giovedì, dicembre 15, 2005

Tra i pali.

Pierluigi Pizzaballa
Nato a Bergamo il 14 settembre 1939
Portiere, altezza 175 cm, peso 71 kg
Esordio in Serie A: 3 febbraio 1963 Atalanta-Milan 2-2
Esordio in Nazionale: 18 giugno 1966 Italia-Austria 1-0
In Serie A: 275 gare e 303 gol subiti
In Nazionale: una gara e zero gol subiti
Ai Mondiali: convocato tra i 22 nel 1966

Notare l'altezza..

Tra i giocatori diventati famosi più per la stranezza del cognome che per le prestazioni in campo, Pierluigi Pizzaballa è uno dei più leggendari, al pari di Longobucco, Scarnecchia, Chierico, Negrisolo e Frustalupi. Al di là degli scherzi, Pizzaballa è un ottimo portiere, classico, essenziale, elegante, sicuro.
Inizia e chiude la carriera nella sua Bergamo, difendendo la porta dell'Atalanta ma vince anche con la maglia della Roma e del Milan. Nella sua personalissima bacheca finiscono quattro coppe Italia (Atalanta 1963, Roma 1969, Milan 1972 e 1973) e una copa delle coppe (Milan 1973).
Nel 1966 esordisce in Nazionale giocando il secondo tempo di una gara amichevole contro l'Austria al posto di Albertosi e così Fabbri lo convoca per i Mondiali d'Inghilterra come terzo portire, riserva del già citato Ricky e di Roberto Anzolin. Ma quei 45 minuti rimangono la sua unica presenza in azzurro.

foto qui


foto Coppa Italia con l' Atalanta qui

e qui c'è un' intervista recente...


