martedì, gennaio 31, 2006

indiscreto.it

riporta questo articolo di C. Giordano/fonte Guerin Sportivo

Il ghetto dentro

«Puoi lasciare il ghetto. Ma è il ghetto che non lascerà mai te». Qui dentro c’è tutto, passato presente e futuro di tanti campioni che, anche per via delle proprie origini, mai saranno campionissimi. Non solo Antonio Cassano, Zlatan Ibrahimovic e Wayne Rooney, simboli planetari del potrei ma non voglio ma forse solo vittime del più classico vorrei ma non posso. Senza scomodare qui i sacri testi di psicologia (non solo) dello sport, ovviamente utili a esplorare gli eccessi di aggressività in cui cadono molti sportivi figli di situazioni difficili, è fin troppo elementare individuare nel background di tanti atleti “problematici” la loro forza e il loro, invalicabile, limite. Il calcio ha portato via Cassano dai malfamati sottani (l’equivalente pugliese dei “bassi” napoletani, piccoli alloggi a livello della strada, ndr) di Bari vecchia – dove non si avventura nemmeno la polizia – ma l’esservi cresciuto non gli consente di spiccare l’ultimo volo, quello che la sola tecnica, pur eccezionale ma spesso dissociata dalla disciplina mentale, non può assicurargli. E qui non si parla delle “cassanate”, ma di normali regole comportamentali e, verrebbe da dire, di educazione. Il minimo sindacale per non comprometterne le enormi potenzialità sul campo. Fuori, dovrebbero essere fatti suoi, anche se è forte il sospetto che il “male oscuro” stia proprio là, nei demoni personali e nella sfera privata. La forza e la “sragione” che da ragazzino gli facevano umiliare gli avversari a colpi di tunnel e mandando in gol “Tovalieri”, l’amico poliomelitico che dell’ex bomberino romanista aveva preso il nome ma non le gambe. Chissà come sarebbe finita se Antonio fosse cresciuto col padre, Gennaro (sposato con un’altra donna, dalla quale aveva già quattro figli), che avrebbe voluto chiamarlo chiamarlo Paolo in onore di Rossi, finalista mundial il giorno prima che il futuro Pibe de Bari venisse al mondo. Mamma Giovanna andò sul santo, ma fin qui il miracolo si è compiuto a metà.

È andata meglio a Zlatan Ibrahimovic, per dove è nato, cresciuto e diventato grande se non ancora grandissimo. Il papà lui ce l’ha, si chiama Sefik ed è un bosniaco immigrato a Rosengåard, periferia difficile ad elevato tasso di disoccupazione (per gli standard locali) di Malmö, in Svezia, dove ha sposato Jurka, bosniaco-croata. Chi c’è stato sostiene che quegli enormi casermoni prefabbricati (che i tedeschi chiamano Plattenbau) molto diffusi nell’Europa centrale e dell’est, siano migliori di molti palazzi della Roma-bene ma questo è un altro discorso. Zlatan, già fumantino di suo, conosce sulla propria pelle sin da ragazzino la differenza tra chi in Svezia c’è nato, e magari è biondo e con gli occhi azzurri, e chi invece ci è arrivato per via della guerra o dei suoi derivati. Come non bastasse, l’alcolismo violento di Sefik gli ha reso l’infanzia un inferno, eppure è proprio in suo onore che ha deciso di far scrivere sulla propria maglia il cognome e non il nome come ai primi tempi all’Ajax, l’altra società dopo il Malmö e prima della Juventus a cui deve quel che è. La controprova non c’è, il sospetto che in altre piazze si sarebbe perso sì.

Non si è perso, anche se a volte continua a mettercela tutta, Rooney, altro giovanissimo impasto di classe, furore agonistico e, diciamolo, qualche venerdì assente non sempre giusticato. Applausi agli arbitri, cartellini à gogo (nel 2003 più dei gol, 12 a 9), le rivelazioni sui tradimenti (con le prostitute) inflitti alla fidanzatina storica Colleen McCloughlin. Sembra che non ci sia pace per il più giovane nazionale nella storia del calcio inglese. Liverpudlian dentro, per il figlio della working-class cresciuto in una “council house” di tre stanze (con papà Wayne, mamma Jeanette e i fratellini Graham e John) nel sobborgo di Croxteth, c’erano solo il calcio e l’Everton. Al Man United il compito di fargli capire che nella vita di un campione può esserci altro, ma non troppo. Da identiche condizioni, ma a Toxteth, quartiere povero di una città già povera, proviene Robbie Fowler. Un altro che, come l’omonimo van Persie (Arsenal) e Cristiano Ronaldo (Man Utd), più fortunati, è stato più vittima che carnefice nel finire in pasto ai tabloid. La classe non era la stessa, il ghetto sì. Tu puoi anche lasciarlo, ma quello non ti lascia mai.

Christian Giordano

Strani incroci tra Cava dei Tirreni e Genova/prima puntata



1981-982 La Cavese vince 2 a 1 a San Siro.
Qui il video da Novantesimo minuto con
Gianni Vasino e Paolo Valenti.



Per vederlo occorre il Real Player

ma Cava dei Tirreni e Genova hanno un sacco di storia in comune.
Dite di no?

Allora iniziamo cosi'...e fidatevi. Parola di Effe Lipper !

Virgilio Levratto.

Il calcio in Italia iniziò a decollare sotto l’aspetto della popolarità all’indomani del primo conflitto bellico mondiale. Attraversata senza troppe difficoltà la fase pionieristica, il football, come a quel tempo tutti lo chiamavano, attecchì nella fantasia popolare soprattutto grazie alle prodezze dei singoli giocatori, che piano piano si elevavano ad idoli indiscussi delle folle. Prima dell’avvento di Giuseppe Meazza, primo vero campionissimo del nostro calcio, si distinse un certo Virgilio Felice Levratto, che non a caso si guadagnò l’appellativo di “sfondareti”. Levratto era nato il 26 ottobre del 1904 a Carcare, un piccolo paese in provincia di Savona, e si era rivelato subito alle cronache del calcio nazionale, ricoprendo il ruolo di centravanti nel Vado Ligure. Alla guida di quella piccola squadra raggiunse subito un traguardo importante nella sua carriera, trionfando nella prima edizione assoluta della Coppa Italia. Il 16 luglio del 1922 il Vado vinse in finale di misura ai danni dell’Udinese con un gol proprio di Levratto al 118’. Con grande stupore del pubblico il tiro del centravanti, oltre che piegare il malcapitato portiere friulano, sfondò anche la rete stessa della porta. Di lì alla popolarità il passo fu brevissimo ed il giovane Virgilio scalò rapidamente gli onori della cronaca sportiva italiana.

Il 25 maggio del 1924 esordì anche in nazionale, pur militando in II Divisione con lo stesso Vado, affermandosi comunque come uno dei migliori uomini a disposizione di Vittorio Pozzo. Nel 24/25 firmò un contratto importante con l’Hellas Verona, mentre dal 25/26 al 31/32 si impose come centravanti del Genoa, la migliore e più popolare squadra italiana del periodo.

