giovedì, dicembre 22, 2005

Stranieri. Le prime volte.

Fortunato solo alla fine
di Christian Giordano
> 15/12/2005



Fiorentina - Dall’Argentina arriva via Siviglia (57 presenze, 24 gol) il campione del mondo Ricardo Daniel Bertoni, ala destra grande rivelazione dell’Independiente (1973-78), dove era arrivato dopo i due anni nel Quilmés, in seconda divisione, e aveva trovato un’ideale rampa di lancio in un altro Ricardo, il geniale “Bocha” Bochini, già sua spalla al Mondiale giovanile di Cannes ’72. Al Mundial ’78 il Ct Menotti non lo schierò subito titolare ma quando lo fece entrare al posto del più quotato (e dotato) ma discontinuo Houseman, al 68’ del match di esordio contro l’Ungheria, Bertoni giocò bene e segnò all’83’ il gol vincente e così “el Flaco” non lo tolse più di squadra. Daniel realizzò anche la rete del 3-1 in finale contro l’Olanda, quella che chiuse la partita. Calzettoni abbassati, maglietta fuori, ciuffo ribelle, il ragazzo di Bahía Blanca (un posto speciale se è vero che da lì vengono talenti come lui e il cestista NBA Manu Ginóbili), dove è nato il 14 marzo 1955, è tuttora fra i campioni più amati dal popolo Viola. I Pontello lo portano a Firenze come ala, e lui continua a segnare (27 gol in 97 gare, compreso quello, storico, che l’8 marzo ’81 valse il 2-1 sull’Inter a San Siro) anche se partendo da una posizione più defilata, quasi di raccordo tra attacco e centrocampo. L’anno dopo, si rivela la spalla perfetta per Ciccio Graziani e lo squadrone con Giovanni Galli, Vierchowod, Antognoni, Pecci e il giovane tornante Massaro contende fino all’ultimo lo scudetto alla Juventus. Oggi osservatore viola per l’Argentina, Bertoni a Firenze (dove nell’82-83 saltò mezza stagione per epatite virale) non ha vinto niente, come a Napoli (1984-86) e a Udine (1986-87), ma è rimasto nel cuore dei tifosi. Essendo un sentimentale, l’anno scorso ha accettato la bollente panchina del “Rojo”, che oggi è già di Julio César Falcioni.

Inter - “Schneckerl”, Lumachina: un soprannome un programma per il viennese (8-8-1955) Herbert Prohaska, regista classico chiamato a rinforzare i campioni d’Italia. Lento (pure nel lasciare lo spogliatoio, dal quale esce sempre per ultimo), elegante ma soprattutto adattissimo al gioco-ragnatela tanto caro al flemmatico allenatore Nils Liedholm, che lo volle accanto a Falcão per vincere lo scudetto nella piazza forse più difficile: Roma, sponda giallorossa. Accadde nell’82-83. Prima, due discrete stagioni (8 gol in 56 partite) che il nazionale austriaco trascorse a tessere la manovra del centrocampo interista. In nerazzurro, dove approda dopo 7 stagioni con l’Austria Vienna, vince un Mundialito e la Coppa Italia ’82. Poi viene sbolognato senza tanti complimenti (e da parte sua con qualche mugugno) per far posto al connazionale Walter Schachner e a ad Hansi Müller. Il primo non arriverà mai (il suo posto sarà preso da Juary, che doveva fungere da contropartita da girare al Cesena). Il secondo, talentuoso doppione di Beccalossi, non sarebbe mai dovuto arrivare. Nella capitale succede lo stesso: nell’83 arriva Toninho Cerezo e gli mostrano la porta, che il baffuto Herbert prende per tornarsene da dove era venuto. Se ne esiste una, la prova dell’assunto che non sempre, nel calcio, giocare bene significa meritarsi la conferma.

Juventus - La Vecchia signora è tale anche allora: difficilmente sbaglia il colpo. Infatti va sul sicuro reclutando il regista William (Liam) Brady (13.2.1956), all’Arsenal dal 1971, che la ripaga con due scudetti consecutivi vinti da protagonista: 8 gol nel primo, il rigore decisivo per il secondo (quello della seconda stella). Trasformato sapendo già di dover far posto a Platini. Sinistro magico, fosforo e classe vendere (in campo e fuori), il dublinese aveva come unica pecca la scarsa velocità, di gambe ma non di pensiero. Dopo i bienni a Samp e Inter e una stagione all’Ascoli, chiude in patria: tre anni al West Ham United. Un grande.

Napoli - Un grandissimo invece se lo assicura la coppia Ferlaino-Juliano, presidente e dg partenopei. È Ruud Krol, terzino sinistro del grande Ajax (1968-80) e dell’Olanda seconda a Monaco '74, che chiude da libero la sua straordinaria carriera. Ancora oggi, venticinque anni dopo, mastica un discreto italiano reso comprensibilissimo dall’ampio gesticolare, vezzo tutto italiano e napoletano in particolare. Krol (Amsterdam, 24-3-1949) sbarca in riva al golfo dopo una stagione spesa nei Vancouver Whitecaps della North American Soccer League. Un contesto ipocompetitivo per quel talento straordinario cui si accompagna un fisico ancora straordinario. Baricentro basso, spalle a quattro ante, coordinazione, spirito competitivo e leadership come accessori naturali di una classe senza confini. La squadra non è alla sua altezza ma non è male: Castellini in porta, Bruscolotti e Ferrario mastini, Marangon fluidificante, Nicolini nel mezzo e là davanti i gol di Claudio Pellegrini e i ghirigori di “Flipper” Damiani. Alla fine è terzo posto. L’olandese resta altri tre anni (un gol in 107 gare di A) poi sverna per due anni a Cannes, in seconda divisione. Mica scemo. Oggi corre tutti i giorni per un’oretta all’Amsterdam Arena, poi dirige l’allenamento come secondo all’Ajax. Mito sempre vivo.

Perugia – Anche gli umbri pescano in Sud America solo che in B ci vanno subito. Dall’Argentina arriva Elio Sergio Fortunato, che segna il suo primo gol in A a 9’ dal termine della 29ª e penultima giornata: 17 maggio, Inter-Perugia 3-1. Fortunato entra al 46’ al posto di De Rosa. E' invece titolare all’andata, quando l’Inter vince 2-0 con una rete per tempo di Oriali e del suo straniero, Prohaska. Per i Grifoni, che in casa hanno sempre pareggiato, il primo stop interno. L’argentino si è fatto attendere ma poi ci prende gusto e replica sette giorni dopo contro il Torino, battuto 1-0. Fanno 12 presenze e 2 gol, non male per uno il cui vero lavoro, così dissero le malelingue, era quello di commerciante di vini. Prima di andare a piazzare bottiglie, però, il giocatore mai rimpianto dal patron Franco D’Attoma farà altri due tentativi: in Spagna, due anni al Las Palmas, e in Austria, al Favoritner Vienna, degna chiusura di una carriera spesa in patria fra Kimberley (1974), Racing Avellaneda (1975-1976), Quilmés (1977) ed Estudiantes la Plata (1978-80).

da indiscreto.it

1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

scrivi benissimo!

8:22 PM  

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