venerdì, dicembre 16, 2005

La Storia che lui non conosce

Paolo Di Canio, esempio del calcio indecente che trionfa negli ultimi tempi, avrà pure il diritto, come dice il folkloristico Ignazio La Russa, di andare a omaggiare, con un saluto romano, le curve laziali che sventolano croci celtiche, bandiere uncinate e una immonda nostalgia per il nazismo. Se l'ideologia dei campi di sterminio è un valore per Di Canio, svolga pure il suo rito macabro finché qualcuno non lo condannerà in base all'ordinamento del nostro stato. Un ordinamento, ci rifletta l'attaccante laziale, che ci siamo dati per non dimenticare una dittatura che produsse «leggi razziali», persecuzione verso gli ebrei e i rom (in migliaia avviati dall'Italia fascista a campi di sterminio) e che fu la causa di una guerra civile fra le più crudeli del secolo passato. Qualcuno però dovrà chiarire, una volta per tutte, a Di Canio che il paese di cui è cittadino non si è dato quelle leggi per proteggere colpevolmente l'altra ideologia, il comunismo, anch'esso sconfitto dalla storia.

L'Assemblea Costituente dell'Italia repubblicana condannò l'apologia del fascismo perché Mussolini e la sua dittatura erano stati complici e conniventi dei valori del nazismo. E l'ideologia cara a Hitler era nata proprio come esaltazione di una razza, quella ariana, sulle altre e con la convinzione che chi non accettava questo credo, andasse eliminato.

Il comunismo invece nacque nell'utopia di liberare non solo i servi della gleba che la Russia degli Zar produceva (condannando il 90% della popolazione all'ingiustizia sociale e alla fame), ma anche di affrancare dall'indigenza tutti gli esseri umani che nel mondo erano esclusi dalla vita per le leggi del mercato e del capitale, tanto care a molti che si autodefiniscono democratici.

Purtroppo quasi dovunque il comunismo ha fallito questo obiettivo, ma c'è differenza fra un'ideologia che nasce per distruggere e un'altra, invece, per costruire. Oltre tutto proprio per fermare il delirio nazifascista che Di Canio e quelli come lui esaltano negli stadi, venti milioni di sovietici si sono immolati nella guerra al terzo Reich e un milione solo nell'assedio di Stalingrado. Questo sacrificio era evidentemente ben chiaro ai nostri padri costituenti quando scrissero la più avanzata costituzione d'Europa, che ora proprio un premier di centrodestra sembra voler cancellare, annientare.

Forse quegli imbecilli con le bandiere dalle croci uncinate che Di Canio sente di dover omaggiare con il saluto romano sono, in molti casi, l'avanguardia di qualcosa che è stato messo in marcia per sfaldare una democrazia che, pure con molta fatica e contraddizioni, ha assicurato qualche diritto civile anche ai ragazzi manovrati e usati delle curve dei nostri stadi di calcio.

Al contrario di quello che hanno scritto ieri Smargiasse e Liguori sul manifesto, io infatti so che la politica è già entrata da tempo negli stadi, anzi, tiene gli stadi e le stesse società in ostaggio. E non è la faccia più bella della politica, ma quella più arrogante, trinarciuta e bruta. Perché ognuno è libero di esprimere le proprie idee in ogni luogo, compreso lo stadio, ma non ha il diritto, sempre secondo le nostre leggi e secondo quelle della morale, di inneggiare, esaltare, ostentare i «valori» a cui Di Canio si ispira, valori che hanno rappresentato la parte più vile dell'essere umano nell'ultimo secolo trascorso. Sa qualcosa Di Canio dei massacri compiuti dall'Italia fascista in Etiopia, dove intere popolazioni sono state annichilite dal gas asfissiante? Ha mai visitato i campi di sterminio di Auschwitz o di Buchenwald? Se ci avesse portato i propri figli, forse non assumerebbe l'atteggiamento provocatorio che ostenta adesso, affermando che «siamo in mano alla comunità ebraica».

L'occupazione degli stadi da parte di queste milizie dovrebbe suggerire a politici seri un'indagine parlamentare perché è palese che non sono più «quattro cretini» a cavalcare questo delirio, ma settori della nostra società, ora coperti perfino dai La Russa, che hanno deciso di utilizzare l'omertà che vige purtroppo spesso fra i tifosi di certe squadre (Lazio, Roma, Inter, Milan, Juventus, Brescia, Verona), come prova generale di chissà quali azioni e follie future in nome della presunta appartenenza a una fede basata sul pallone.

Dovrebbero essere i tifosi autentici, i veri ultrà, a espellere questi energumeni pilotati e avvolti nelle bandiere naziste, queste squadracce incredibilmente vicine alle stesse idee politiche di destra di alcuni settori delle forze dell'ordine che però, negli scontri degli stadi, sono soliti considerare loro nemici e infami repressori, come dimostra l'incredibile assalto al commissariato di Fuorigrotta, a Napoli, dopo la partita di Coppa Italia Napoli-Roma.

Un corto circuito che rivela l'esistenza comunque di una nuova rete di eversione di destra, che ha come scusa il calcio, ma è pronta per un'altra «strategia della tensione». Una realtà che per ora viene ignorata dalle istituzioni democratiche ed è frutto di un'informazione sempre più disonesta e di quel famoso revisionismo storico che porta in questi giorni Bruno Vespa in tutte le trasmissioni televisive pubbliche e private, frequentate per reclamizzare il suo nuovo libro, a sostenere, fra un tortellino alla «Prova del cuoco» e una preghiera alla trasmissione religiosa, che la Resistenza verso i fascisti in Italia fu più sanguinaria e feroce dell'occupazione nazista e delle crudeltà dei repubblichini di Salò.

Vespa purtroppo ha dimenticato le migliaia di massacri perpetrati in Italia durante la ritirata nazifascista verso il nord e nascosti per mezzo secolo nei documenti dell'«armadio della vergogna» alla Procura militare. Se avesse letto il libro che Franco Giustolisi due anni fa ha ricavato, per l'editore Nutrimenti, da quelle testimonianze (redatte spesso dalle varie stazioni dei carabinieri dove avvenivano le stragi), forse avrebbe più pudore nel rivisitare quella parte della nostra storia. Ma Giustolisi non ha avuto la possibilità dei passaggi televisivi di Vespa. In questo caso molte persone, anche di quelle manipolate negli stadi dall'estrema destra, avrebbero saputo che non ci fu soltanto l'infamia di Marzabotto o di Sant'Anna di Stazzema, dove i bambini venivano lanciati in aria dalle SS per essere colpiti al volo, in una sorta di tiro a segno, ma che furono migliaia i massacri avvenuti. La cartina geografica del nostro paese, con tutti i luoghi di quelle carneficine, rappresenta una pagina agghiacciante e un'accusa a tutti coloro che hanno nascosto, ai Di Canio di turno e ai suoi seguaci, la verità su «valori» assolutamente falsi e inquietanti. Queste verità non avrebbero certo giustificato gli eccessi della Resistenza, ma avrebbero fatto capire cos'è stata la guerra civile in Italia e imposto un'esigenza di chiarezza.

Ora invece, dopo il saluto di Di Canio, trionfa la solita ambiguità politica e, nel caso particolare, l'egoismo e l'ipocrisia del nostro calcio, che, vedrete, continuerà a ignorare questi imbarazzanti segnali, sostenendo magari che Di Canio è un passionale e che, in fondo, negli stadi certe esibizioni riguardano solo «quattro cretini». Finché succederà il fattaccio.

g.mina@giannimina.it