Il portiere che si pensava
fosse solo una figurina

di Massimiliano Castellani

Anno 1966, "la regina d'Inghilterra era Pelè", cantava Antonello Venditti: a Bergamo il principe dei pali era Pierluigi Pizzaballa. Al 27enne portiere "acrobata" dell'Atalanta, settimo di una famiglia di otto fratelli, per i quali lui è sempre rimasto il "Ligi", accadde di tutto. Aveva sfondato nel grande calcio, alla faccia di tutti quelli che ghignavano: "Ma dove vuoi andare con un cognome così?...". Spalle larghe e mani grandi, il Ligi lasciò di sasso i maligni. Nel '66 lo comprò la Roma e Ferruccio Valcareggi lo fece debuttare in azzurro. In mezzo la morte della mamma Massimina, nella notte in cui era in viaggio verso Coverciano. In quell'estate del '66 annunciava il matrimonio, che stava quasi per saltare, perché la "gelosa" Lucia, detta "Luci", non aveva gradito la risposta rilasciata in un'intervista dal suo Ligi in quel suo primo ritiro azzurro. Alla domanda del cronista: "Pizzaballa, qual è l'attrice che le piace di più?". Con candore rispose: «Sofia Loren». La bella Lucia, magra e slanciata con il fisico di gazzella, si era specchiata in quella pagina e aveva trasecolato: «Ma allora cosa c'entro io, se il suo modello di donna è la maggiorata?...». Incidente diplomatico ricomposto, 37 anni dopo alla bella faccia anche della Loren, Ligi e Luci sono uniti più che mai, sposi e genitori felici di Pier Paolo e Sara.
Di quegli anni forse l'unica ombra è rimasto quel 7-1 con l'Atalanta, a Bergamo contro la Fiorentina.
«Sì, ma poi ho scoperto che tutti i grandi portieri ne hanno presi 7. Un numero magico di gol incassati che è toccato a Combi, Jascin, Zoff. Cinque di quei sette me li segnò "uccellino", Kurt Hamrin. Ancora oggi quando mi incontra apre tutto il palmo e mi saluta mostrandomi il cinque: "ciao Pizzaballa"... Simpatico no?».
Simpatica quanto la storia della sua figurina sull'album Panini, una sorta di misterioso Gronchi rosa del calcio.
«Nessun mistero, io credo che andò così: quell'anno, nel 1962, ero il secondo di Com etti e subentrai a metà campionato. Ai tempi quelli della Panini venivano una volta sola a fare le foto ai giocatori. L'anno dopo mi feci male con la Nazionale militare e saltai un'altra volta la foto. Allora, forse, visto che si era sparsa la voce che la figurina di Pizzaballa era rara, ne stamparono poche apposta. Comunque quando la cosa diventò un tormentone dissi a tutti: "signori io ho giocato 22 anni a calcio e ne ho fatti 16 di serie A, mica sono solo una figurina..."».
Nessuno lo ha mai messo in dubbio, anzi più che con un portiere di calcio sembra di parlare con un filosofo...
«Perché, forse il portiere non lo è?... Il ruolo lo costringe a pensare e vivere in solitudine come scrisse il poeta. Una solitudine riflessiva che ti permette di valutare e prevedere lo sviluppo delle geometrie dei tuo compagni e trasmettergli quella intuizione, proprio come un filosofo, il numero "1" in campo».
Oggi però i portieri preferiscono stamparsi sulla maglia cifre che vanno dal 10 al 99...
«Per me portare il numero 1 significava esserlo sul serio e dimostrarlo in campo. Oggi non lo amano più, perché forse non riescono a fare altrettanto».
Buffon e Toldo sembrano fedeli alla tradizione. Chi preferisce tra i due numeri "1" azzurri?
«Buffon, e non lo dico solo ora. Già cinque anni fa pensavo che era più forte di Toldo. Se si applica, ha tutti i numeri per diventare un portiere vero ed entrare nella storia».
Perché dice "portiere vero"?
«Esistono due categorie di portieri. Quelli veri, cioè storici, nella mia generazione erano Sarti, Zoff, Lido Vieri, Anzolin, e se permettete Pizzaballa. Ma il migliore di tutti è stato Ricky Albertosi: fortissimo e teatrale, uno che se avesse avuto la mia serietà professionale oggi sarebbe ricordato come Zamora. I portieri finti invece sono quelli di adesso che non hanno la coscienza e lo studio del proprio ruolo. Vedo in giro tanti di quei gigantoni scoordinati. Che rabbia quando vedo in tv che commettono certi errori bestiali...».
Non si arrabbi, ci dica piuttosto: come è diventato portiere?
«Per un "dispetto" dei miei fratelli. Quando mi portavano a giocare mi dicevano: "tu Ligi sei il più piccolo, quindi vai in porta". Quella che ai loro occhi doveva essere una punizione, io l'ho trasformata in un mestiere».
Un mestiere ben fatto, con tanto di record degno di una pagina di Osvaldo Soriano: due rigori parati in un minuto.
«Fu durante un Fiorentina-Milan. Primo rigore, batte De Sisti, lo paro. Rinvio, riprendono palla quelli della Fiorentina che arrivano subito in area: secondo rigore. Torna sul dischetto De Sisti e io lo paro ancora. Una barzelletta...».
Anche che ha abbandonato da tempo il mondo del calcio è una barzelletta?
«Ho chiuso con il professionismo 15 anni fa. Lasciai l'incarico di dirigente del settore giovanile dell'Atalanta il giorno che mi avevano affiancato un personaggio che ritenevo nocivo per la crescita e l'educazione dei ragazzi... Meglio il volontariato, con i miei 200 ragazzini dell'Antoniana e poi la scuola calcio Celadina in cui dò una mano a mio figlio Pier Paolo».
Il volontariato e le scuole calcio di stampo oratoriale salveranno questo calcio?
«Forse. Ma nelle nostre scuole non esiste purtroppo una materia come la storia dello sport. La crescita psicofisica dei ragazzi passa per la conoscenza del pensiero sportivo, ma occorrono strutture modello college e impianti funzionali ovunque. Solo così potremo avere in futuro quella cultura sportiva che adesso manca e che tutti in Italia continuano ad invocare invano».

Pierluigi Pizzaballa. Lui giocava, discreto portiere, come ce ne sono tanti, non un mediocre, un buon professionista, con tanto di dignitosa carriera. La sua fama e il suo nome sono tuttavia legati ad un evento che non ha nulla a che fare con i campi di gioco. La sua faccia, stampata sulle figurine Panini, non usciva quasi mai. La più rara delle foto rare. Peggio di Prati e di Lodetti. L'assenza, il non esserci, l'ostinazione ad occultare il suo alter-ego virtuale lo rendono immortale. E se in realtà la figurina di Pizzaballa avesse ucciso il vero portiere, lasciando così l'album vuoto per correre in porta? "Pizzaballa e il suo doppio" è un tema che meriterebbe la penna di Poe, Borges, Calvino, Dick o Buzzati.

Alla grande Gigi, alla grande !