Tuttavia Levratto si ritagliò un posto consistente nella leggenda del calcio azzurro proprio con la maglia della nazionale italiana, che vestì in ben 28 occasioni segnando 11 reti. Per la prima volta dal suo esordio l’Italia riusciva a raccogliere qualche soddisfazione importante in campo internazionale. Il maggior appuntamento calcistico mondiale dell’epoca si riconosceva nelle Olimpiadi, in quanto la Coppa del Mondo si sarebbe disputata soltanto a partire dal 1930. Nel 1924 i giochi di Olimpia si svolsero a Parigi e alla trasferta transalpina prese parte anche il buon Levratto, che fece conoscere al mondo intero il suo tiro proibito. L’Italia si spinse fino ai quarti di finale eliminata dalla Svizzera, ma le giocate di Levratto rimasero impresse nella memoria dei tifosi. Nella gara contro il Lussemburgo il nostro centravanti sferrò un tiro di tale potenza da tramortire il portiere Bausch, svenuto addirittura dopo il violento impatto con il cuoio. In un’azione successiva Levratto si trovò ancora al cospetto del povero Bausch, che terrorizzato scappò via dai pali lasciando incustodita la porta. Levratto cavallerescamente evitò di far gol nella porta sguarnita. Fu un episodio che oltre a consacrarlo centrattacco di successo gli fece guadagnare enorme simpatia e popolarità. Virgilio si segnalò oltre che per la sua tecnica e la sua abilità balistica anche per la grande disciplina, la lealtà in campo e l’umiltà.

Eppure la sua popolarità si accresceva sempre di più, soprattutto quando si accasò al mitico Genoa. Con il Grifone tentò vanamente di vincere lo scudetto, che sarebbe stato il decimo della storia rossoblu. In due occasioni il tricolore sfuggì di un soffio nel ’28 preceduto in classifica dal Torino e nel ’30, battuto sul filo di lana dall’Inter nella prima edizione del campionato a girone unico. Lo scudetto mai vinto fu l’unico rimpianto della carriera di Levratto, la cui popolarità si affacciava ormai quotidianamente nella vita del nostro paese. Il Quartetto Cetra gli dedicò anche una famosa canzone il cui ritornello recitava: “Tu sei proprio come Levratto/ che ogni tiro va nel sacco/ oh, oh, oh che centrattacco”. Ma nonostante tutto Virgilio rimaneva sostanzialmente un campione umile, con la grande voglia di giocare a calcio, che anzi spesso si adattava in più ruoli per aiutare la sua squadra. Nel 1928 intanto contribuì al primo risultato di prestigio della nazionale italiana, che conquistò la Medaglia di Bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam. L’Italia superò la Francia e la Spagna, prima di arrendersi all’imbattibile Uruguay in semifinale. Contro l’Egitto gli azzurri conquistarono poi il terzo posto rifilando ben 11 gol alla squadra del Nilo. Nella partita contro la Spagna per la prima volta in campo internazionale a Levratto riuscì l’impresa di sfondare la rete.Il povero estremo difensore iberico Juaregui fu trafitto per due volte dal bomber di Carcare.

Al Genoa tra l’altro Virgilio Levratto rimase fino al termine della stagione del 1931/32 per passare all’Ambrosiana-Inter e successivamente alla Lazio. Aveva segnato sempre tanti gol, confermandosi un cannoniere di razza. Amava il calcio e gli piaceva essere prima di tutto un uomo spogliatoio, sempre disponibile a dare consigli a chi si affacciava in prima squadra. A 32 anni, dopo un brutto infortunio e conclusa la sua esperienza alla Lazio, avrebbe potuto optare per un ritiro dalle scene in modo glorioso e con l’indelebile ricordo dell’infallibile cannoniere. Invece, nonostante tutto, aveva ancora voglia di misurasi ed esibirsi sul campo, scegliendo probabilmente il luogo per lui più congeniale. Infatti, si accasò con il Savona, la squadra della sua provincia natìa, militante in Serie C, cioè quel calcio delle categorie inferiori, che Levratto non disprezzava, ma che anzi lo aveva proiettato agli esordi fino in nazionale. Con il Savona giocò per tre stagioni fino al 38/39 per poi passare alla Cavese. La figlia di Levratto, che ha dedicato alla memoria del padre un bellissimo libro edito dalla Graphot di Torino, racconta nelle pagine del suo volume che il padre giocava con identico impegno qualsiasi partita, forse anche in modo particolare quelle di Serie C sul finire della carriera. Perché per lui il calcio era tutto a qualsiasi latitudine e a qualsiasi livello. Uomo di cultura, oltretutto, che quando era a riposo, o durante i tempi di recupero da un infortunio, leggeva con passione ed intensità Dostojevski.

La sua grinta e la sua voglia di fare calcio lo accompagnarono in una esperienza bellissima e significativa a Cava de’ Tirreni. Levratto aveva scelto la città metelliana per poter continuare a giocare al calcio e proiettarsi nella sua nuova avventura di allenatore, che tanto teneva a cuore, in quanto dal mondo del calcio non sarebbe mai voluto uscire. Con gli aquilotti militò dal 39/40 al 41/42, ricoprendo appunto la doppia mansione di allenatore-giocatore. La Cavese, del resto, dopo qualche forzato anno di inattività, cercava di tornare a quel calcio blasonato che aveva già conosciuto. Gli animatori del club metelliano furono in quegli anni l’ex-calciatore Pio Accarino ed il segretario Vincenzo Luciano, che assistevano Francesco Casaburi ed il ragionier Piero Punzi nella gestione della squadra. Uomini con la fede cavese nel sangue per intenderci. Cava de’ Tirreni viveva con entusiasmo la rinascita della propria squadra, tanto che il 14 maggio del 1939 si era costruita un nuovo campo di calcio, il Francesco Palmentieri che sorgeva in via Canonico Avallone e già dotato di ben 5.000 posti per gli appassionati tifosi dell’epoca. La Cavese che accolse Levratto nel 39/40 militava in I Divisione, che nella gerarchia calcistica dell’epoca veniva subito dopo la Serie C. Non fu un caso che con lo sfondareti in squadra la Cavese vincesse subito il campionato, a mani basse tra l’altro con 35 punti e ben 7 lunghezze di vantaggio sulla diretta inseguitrice Casertana, venendo promossa in Serie C. Levratto diede il suo contributo in fase realizzativa, ma più importante ancora fu la sua presenza di uomo di sport e di calcio. Emozionante il ricordo di una partita interna della Cavese in quel campionato contro la Scafatese. Sebbene i canarini non avessero più possibilità di vincere il campionato, volevano in qualche modo fermare la corsa spedita della Cavese per favorire i loro cugini della Pompeiana. Il Palmentieri si gremì nell’occasione di oltre quattromila spettatori, sfiorando quasi il tutto esaurito. Addirittura si presentò sugli spalti una corposa rappresentanza di tifosi scafatesi e pompeiani alleati. Gli ospiti si portarono nel primo tempo in vantaggio di due gol. Nella ripresa al 64’ Ugo David ebbe il merito di accorciare le distanze su rigore e subito dopo al 68’ proprio Levratto pareggiò su calcio di punizione, grazie alla sua solita ed infallibile cannonata. Quindi all’87’ tra il tripudio generale Vetrò firmò il definitivo 3 a 2. I tifosi della Cavese finalmente poterono brindare alla vittoria del campionato ed approdare in Serie C. Per la prima volta in questa categoria gli aquilotti fecero la loro bella figura, piazzandosi a metà classifica in un campionato equilibratissimo e difficilissimo. Anche questo torneo è comunque legato alla grossa esperienza trasmessa al gruppo e all’ambiente da Levratto. Infatti, la Cavese al termine del girone di andata era addirittura ultima in classifica e soltanto la carica dell’ex-nazionale spinse la squadra con il cuore oltre l’ostacolo e a recuperare vistosamente terreno in graduatoria. Nel 41/42, invece, la Cavese lottò addirittura per i vertici del campionato, assaporando l’ebbrezza non da poco di lottare per la Serie B, contendendo il primato alla fortissima Salernitana e alla Ternana. Alla fine comunque arrivò un onorevole terzo posto, con la soddisfazione di aver battuto nel corso del campionato sia i cugini granata che i rossoverdi umbri. Una bella e pimpante Cavese che avrebbe probabilmente meritato maggiore fortuna e maggiori risultati, anche nella Coppa CONI che gli fu praticamente derubata per incomprensibili decisioni del consiglio di Lega.

