venerdì, dicembre 16, 2005

Un altro pensiero su Johan...

Un pensiero della Fondazione Bonarda.
Quando gli olandesi inventarono il calcio totale avevano anche un prototipo di giocatore totale: Johan Neeskens. Un fenomeno, capace di attaccare, difendere, segnare, scolarsi barili di birra, litigare, fuggire in america, rinunciare alla nazionale dopo essere sbarcato dall’Ajax al Barcellona, e via così. Ma erano i ruggenti anni 70, non c’era manco l’antidoping e, insomma, basettoni e capelli lunghi la facevano da padrone. Così Neeskens impazzava nel ritiro delle meraviglie, dove i tulipani prendevano a calci, oltre al pallone, anche tutti i luoghi comuni del calcio. Macché ritiro, macché astinenza, macché numeri di maglia, macché ruoli fissi, macchè. Vi prendiamo a pallate e basta. Johan è un po’ una figura simbolica, perché comunque è rimasto giocatore incompiuto, come altri grandi talenti di quell’immensa squadra (Rensenbrink, per esempio, ma ne parleremo). A differenza di Cruijff e di Ruud Krol, che si consacrarono tra i grandi del calcio. Forse per spirito olandese, per cui rincorrere i piccioli è interessante quanto e più che giocare a pallone. Chissà. La magnifica cicala con la maglia arancione centrò due finali mondiali, incappando in entrambi i casi nel paese organizzatore. Perse a Monaco contro la tosta Germania di Muller e di Overath, perse a Buenos Aires più per l’arbitro Gonella che per Kempes e Ardiles. Perse pure gli europei del 76, contro Nehoda e Ivo Viktor, ma in semifinale. Insomma, una tragedia, ma anche un grande spettacolo. Dopo qualche problema di vita sregolata, Neeskens (mi pare) rientrò nel giro della nazionale, come assistente di Frankie Rijkaard. Era un’altra faccia del calcio su cui fantasticavamo, almeno io. Chi non si ricorda l’Olanda già qualificata per gli europei che venne a perdere volontariamente contro l’Italia, irridendo il nostro calcio speculativo con novanta minuti di passaggi orizzontali (melina) senza mai cercare di costruire un’azione? Segnò Capello, per la meno gloriosa delle vittorie, e per la più buia delle giornate di calcio. Per questo, abbagliato dal mito, allora li ammirai. Per questo, a distanza di ventisette anni, mi stanno profondamente sulle scatole. Perché potevano essere uno spot per la sportività, ma preferivano di gran lunga essere spocchiosi e antipatici come il loro straordinario capitano, Johan Cruijff. Perciò si sono meritati tutte quelle finali perse, affanculo. E gloria eterna.
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