono a nessuno dei propri di studenti di abbandonare le squadre scolastiche per trasferirsi in una società professionistica. Dopo Deeside arriva la High School di Hawarden, e si ingrossa il numero delle società che bussano alla porta di casa Owen.

Alla fine la spunta il Liverpool, anche se il giocatore non entra immediatamente nei Reds ma si iscrive alla FA School of Excellence di Lilleshal, un’accademia calcistica nella quale ogni anno vengono selezionati, al termine di una durissima selezione, i migliori giovani destinati ad entrare nell’orbita del calcio professionistico. Owen alterna la frequenza della School of Excellence con quella della scuola calcio giovanile del Liverpool. Nel 1996 sbarca definitivamente ad Anfield entrando in pianta stabile nella squadra giovanile del club, che conduce alla conquista della prima storica FA Youth Cup, regolando con una tripletta il Manchester United detentore del trofeo, cui farà seguito un’ulteriore rete realizzata nella finale della competizione. Intanto ha debuttao anche nella nazionale inglese under-15, presentandosi con un gol e realizzandone altri 11 nei successivi sette incontri, compresa un’amara sconfitta 4-2 patita dall’Inghilterra a Wembley contro la Germania Ovest. Successivamente salta l’under-16 e approda direttamente all’under-18, dove le sue qualità non tardano a farsi apprezzare: rapidità e freddezza sotto porta, accelerazione devastante, una quaterna rifilata all’Irlanda del Nord, e il suo nome comincia a comparire con buona frequenza sulle principali testate sportive del Regno Unito. Nel dicembre del 1996, pochi giorni dopo il suo 17esimo compleanno, Owen firma il suo primo contratto da professionista con il Liverpool; per l’esordio in prima squadra dovrà attendere poco meno di sei mesi, e precisamente giovedì 6 maggio 1997, trasferta a Londra contro il Wimbledon, partita dura che vede i Reds sotto di due gol. Lui entra e realizza, grazie all’aiuto di uno dei suoi idoli, Robbie Fowler, la rete del 2-1, che non porta punti alla squadra ma che gli permette di diventare, all’età di 17 anni e 143 giorni, il più giovane marcatore nella storia del Liverpool. C’è un nuovo grande talento in città, il suo nome è Michael Owen e la sua ascesa è inarrestabile.

Nel 1997 è il miglior giocatore inglese dei mondiali giovanili in Malesia, nella stagione 97-98 vince la classifica marcatori della Premier League con 18 reti (ex aequo con Dion Dublin e Chris Sutton) e al termine dell’anno viene votato miglior giovane del campionato inglese (PFA Young Player of the Year), l’anno successivo è nominato personaggio sportivo dell’anno dalla BBC, l’11 febbraio 1998 esordisce a Wembley con la maglia dell’Inghilterra (avversario il Cile) diventando, a 18 anni e 59 giorni d’età, il più giovane giocatore nel Ventesimo secolo a vestire la maglia della nazionale britannica; un altro record di precocità lo batte poco tempo dopo, quando realizza contro il Marocco la sua prima rete con l’Inghilterra diventandone il più giovane marcatore di sempre (almeno fino al 2003, quando verrà superato da Wayne Rooney). Poi arrivano i campionati del mondo in Francia e con essi la consacrazione a grande talento del calcio mondiale, avvenuta sotto forma di una splendida rete in dribbling realizzata contro l’Argentina nello sfortunato ottavo di finale che vede l’Inghilterra immeritatamente estromessa ai rigori. 28 reti realizzate nella stagione 98-99 dimostrano che il ragazzo non è un bluff, anche se fanno la loro comparsa i primi guai fisici, leggi stiramenti, che lo tormenteranno con insistenza lungo tutto il suo periodo di permanenza con il Liverpool, ma anche con la nazionale; è infatti un Owen non al top quello che si presenta agli Europei in Olanda e Belgio del 2000, e può quindi far poco (una rete nel suo stile contro la Romania) per evitare il naufragio di una delle più brutte nazionali inglesi viste negli ultimi anni. Il riscatto dal deludente europeo arriva con il Liverpool; è la stagione di grazia 2000/2001, e il paziente lavoro di ricostruzione della squadra affidato dalla dirigenza al francese Gerard Houllier comincia a dare i suoi frutti. Sami Hyypia, Robbie Fowler, Emile Heskey, Steven Gerrard, Gary McAllister e, naturalmente, Michael Owen sono i protagonisti della splendida annata che vede i Reds incamerare cinque-trofei-cinque: Coppa di Lega, FA Cup, Coppa Uefa (grazie al clamoroso 5-4 rifilato all’Alavès di Jordi Cruijff e Javi Moreno, quando quest’ultimo sembrava ancora un grande giocatore), Supercoppa Europea e Charity Shield.