Al termine di quel campionato ad ogni modo Levratto sciolse il suo legame con la Cavese per proseguire nella sua avventura, oltretutto anche per l’incalzare delle ostilità del secondo conflitto bellico sul territorio nazionale. Lasciò comunque un ricordo bellissimo, abbellendo ancora di più la Cava de’ Tirreni di quegli anni, con nuovo e vero entusiasmo per tifosi che volevano comunque rivivere un calcio di prestigio. La Cavese attraverso il nome di Virgilio Felice Levratto riacquistò quei gradi di nobiltà calcistica momentaneamente smarriti, dopo i grandi risultati degli Anni Venti. La memoria, i libri di storia e i giornali dell’epoca ci hanno tramandato di questo campione dotato di un tiro impressionante al fulmicotone, con la sua classe ed i suoi capelli gelatinati come tutti i campionissimi dell’epoca, scrivendo una bellissima pagina di storia e di emozioni per Cava de’ Tirreni e la Cavese.

fine prima puntata
special thanks to cavese.it

Speciale Coppa d'Africa Video.

La rinascita di Motaeb
Emad Motaeb zittisce la critica trascinando l’Egitto in vetta al gruppo A grazie al successo sulla Costa d’Avorio per 3-1




Marocco eliminato
Il Marocco chiude mestamente l’avventura in Coppa d’Africa pareggiando per 0-0 con la Libia

Ernst Happel



Uno dei pregi del calcio non è certo la gratitudine verso quei personaggi che l’hanno onorato con le loro imprese.

D’altronde, non si può pretendere di più da uno sport che ultimamente ha cambiato le sue regole con una velocità maggiore del cambio di pannolini di un bebé. La memoria è un esercizio importante, rende onore a chi la adopera e a chi viene ricordato. Aiuta a non dimenticare, fa conoscere a chi non ha visto perché troppo giovane.

Se il calcio è cultura, e di sicuro lo è, non può non avere memoria.

I personaggi dimenticati sono tantissimi. Se vogliamo, anche il più grande, Diego Armando Maradona, è dimenticato e, soprattutto, abbandonato al proprio destino.

Oggi ci piace ricordare un allenatore, uno dei migliori del dopoguerra, forse il migliore: Ernst Happel.

Ricordare Happel non è facile perché era antipaticissimo. I suoi giocatori lo chiamavano poco affettuosamente "il tiranno". Non si trovano sue foto con un sorriso (sembra che nessuno l’abbia mai visto ridere). Non si trovano sue foto insieme alle sue squadre festanti dopo una delle innumerevoli vittorie. Non si trovano negli archivi sue frasi carine e garbate o ispirate alla cavalleria sportiva. Non era amico di nessun giornalista sportivo (li detestava). Per noi italiani, poi, è stato un nemico storico: ha sempre battuto le nostre squadre (l’unico a superarlo una volta sola fu Castagner con l’Inter). Diede ai nostri colori delusioni terribili: l’ingiusta eliminazione della splendida Italia di Bearzot ai mondiali del 1978 e la sconfitta della Juventus nella finale di Coppa dei Campioni del 1983 contro l’Amburgo.

Comunque, al di là della antipatia, Happel è stato un mostro. Nel suo curriculum c’è tutto. Manca solo un mondiale che perse immeritatamente contro l’Argentina nel 1978. Lui allenava l’Olanda, priva, è giusto dirlo, di Cruijff, ed ebbe la sfortuna di giocarsi la finale nella tana di una squadra, l’Argentina, condannata a vincere dalla dittatura dei suoi generali. Quel giorno sulla sua strada trovò pure l’abominevole arbitraggio di Gonella che capì subito che aria tirava a Buenos Aires e sorvolò su una terrificante gomitata di Passarella a Neeskens, che costò al tulipano la perdita di quattro denti e un salato conto dal dentista.

Happel è nato e morto a Vienna in un arco di tempo che va dal 1925 al 1992. In questi anni ha girato il mondo portando i suoi insegnamenti in mille stadi. E uno degli stadi più romantici del mondo, quello della sua Vienna, in suo onore ha cambiato nome. Gli è stato dedicato, infatti, il nobile "Prater". All’Austria ha dato tanto anche da giocatore. Difensore grintoso, duro al limite del codice penale, capace anche di far male non solo alle caviglie avversarie ma anche alle mani dei portieri avversari grazie al suo tiro violento. Protagonista dei mondiali del 1954 e 1958, finito di giocare iniziò subito ad allenare. Iniziò come tecnico in seconda nel suo amato Rapid Vienna (dove aveva svolto tutta la sua carriera di giocatore). Un uomo come lui non era nato per fare il vice, nel suo DNA era impresso il codice del comando. Andò a cercar fortuna in Olanda e fece la fortuna del calcio olandese. Prima al Den Haag, piccolo club a cui permise di vincere la coppa nazionale, e poi al Feyenord. Con la squadra di Rotterdam incominciò la scalata alla storia. Arrivarono due scudetti (bisogna ricordare che competeva con la stellare Ajax di Cruijff) e una leggendaria Coppa dei Campioni, la prima del calcio olandese, ottenuta dopo aver fatto fuori nel cammino eliminatorio il Milan di Rocco, iniziando così la sua fama di "bestia nera delle squadre italiane". Alla coppa campioni, seguì come digestivo l’Intercontinentale. Molti danno all’Ajax i meriti della rivoluzione del calcio totale. E’ giusto ricordare che certi cambiamenti arrivarono in Olanda grazie anche a un maestro come Happel. Eppure quel Feyenord non era fortissimo. Gli unici veri campioni erano Van Hanegem, il difensore Israel e l’attaccante svedese Kindvall. La forza di quella squadra era il collettivo. In questo Happel era inarrivabile; le sue non erano squadre, erano orchestre che esprimevano un calcio velocissimo per quei tempi e terribilmente aggressivo. Non si trattava di un gioco bello da vedere come quello dell’Ajax. Però, era maledettamente pratico. Sembrava una via di mezzo tra il calcio totale e quello all’italiana. Potremmo definirla una "zona catenaccio" che non faceva giocare gli avversari, li irretiva e poi ripartiva a velocità supersonica. Se ci passate l’affermazione: Happel attuò con venti anni di anticipo quello che sostiene di aver inventato Sacchi.

Andate a rivedervi le cassette per capire se diciamo o meno la verità. Come Sacchi, Happel aveva una considerazione smisurata di sé, ma un carattere ben più forte, non a caso non ha mai fallito una missione e non si è mai dimesso o è stato esonerato.

Il santone austriaco disprezzava gli avversari, spesso di divertiva a umiliarli. Storico un 12 a 0 rifilato ai malcapitati del Rumelange in una partita di Coppa Uefa. Dopo l’Olanda fu la volta della Spagna con due anni nella bella Siviglia. Unica tappa senza trofei da mettere in bacheca. L’astinenza da vittorie durò lo spazio di un soffio. Happel volò in Belgio per fare le fortune del Bruges. Arrivarono tre scudetti in fila e una storica finale di Coppa dei Campioni nel 1978 contro il Liverpool. Anche qui l’allenatore austriaco arrivò in finale dopo aver preso lo scalpo di una squadra italiana: la Juventus di Trapattoni. Gli inglesi erano troppo forti anche per le alchimie di Happel e si aggiudicarono la coppa grazie a un gol di sua maestà Kenny Dalglish.

