sabato, dicembre 17, 2005

Tazio Roversi

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Perché Tazio? Come Nuvolari. Era biondo biondo, su queste figurine dove stava sempre col sole in faccia e le smorfie più strane. Era terzino, anzi terzinaccio e marcatore, come quelli che andavano una volta. Non c’era da fluidificare, da fare la diagonale, da sovrapporsi. C’era da pigliare uno, francobollarlo e cancellarlo dal campo. Al resto pensavano gli altri. Così, quando si parlava del Bologna ce lo avevi in mente, in linea di massima: Roversi, Cresci, Perani, Bulgarelli, Savoldi. Il resto era contorno. E il Genoa, che aveva grandi tradizioni in casa propria, a Bologna ci perdeva quasi sempre, porca vacca. Tazio giocò pure in nazionale, in Austria: mi ricordo di quel giorno che ero da mio zio a vedere la partita, in cui un certo Hof ruppe una gamba a Giggirriva. Mi ricordo che mi chiedevo come si faceva adesso che la gamba era rotta e se Riva poi guariva. Tutti amavamo Gigi Riva alla follia. Pochi, fuori da Bologna, Roversi. Che però giocò tanti anni, da diventare quasi un amico: uno che lo avevi attaccato per tanti anni sull’album delle figurine, e intanto crescevi e giravi con le ragazze e lui ancora giocava. Immarcescibile. Oppure no, perché il calvario di Tazio lo conoscono in pochi davvero. Appena terminata la carriera, Roversi ebbe improvvisamente a soffrire di epilessia. I medici gli diagnosticarono un tumore al cervello, che ne limitò progressivamente le capacità motorie fino ad ucciderlo, nel 1999, a 52 anni. Il caso di Tazio è stato studiato anche da Guariniello, nella sua complessa indagine sulle morti sospette dei calciatori, e qualcuno ha messo in relazione la terribile malattia con la sovraesposizione del calciatore agli impatti con la testa. Sia come sia, roccioso in campo, Tazio avrà saputo resistere anche alla malattia, ben più forte di un’ala sinistra.

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