Lasciatisi gli infortuni alle spalle, Owen torna a segnare a raffica; nel maggio del 2001 va in rete otto volte in quattro partite (tripletta al Newcastle, doppietta al Chelsea e, nella finale di Coppa d’Inghilterra, all’Arsenal), pochi mesi dopo supera Ian Rush quale miglior marcatore della storia del Liverpool nelle competizioni europee (il record era di 20 gol), quindi recita da attore protagonista firmando una tripletta nel 5-1 che l’Inghilterra rifila a Monaco di Baviera alla Germania (l’ultimo a riuscirci fu Geoff Hurst nella finale del mondiale casalingo vinto dai 'maestri del calcio' nel 1966) in un incontro di qualificazione ai Mondiali del 2002. Il Pallone d’Oro che gli viene assegnato nel 2001 non è quindi uno scandalo, ma il degno riconoscimento al giocatore-simbolo di una squadra tornata grande. Nonostante sia un mito indiscusso del club, a Michael Owen il Liverpool comincia però ad andare stretto; poco competitivo in Premiership, non all’altezza delle big in Europa. Dopo la conquista del Pallone d’Oro qualcosa si inceppa, e l’immagine di Owen comincia lentamente a sbiadirsi, così come le sue prestazioni. Da un giocatore con le sue potenzialità la gente si aspetta sempre tanto, ma viene accontentata sempre di meno. Gli infortuni non gli danno tregua e il suo fisico comincia a pagarne le conseguenze, perdendo qualcosa sotto il profilo della velocità e della brillantezza, e l’icona-Owen comincia ad incrinarsi, lasciando il passo in Inghilterra ai nuovi gioielli di Sua Maestà: Wayne Rooney prima, Frank Lampard e Steven Gerrard poi. La pressione cresce, anche troppo, e l’hype dei media è sempre in agguato, nonostante della vita privata di Owen emerga il minimo indispensabile, perché il giocatore è un professionista vero. Nel 2002 l’Inghilterra di Eriksson disputa un buon Mondiale, ma Owen, che pure aveva contribuito in maniera non indifferente alla qualificazione dei britannici alla manifestazione, non brilla, così come risulta anonimo due anni dopo agli Europei in Portogallo, quando oramai gli occhi di tutti sono però puntati sulla nuova sensation, vale a dire Wayne Rooney. Con il Liverpool continua a segnare, ma la squadra continua a non ingranare, e le belle notizie arrivano più dal campo affettivo (la nascita della figlia Gemma Rose il primo maggio del 2003) che da quello calcistico. Owen dichiara più volte di volere una squadra competitiva ai massimi livelli, e minaccia di andarsene da Liverpool se il club non si rinforzerà adeguatamente, cosa che a prima vista non sembra avvenire, dato che i Reds continuano a dire addio alle speranze di un’affermazione in Premiership (l’ultima è datata 1990) già sotto Natale.

Nell’estate del 2004 si fa avanti il Real Madrid, alla ricerca dell’ennesimo galactico da acquistare. Owen preme, il Liverpool cede, l’affare va in porto. Dopo undici anni e 118 reti in 216 partite di campionato, Owen saluta Anfield; sarà il più grande errore nella sua carriera. A Madrid infatti Michael Owen non è la stella ma il rincalzo, lo Zalayeta della situazione (con tutto il rispetto per un giocatore serio e di spessore come l’uruguaiano, che però...non è Owen), le critiche per una condizione fisica che non è mai al top non tardano ad arrivare, e sebbene facendo un bilancio della sua prima stagione di Liga non si possa dire che questa sia stata disastrosa (13 gol in 36 partite, ma solo la metà giocate da titolare), è innegabile che dal suo acquisto non ci abbiano guadagnato né il Real Madrid, a secco di successi per il secondo anno consecutivo, né lui, che per di più ha dovuto assistere alla vittoria in Champions League della sua vecchia squadra. Il destino a volte sa essere davvero bizzarro. Il Newcastle, quindi, per ricominciare, per tornare protagonista, per arrivare nelle condizioni giuste ai prossimi Mondiali del 2006. Già, i Mondiali, tutto per Owen è iniziato da lì, all’incirca sette anni fa. Il posto in nazionale non sembra essere in discussione, anche perché il reparto offensivo inglese, Rooney a parte, non sembra offrire, salvo exploit dell’ultima ora, alternative validissime. Ma l’avventura con la Toon Army può anche nascondere insidie non previste, perché a fianco di sua maestà Alan Shearer hanno fallito in tanti, da Tomasson a Kluivert a Bellamy. L’ambiente poi non è dei più sereni e molti talenti, da Hugo Viana al gioiellino Milner, si sono bruciati o hanno fatto le valigie (il francese Robert e Jermaine Jenas). ''Owen è l’acquisto giusto per riportare in alto il Newcastle'', ha sentenziato il tecnico dei Magpies Greame Souness. Ma la vera domanda da porsi è: il Newcastle è la squadra giusta per riportare in alto Owen?

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