Nel 1978 Happel guidò anche la nazionale olandese che portò, come visto in precedenza, alla finale mondiale.

Dopo una parentesi allo Standard Liegi, giunse la chiamata dall’Amburgo. Furono sei anni felici e pieni di successi: 2 scudetti, una coppa di Germania e la Coppa dei Campioni nel 1983, la terza allenando tre squadre diverse, un record assoluto. Questo trofeo fu conquistato ai danni della stellare Juventus di Trapattoni. La videocassetta di questa partita dovrebbe essere studiata da tutti coloro che intendono fare gli allenatori. Happel, da vero stratega, tese tantissime trappole nelle quali anche una vecchia volpe come il Trap mise la zampa. Platini fu cancellato dal campo con una marcatura a uomo e Felix Magath uccellò Zoff con un tiro dalla distanza. Sulla carta non era un Amburgo fortissimo, ma sulla carta nessuna squadra allenata da Happel lo era. La vera forza era lui: studiava alla perfezione gli avversari e trovava quasi sempre l’antidoto per annullarli.

Dopo i trionfi tedeschi, il santone vecchio e malato tornò in Austria giusto in tempo per aggiungere all’albo d’oro due scudetti e una coppa nazionale con il Tirol Innsbruck. Prima di morire, nel 1992, gli affidarono la nazionale, ma la partita più importante era contro un avversario imbattibile.

Di lui ci piace ricordare un aneddoto raccontato da Rolff, sua colonna nell’Amburgo (fu l’uomo che marcò a uomo Platini nella finale di coppa dei campioni del 1983). Rolff ricorda che di come Happel amasse seguire gli allenamenti seduto su una sedia da regista cinematografico a bordo campo. Dava gli ordini al suo vice che poi li diramava alla squadra. Una volta disse al suo collaboratore di far uscire anzitempo un giocatore. Questo stupito chiese il perchè, non direttamente ad Happel ma al suo tramite, che rivolse il quesito al grande capo. Happel inforcava degli occhiali da sole, se li tolse e chiamò davanti a sé il giocatore e gli disse: "Domani giochiamo in campionato e tu andrai in panchina."

"Perché" chiese il calciatore

"Perché voglio vincere!" ringhiò il tecnico.

Questo era Happel.

In questo calcio di caporali di giornata, ci manca un generale come lui.

Che ne sai tu di un campo di calcio?

"Ronaldo fece gol partendo dalla sua metà campo, un tunnel a Cannavaro, un tunnel a Bergomi e il tunnel definitivo a Pagliuca. Fu l’illusione di un attimo: Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, schierati insieme da Cesare Maldini [...] diedero vita a un duetto da fare invidia a Mina e Celentano: quattro scambi volanti e palla infilata da Baggio proprio nel ‘sette’. Ci furono: una traversa di Cesar Sampaio, due pali di Albertini, un rigore di Ronaldo parato da Pagliuca, un salvataggio sulla linea bianca di Costacurta, una traversa di Rivaldo. E, infine, il gol, il gol che valeva un Mondiale, a tempo scaduto, di Alex Del Piero, con un destro rasoterra dal limite dell’area. Un tiro così perfetto che il fantasista lasciò da parte Pinturicchio per diventare, addirittura, Giotto. Pizzul gridò per quattro volte ‘Campioni del mondo!’, battendo così il record di Nando Martellini, Caputi e Bulgarelli si abbracciarono felici e Biscardi, ancora incredulo, le due mani sul cuore, sentenziò: ‘Grazie, grazie Cesarone amico nostro!’" (la finale del mondiale 1998 sognata da Darwin Pastorin, pag. 127). Darwin Pastorin, “Le partite non finiscono mai”, Feltrinelli 1999;

Appiah, cuore di capitano


da fifaworldcupdotcom

Nonostante le assenze pesanti di Michael Essien e Sulley Ali Muntari, il Ghana può contare sul preziosissimo apporto del suo capitano Stephen Appiah. A volte il capitano della nazionale ghanese di calcio conta quasi più del presidente e l'ex giocatore della Juventus è conscio delle responsabilità legate alla fascia che porta al braccio.

Appiah è diventato capitano nel 2004, in occasione dei Giochi Olimpici di Atene, ed ha svolto il compito con grande umiltà, una caratteristica che ha trasmesso a tutti i compagni di squadra. Non avrà le qualità del grande Abedi Pelé, storico trascinatore delle Black Stars, ma ha sicuramente aiutato il c.t. Ratomir Dujkovic a tenere unito lo spogliatoio.

Le spaccature all’interno del gruppo sono ormai un lontano ricordo e la ricompensa, non casuale, è la conquista di un posto ai Mondiali. Appiah si è rivelato decisivo nel percorso di qualificazione, mettendo a segno quattro reti: nessun centrocampista della zona africana ha fatto meglio.

Mancino naturale, 25 anni, è dotato di un tiro micidiale ed ha realizzato un gol memorabile contro l’Italia alle Olimpiadi. In questa stagione ha compiuto una prodezza simile nella partita di Champions League tra i turchi del Fenerbahce, squadra dove milita attualmente, e lo Schalke 04, con una girata dal vertice dell’area che si è infilata dritta nel sette. Il tutto calciando con il suo piede “sbagliato”, ovvero il destro. Ma Appiah di mestiere non fa certo il goleador: è un mediano con una grande visione di gioco, bravissimo in fase di interdizione e rapido nel rilanciare l’azione.

Fino alla scorsa estate, prima di passare al Fenerbahce, aveva sempre giocato in Italia. L'Udinese lo acquistò dagli Hearts of Oak di Accra a soli 16 anni e nella formazione friulana ha disputato tre stagioni. Nel 2000 è stato prelevato dal Parma, ma solo nella stagione 2002/03, con la maglia del Brescia, ha dato piena dimostrazione del suo talento. Dominatore del centrocampo dei lombardi, Appiah era la diga che consentiva a Roberto Baggio di concentrarsi unicamente sulla fase d'attacco. L'elevato rendimento del ghanese, unito alle sette reti realizzate, aveva attirato l'attenzione della Juventus, che nell’estate 2003 ne rilevò il cartellino.

Due anni più tardi Appiah è passato al Fenerbahce per otto milioni di Euro. Alcuni connazionali hanno interpretato il trasferimento come un segnale di una fase calante nella carriera del calciatore, ma si sono dovuti subito ricredere alla vista degli oltre 3.000 tifosi turchi assiepati all’aeroporto per salutare l’arrivo del campione. Il Fenerbahce staziona sempre nei piani alti del campionato e Appiah ha assicurato: “Non sono assolutamente pentito di essere venuto qui”.

Rimpianti non ne avrà certo adesso. Vada come vada la Coppa d’Africa – il Ghana ha perso la sfida d’apertura contro la Nigeria – il futuro del capitano è roseo. La Germania è all’orizzonte e, con Appiah al timone, il Ghana non corre sicuramente il rischio di perdere la rotta.

Genio e Disciplina


Joseph Masopust Pallone d'oro 1962
Nato a Strimice (Repubblica Ceka) il 9 febbraio 1931
Centrocampista: altezza 174 cm, peso 66 kg
In campionato: 361 presenze tra Banik Most, Vodotechna Teplice e Dukla Praga
In nazionale: 63 presenze e 10 gol
Palmares: 8 scudetti e 3 coppe nazionali con il Dukla Praga

Josef Masopust è nato a Strimice, un piccolo villaggio della Boemia raso al suolo negli anni Sessanta per sfruttare al meglio le miniere di carbone, ed è per questo che per il vecchio regime comunista Masopust risulta nato a Most.
Laterale di spinta, è stato il continuatore della scuola danubiana che dominava il calcio europeo negli anni Trenta (Austria, Ungheria e Cecoslovacchia). Geniale e disciplinato, Masopust ha rappresentato un esempio in assoluto di eclettismo in quanto alla struttura fisica perfetta accoppiava una lucidità sorprendente nell'organizzazione del gioco. Nella finale mondiale del 1962, persa 3-1 contro il Brasile, è stato uno dei migliori in campo, dimostrando di poter giocare in ogni zona (fu suo il gol del momentaneo vantaggio). Ed è anche per questo che gli venne assegnato, proprio in quell'anno, il Pallone d'Oro davanti al portoghese Eusebio e al tedesco Schnellinger. Fu la prima volta che un giocatore dell'est conquistava questo ambito riconoscimento.
Masopust vinse con il Dukla Praga otto campionati nazionali e tre coppe, giocando 63 partite e segnando 10 reti con la maglia della nazionale.

Classifica Pallone d'oro 1962
1° Josef Masopust (Cecoslovacchia, Dukla Praga, 65 punti)
2° Eusebio (Portogallo, Benfica, 53 punti)
3° Karl-Heinz Schnellinger (Germania, Colonia, 19 punti)
4° Dragoslav Sekularac (Yugoslavia, Stella Rossa)
5° Joseph Jurion (Belgio, Anderlecht)

Giudizio Fondazione Bonarda...talento incatenato dalle dittature. Campione di sempre.

Speciale Coppa d'Africa Video.

La Guinea batte 3 a 0 la Tunisia, mentre lo Zambia vince per 1 a 0 contro il SudAfrica.
Angola fuori!
Un gol annullato manda a casa l’Angola..ancora Eto spinge il Camerun avanti.
Qui il video.

Albinoleffe, il nuovo tecnico e' Mondonico

da yahoo.it
L'Albinoleffe ha comunicato di aver esonerato l'allenatore Vincenzo Esposito,
"al quale va il ringraziamento della Societa' per il lavoro svolto".
La guida tecnica del club viene affidata ad Emiliano Mondonico che da domani guidera' la squadra

E qui il buon Emiliano si racconta, con tanto di scheda. Clicca

lunedì, gennaio 30, 2006

Mica per altro

Alberto Quadri, centrocampista classe 1983 che era in prestito al Pizzighettone, va in serie A.Alla Lazio....Preziosi guarda e impara. Altro che bidoni di merda 32enni piantati per terra e senzatetto...i giovani..ci vogliono i giovani. e vaffanculo, tu fabiani e chi si spende i soldi dietro al tuo carrozzone di babbi di minchia.
Ma te ne andrai..se non sara' la giustizia sara' Dio a levarti dalle palle.
E il Grifone tornera' a volare libero.

5632 volte grazie…tante sono le visite a questo blog dal 9 dicembre 2005 a oggi.
Mi inchino, vi abbraccio e vi dedico quanto segue.
Fondazione Bonarda A. Flipper since 1963

Il gesso, il pallone e il messaggio

Siccome il gesso e la lavagna valgono più della palla, il calcio porta sempre più alla ribalta i lottatori dotati di senso tattico rispetto a quelli capaci con un colpo d'immaginazione di alterare la partita prevista a tavolino. Anche nel calcio la fantasia si ostina a sfidare tutto ciò che è prevedibile. Uomini di grande ardore che si battono, corrono simmetricamente e giocano a non sbagliare, o calciatori dall'aria malinconica che appaiono di colpo per alterare l'ordine prestabilito e decidere la partita con una prodezza che vale un gol, mentre qualche profeta della banalità li denigra dicendo: "questo lo può fare chiunque" ed esaltando il calcio come sport "per gente con gli attributi". Che croce!
Uno crede che il calcio sia un'altra cosa e loro ridono. Uno crede che esista la bellezza e loro ridono. Uno crede che sia efficace mettere da parte il gesso e prendere il pallone per tenerlo e trovare il coraggio di compiere gesta importanti, liberarsi dalle paure e fare emergere forza dal piacere, e loro continuano a ridere. Ma che importa... Sappiamo che la società sta diventando grigia e un po' rozza, stato ideale per ricevere e assorbire i messaggi primari di quegli individui vincenti ma insensibili che a forza di tenere i piedi sempre piantati per terra non toccheranno mai il cielo con un dito. Nemmeno vincendo. Quel messaggio che si definisce "pragmatico" è la strada più breve verso l'individualismo, l'assenza di solidarietà, gli ansiolitici. Ma, soprattutto, è falso. Esistere è assai più importante che vincere una partita di calcio. Il gioco serve a sentirsi almeno un po' felici, per evadere dalle questioni serie, per fare amicizia; quel fondo di fascismo che si annida dietro la "filosofia del risultato" è tipico di gente che divide il mondo in dominatori e dominati, in ricchi e poveri, in bianchi e neri, in vincitori e vinti. Mi ripugna un simile messaggio e per contrastarlo mi sforzo di lottare. Anche quando alla mia squadra va tutto male e mi tocca perdere.

Jorge Valdano
El miedo escénico y otras hierbas
(Il sogno di Futbolandia)

benni - il bambino col pallone

Una razza in estinzione
Il bambino col pallone
Di Stefano Benni
agosto 1981 - Linus

C’era nel nostro rione un celebre bambino piedestorto, tale Sacchi, di ottima famiglia, gentile ed educato, Il padre aveva tentato di tutto per guarirlo: lo aveva mandato a lezione privata dall’allenatore del Bologna, lo aveva fatto visitare da famosi ortopedici, ma non c’era stato niente da fare. Aveva anche promesso a noi che avrebbe ripagato ogni pallone forato o perso dal figlio, ma desistette dopo che un giorno gli presentammo il seguente conto.
Distrutto da Sacchi piedestorto questa settimana il seguente quantitativo di palloni:
N.24 di plastica «Real Madrid» da lire 1000

11 contro cespugli di rose

4 su tetti

6 nel giardino della signora Somaruga

3 su cassoni di camion che passavano

N.4 di cuoio «Juventus» da lire 6000

1 in giardino signora Somaruga

1 dentro carro funebre al volo

1 esploso al solo contatto del piede di Sacchi

1 conficcato in cima ad antenna di televisione casa signori Fattori altezza metri 106 allegata fotografia per crederci.

Totale lire 47.000 più lire 13.000 di vetri, vasi e fanalini rotti nei vari rimbalzi.
Pregasi di saldare al più presto e di avviare Sacchi al nuoto.
Grazie: il collettivo bambini col pallone di via Audinot.

Il giardino della signora Somaruga
Tutti i bambini calciatori, una volta, nella notte, hanno avuto l’incubo di cadere nel giardino della signora Somaruga. Da esso nessun pallone è mai uscito vivo. La signora Somaruga ha costruito, negli anni, una macchina mangiapalloni perfetta. Vedasi la recinzione, calcolata abbastanza bassa da far passare un rimbalzo medio, e irta di terribili spunzoni. Nel giardino, esclusivamente piante grasse: giganteschi cactus spinosi che la signora Somaruga disponeva abilmente a scacchiera, in modo che il pallone avesse ben poche vie di scampo. E poi le aiuole, circondate da pietruzze perfettamente appuntite. E le rose della signora Somaruga: cespugli che erano perfette macchine da guerra: duemila spine per fiore. Un pallone, ripetiamo, aveva ben poche possibilità di uscire vivo di lì. Malgrado tutte le attenzioni dei bambini calciatori, veniva sempre, nella partita, il momento del rimbalzo anomalo, dello spigolo ribelle; e allora, mentre il pallone, come stregato, si avviava verso il recinto spinoso, un nooooooo angoscioso prorompeva dai nostri petti, «no, dalla Somaruga no!». A volte il pallone urtava la rete e tornava in strada. Allora lo abbracciavamo, lo baciavamo, qualcuno gli chiedeva anche se voleva un cognac. Lo scampato pericolo ci rendeva felici per un po’ di tempo. Ahimè, per poco tempo. Il giardino stregato attendeva paziente la sua vittima. Un colpo di testa appena un po’ alto, il portiere che respinge storto di pugno, un rimbalzo, un urlo, e il pallone piombava nel giardino maledetto. Ci arrampicavamo sul muro, di corsa. E lo vedevamo agonizzante, sgonfiarsi su un cactus o su un sasso-killer. I nostri occhi si riempivano di lacrime. La signora Somaruga usciva subito in vestaglia con un ghigno crudele, prendeva il mezzo palloncino sgonfio e ce lo rimandava sempre con le stesse orrende parole di scherzo «to’, facci un cappellino», prorompendo in una risata diabolica. Poi faceva una carezza al cactus dicendogli «bravo, Antonio» e scompariva nella sua casa urlando «andate a giocare in un’altra strada». Cosa, come sapete, impossibile: in ogni strada della città c’era infatti un giardino della signora Somaruga. Dai più semplici, con un solo cespuglio di rose, a quelli complessi, come appunto quello testé descritto per mantenere il quale la Somaruga importava ogni mese piante tropicali e rose speciali tedesche. Si dice avesse anche, in salotto, una plancia di comando con la posizione di tutte le armi offensive, e che appena il pallone varcava il recinto, suonasse un segnale d’allarme, così la strega poteva correre alla finestra e vedere il delitto. Un mio amico, tale Berardini, giura che nel giardino della signora Somaruga di via Ranzani c’erano due cactus semoventi che la signora spostava con carrelli telecomandati per poter forare il pallone al volo. Nessuno, nessuno poteva sfuggire alla maledizione. Finché una volta…

La storia della signora Somaruga e il recuperatore di palloni
Dovete sapere che, al centoseiesimo pallone divorato in un solo mese dal giardino della signora Somaruga, si tenne nel nostro rione un’assemblea di bande. C’erano i «ciccato e palmo», i terribili scaccolatori di San Donato, i bragheblù delle zone ricche, i cacciatori di rane, i catechisti, i feroci calabroni di via Pratello dalle lunghe cerbottane, gli FFF (fenomenali fattorini di fornaio) con le loro biciclette ammaestrate, i ladri di gelati e i Sioux incendia formiche.
Il più autorevole di noi, il capo dei rubagelati, Rodrigo detto Rodrigo il frigo per la sua capacità di mangiare fino a venti ghiaccioli di fila, disse che non si poteva continuare così, che via Audinot era una delle strade da calcio più belle della città, con meravigliosi platani per pali, poche macchine che passavano, fondo di buon asfalto liscio, e non si poteva più rinunciare a quel campo solo per colpa di quel malefico giardino. Bisognava fare qualcosa. Si fecero le prime proposte. Uno scaccolatore propose di bruciare viva la signora Somaruga. Un bragheblù di legare il pallone con un elastico. Un Sioux di giocare con un pallone di ferro. Un altro di entrare di notte e togliere tutti i peli ai cactus e tutte le spine alle rose. Ma nessuna di queste proposte ottenne l’approvazione generale. Finché si alzò a parlare Ernesto il saggio. Ernesto era il più vecchio di tutti noi, aveva undici anni e una folta barba bianca gli incorniciava il volto austero. Godeva tra di noi di molto rispetto perché aveva viaggiato ovunque, ed era stato quasi un anno presso un guru ad Ancona. Ernesto disse che durante uno dei suoi viaggi, in un paese che si chiamava Falconara Marittima, aveva visto alcuni bambini del posto giocare ridendo vicino a un giardino della signora Bertelli che sarebbe l’equivalente marchigiano della signora Somaruga. Alla domanda come mai giocassero con tanta serenità vicino a un così terribile tipo di giardino, risposero: nessuna paura: se succede qualcosa chiamiamo il recuperatore di palloni. E mi spiegarono che nel loro paese c’era un bambino il cui lavoro era appunto recuperare i palloni caduti nei giardini delle signore Somarughe. Il suo nome era Radames. Si chiami Radames, si chiami Radames, gridammo a una voce!
E Radames fu chiamato.

Radames
Radames arrivò una mattina, con una grossa valigia. Era un bambino biondo e grosso con gli occhiali, dall’aspetto alquanto tedesco. Mise subito in chiaro la sua tariffa: quattrocento bustine di figurine, duecento subito e duecento a lavoro finito, e si mise al lavoro: scattò varie foto del giardino della signora Somaruga, disegnò strane figure geometriche su un foglio e fece calcoli complicati. Fatto ciò, disse soddisfatto: «Sì, credo che si possa fare un buon lavoro» e sparì. Quella notte entrò in azione.
Per prima cosa con un tronchese speciale tagliò tutte le punte del filo spinato. Poi balzò dentro al giardino e con un rasoio elettrico a pila tosò tutti i cactus fino all’ultimo pelo, trasformandoli in innocui e ridicoli salamoni, indi si applicò al cespuglio di rose: vi lanciò sopra una busta con la scritta «acarus brasiliensis». Ne uscirono venti insettoni color caffè. In due sole ore, a ritmo di samba e mandibole, del cespuglio delle terribili rose non era rimasto che qualche stecchino nerastro. Quindi Radames applicò uno strato di resina molle su ogni sasso appuntito, limò alcuni sassi più resistenti, ripulì tutto dai vetri e dai cocci, e, come ultimo tocco castrò tutte le api dei pungiglioni. Un artista.
La mattina dopo più di duecento bambini calciatori erano presenti in via Audinot per poter assistere a ciò che mai occhio umano aveva visto prima d’allora: e cioè un pallone tornare vivo dal giardino della signora Somaruga. Per mezz’ora giocammo nella strada, ma il nostro pensiero non era certo rivolto alla partita, ma al momento fatidico. E il momento venne: fui io, con una rovesciata non so quanto involontaria, a fare varcare al pallone la recinzione del giardino: il pallone rimbalzò sul filo reso innocuo, poi cadde su un cactus, su un altro, su una pietra rotonda, e si fermò al suolo. Vivo e rotondo. Per un attimo solo. Poi, improvvisamente, si afflosciò.
Un ululato di delusione riempì la via. E qua vedemmo per la prima volta Radames in azione. Con un balzo felino superò il recinto, piombò nel giardino, afferrò il pallone, e dondolandosi su un albero saltò nuovamente in strada. Quattro secondi per entrare e uscire dal giardino della signora Somaruga. Ma se eravamo ammirati dalla prestazione atletica di Radames, eravamo delusi e incazzati per il suo fallimento. «Ridacci indietro le figurine, impostore», urlò Venanzio, capo degli scaccolatori minacciandolo con una caccola delle dimensioni di un polpettone. «Un momento», disse Radames, «lasciatemi fare l’autopsia». Prese il pallone e lo mise a mollo in un secchio d’acqua. Lo guardò a lungo e poi disse: «Proprio come sospettavo». «Cosa?» chiedemmo. «Come vedete», disse Radames, «strizzando il pallone non si vedono bollicine nell’acqua: il pallone quindi non è bucato». «E allora?» grugnì Venanzio. «E allora è semplice! Il pallone è deceduto per un collasso dovuto alla paura: cioè tale è stato lo spavento nel rendersi conto di trovarsi nel giardino Somaruga che la valvola non ha retto. Bisogna prendere un altro pallone, e spiegargli che non deve più temere nessun pericolo». Tutti restarono un momento interdetti: poi Venanzio rimise la caccola nella fondina e disse: «Ok, ti diamo un ‘altra possibilità straniero: ma una sola». Radames non sembrò spaventato. Prese un pallone bianco, gli parlò dolcemente e lo convinse a giocare con noi senza paura.
Al terzo calcio fu un bambino «ciccato e palmo» che sbagliò un tiro al volo. La sua scarpa destra volò in un altro rione, e il pallone prese un albero e finì nel giardino. Vi rimbalzò ben dodici volte e si fermò. Intatto. Un urlo di gioia proruppe dalle nostre bocche. Radames prese la rincorsa per saltare la rete e balzò. Ma mentre stava per avvicinarsi al pallone, un essere mostruoso sbucò fuori da casa Somaruga. Era un cane piccolo e grasso di colore bianco, quasi senza zampe e con mostruosi occhi da rospo. Aprì la bocca: essa conteneva un unico canino appuntito, mostruoso. Un attimo e bam, aveva morso e fatto scoppiare il pallone, e puntava minaccioso verso le gambe di Radames, che riuscì a mettersi in salvo solo con un balzo da canguro. «Adesso basta straniero!» disse Venanzio lo scaccolatore, «tu ci stai prendendo per il culo. E’ già il secondo pallone che perdi. Fuori le figurine». «Lasciatelo stare», disse Ernesto; «non lo avevamo avvisato che nel giardino c’era anche Yamamoto [tale era il nome del cane]». «Eh già», disse Radames, un po’ agitato, «altrimenti avrei calcolato diversamente!». Volarono calci e spintoni. C’era chi voleva dare a Radames una terza possibilità. Chi invece proponeva di farsi ridare le figurine e di pestarlo per bene. Vinsero le colombe. «Ma ricordati», disse Ernesto, «se fallisci questa volta non rivedrai mai più la tua Falconara». Radames disse «non fallirò» e aveva un’espressione fiera negli occhi. Ci consegnò un pallone arancione, di grande bellezza artistica, su cui era dipinto Boniperti al tramonto. Fu Ernesto stesso, con un calcio deciso, che lo spedì nel giardino Somaruga. Il pallone ne fece di tutti i colori. Ballonzolò undici volte sui cactus, atterrò su un’aiuola di petunie e le mostò con una furibonda serie di rimbalzi, ribaltò un vaso di oleandri alto due metri, sfondò un vetro della casa, entrò in salotto, schiacciò su un mobile gli occhiali della signora Somaruga, entrò in cucina, piombò nel tegame del sugo schizzando tutto intorno, aprì il frigo e si rivoltolò in un delizioso vitello tonnato, entrò nella camera da letto della Somaruga, distrusse il ritratto del marito, defunto notaio Somaruga, rimbalzò tre volte sui cuscini lasciando una traccia maleodorante, e arrivò fino al bagno ove la Somaruga era intenta a una operazione delicatissima e per lei molto dolorosa in quanto soffriva di scarsa generosità intestinale; il pallone le ballonzolò intorno mentre lei urlava atterrita, e poi paf, la colpì in faccia, rimbalzò indietro per tutto il corridoio, inseguito da Yamamoto, si buttò dalla finestra e all’ultimo momento scartò a sinistra così che Yamamoto lo mancò e si schiantò al suolo di muso perdendo nell’impatto l’unico dente. Indi il pallone si fermò in bella vista, in mezzo a un giglio, come una meravigliosa apona. Radames balzò nel giardino, e prese il pallone. Nel sole di aprile, col pallone alto tra le mani, come un giovane Atlante che sollevasse il mondo, così lo ricordo, avvolto dal nostro gioioso entusiasmo, dal nostro infantile grido di gioia che come un arcobaleno solcò l’umida verde erba del giardino. Ma dalla porta usci la signora Somaruga, in vestaglia marron diarrea, scarmigliata, gli occhi iniettati di sangue, con due pantofole con un lungo chiodo in punta, tra le mani due lunghi spilloni da calza. Urlammo: «Attento Radames!». Ma già la Somaruga era sopra il recuperatore, che si chiuse a riccio sul pallone. La Somaruga lo colpiva a spillonate e chiodate, il sangue si alzava a zampilli, ma Radames metro su metro, strisciando, mentre i colpi della strega lo riempivano di orrende ferite, si avvicinava alla rete, tenendo il pallone protetto sotto la pancia. Ma ormai le forze gli venivano meno: e capimmo che mai avrebbe potuto scavalcare la rete. E la Somaruga colpi ancora tre volte e alzò il terribile spillone sul pallone, che Radames teneva tra le mani insanguinate. E già un’espressione di gioia sadica le riempiva il volto quando il recuperatore, con un ultimo terribile sforzo, lanciò il pallone fuori nella strada gridando «io muoio, ma tu sei salvo». Il pallone, mi ricordo, cadde proprio tra le mie braccia insanguinato. E allora accadde la cosa incredibile. Un boato tremendo scosse il giardino Somaruga. Un fulmine squarciò il grande albero di albicocche, e ne fuggirono diavoli verdi, camaleonti verdi e mottarelli alla menta. I cactus iniziarono a esplodere come candelotti di dinamite, spargendo intorno spore mefitiche, i vasi crollarono in pezzi e ne uscirono vermi neri, scarafaggi e compiti a casa; il filo spinato diventò una rete di serpenti che sibilando sparirono sotto terra. La casa crollò in un rogo orribile di fiamme e fumo. E la terribile signora Somaruga svanì, dico letteralmente svanì in una fiammata azzurra e fetente: di lei rimase solo un mucchio di cenere, le pantofole e i bigodini. E intanto Yamamoto s’era tramutato in un drago peloso e gigantesco e iniziò a gonfiarsi, a gonfiarsi fino a diventare alto come una casa, due case, tre e improvvisamente bum, esplose, e il fumo nero salì così alto nel cielo che oscurò tutto il rione e gli uccelli caddero arrostiti e i vetri tremarono e il parroco cascò dalla bicicletta e tirò un Dio Padre che ancora oggi si ricorda. Noi, storditi, cademmo a terra tra cenere e lapilli. E quando aprimmo gli occhi, prodigio! La maledizione del giardino maledetto era finita nel preciso momento che il pallone era tornato salvo nella strada. Davanti ai nostri occhi si stendeva ora un bel giardino verde, pettinato all’inglese, liscio e rugiadoso, con margheritine bianche e quattro deliziosi abetini pronti a fare i pali. Uccellini e talpe cantavano. Dalla casa tutta dipinta di bianco uscì la signora Somaruga, vestita di chiffon azzurro, con una nuova pettinatura e due tette niente male. Alzò da terra Radames e gli disse «poverino, ti sei fatto male?, spero di no? ma su, vieni dentro che ti disinfetto». E poi, rivolta a noi: «Ma su, non state lì in strada a sporcarvi. Venite a giocare nel mio giardino. C’è l’erba, è tutto liscio, adattissimo per giocare a pallone. Entrate, entrate. Là dietro c’è un buffet con un po’ di dolci e aranciata. Fate come se foste a casa vostra». Entrammo, dapprima timidamente, poi sempre più decisi. Giocavamo a lungo, estasiati tra il profumo dell’erba fresca, tra il cinguettio degli uccelli e l’abbaiare di Yamamoto, che tramutatosi in un grazioso barboncino nero aveva accettato di arbitrare. Ogni tanto la signora Somaruga usciva, vestita spesso con pantaloncini corti e la maglia del Milan, e vezzosamente chiedeva, posso giocare con voi, e sempre dopo un po’ prendeva qualcuno di noi e lo portava in casa, diceva, per lavargli le gambette che erano un po’ sporche. Tutte le volte il bimbo usciva con una espressione strana sul volto, tra il sognante e il fiero, la stessa di Radames la prima volta che era uscito da quella casa. Così conoscemmo la felicità e l’amore nel giardino che una volta era maledetto. Ogni tanto venivano le cugine della signora Somaruga, due gaie cinquantenni, e allora il gioco diventava anche più interessante. Un brutto giorno di settembre la polizia chiuse il giardino di via Audinot e portò via la signora Somaruga. L’avevano denunciata. Mia madre mi disse, è perché non aveva il tesserino da allenatore di calcio, non era mai stata a Coverciano. Non so se fosse vero. Ma tutto il resto che vi ho raccontato è assolutamente vero.

Luis Suarez


Nato a a La Coruna (Spagna) il 2 maggio 1935
Centrocampista, altezza 178 cm, peso 72 kg

In campionato: 216 presenze e 112 gol con il Barcellona, 320 presenze e 51 gol in Italia con Inter e Sampdoria.

In nazionale: 32 presenze e 14 gol

Palmares: Due coppe Intercontinentali, due coppe dei Campioni e tre scudetti con l'Inter, due coppe delle Fiere, due campionati spagnoli e due coppe del Re con il Barcellona, campione d'Europa con la Spagna, Pallone d'oro nel 1960.

Nato a La Coruna il 2 maggio del 1935, Luis Suarez è stato uno dei più grandi registi della storia del calcio, forse la più importante pedina dello scacchiere della grande Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera. Mezz'ala completa, aveva la rara capacità di ribaltare velocemente il gioco con i suoi lanci lunghissimi e molto precisi a tal punto da essere soprannominato "l'architetto".
Cresciuto nel Deportivo La Coruna, a 19 anni fu prelevato dal Barcellona e mandato in orbita. Negli otto anni di milizia in maglia azulgrana Luisito, insieme all'uruguayano Villaverde, offrì la misura di ciò che una coppia di talenti può garantire allo spettacolo.
All'Inter lo volle Helenio Herrera che lo aveva scoperto e valorizzato nel Barcellona dove segnò 112 gol in 216 partite, vincendo due titoli della Liga, due coppe del Re e due coppe delle Fiere.
Nel 1961 Angelo Moratti lo portò all'Inter sborsando una cifra di 250 milioni di vecchie lire ed è innegabile che la sua classe infinita consentì ai due velocissimi attaccanti, Jair e Mazzola, di diventare micidiali e irresistibili per qualsiasi difesa.
In nove stagione con Luis Suarez, l'Inter vinse tre scudetti, due coppe dei Campioni e due coppe Intercontinentali. Chiuse l'avventura italiana nel 1973 nella Sampdoria con un ruolino di 51 gol in 320 partite. Campione d'Europa con la nazionale spagnola nel 1964, ha vinto il Pallone d'oro nel 1960, fu secondo nel 1961 e 1964, terzo nel 1965. La classe, l'eleganza e il portamento ne hanno fatto un vero signore, sia in campo, sia in panchina che dietro una scrivania.

Classifica Pallone d'oro 1960
1. Luis Suarez (Spagna, Barcellona, 54 punti)
2. Ferenc Puskas (Ungheria, Real Madrid, 37 punti)
3. Uwe Seeler (Germania, Amburgo, 33 punti)
4. Alfredo Di Stefano (Argentina, Real Madrid, 32 punti)
5. Lew Jascin (Unione Sovietica, Dinamo Mosca, 28 punti)

Giudizio Fondazione Bonarda..calciatore elegante, vero signore in campo e fuori.

da goal.com

Samp: arriva Iuliano L'ex juventino ha rescisso il contratto con il Maiorca.


La Sampdoria ha praticamente concluso l’acquisto di Mark Iuliano. Proprio oggi il difensore trentaduenne ha rescisso il contratto che lo legava fino a giugno al Maiorca di Héctor Cúper, società spagnola alla quale era giunto lo scorso gennaio, dopo otto stagioni e mezzo alla Juventus, 178 presenze in campionato, 7 gol e quattro scudetti in maglia bianconera. Durante un anno nella Liga, il centrale di Cosenza ha collezionato 29 presenze ed è andato in rete quattro volte. Classe ’73, ex Salernitana, Bologna e Monza, Iuliano, che vanta anche 19 gettoni e una rete in Nazionale (presente agli Europei del 2000 e ai Mondiali del 2002), porterebbe una buona dose d’esperienza alla retroguardia blucerchiata che, quasi certamente perderà Simone Pavan, in procinto di trasferirsi a Bologna alla corte di Andrea Mandorlini.

Iuliano arriverà a Genova domani pomeriggio e mercoledì assisterà dalla tribuna alla partita di Coppa Italia con l'Udinese. Da giovedì sarà a disposizione di Novellino.


Federico Berlingheri

Abatino



Gianni Rivera

Nato a Valle San Bartolomeo (Alessandria) il 18 agosto 1943
Centrocampista: altezza 175 cm, peso 68 kg

In campionato: 528 presenze e 128 gol con Alessandria e Milan.

In nazionale: 60 presenze e 14 gol.

Palmares: tre scudetti, quattro coppe Italia, due coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale, due coppe delle Coppe e un Pallone d'Oro con il Milan; campione d'Europa e vice campione del Mondo con la Nazionale

Gianni Rivera è considerato da molti come il più forte calciatore italiano del dopo guerra, l'unico con Paolo Rossi e Roberto Baggio ad aver vinto il Pallone d'Oro, l'unico con Beppe Bergomi ad aver giocato in quattro Mondiali.

Talento impareggiabile del nostro calcio, Gianni Rivera ha dimostrato in campo un'intelligenza fuori dal comune; insuperabile nel leggere lo sviluppo dell'azione, ha incantato la platea rossonera di San Siro per quasi un ventennio con montagne di gol, impeccabili lanci lunghi e qualità tecniche straordinarie.

La critica gli ha sempre rimproverato di essere uno a cui non piaceva sporcarsi la maglia, di rifiutare il lavoro di copertura, di essere un giocatore da salotto, le stesse identiche parole adoperate qualche anno dopo per Robi Baggio.

Altri ancora non sopportavano le sue frequenti polemiche con arbitri, tecnici e dirigenti. Il fatto è che Gianni Rivera ha sempre usato la testa, esponendosi in prima persona per difendere, con schiettezza, idee e principi che al giorno d'oggi appartengono a pochi.

Poco più che quindicenne esordisce in serie A con l'Alessandria e due anni dopo, tramite Gipo Viani, viene acquistato dal Milan. Con i rossoneri diventa una leggenda, è il secondo più presente di sempre con 501 gettoni ed è il secondo marcatore di ogni epoca dopo Nordahl.

Tre scudetti (1962, 1968, 1979), quattro coppe Italia (1967, 1972, 1973, 1977), un titolo di capocannoniere (1973), due coppe dei Campioni (1963, 1969), una coppa Intercontinentale (1969), due coppe delle Coppe (1968, 1973) e un Pallone d'Oro (1969) sono le vittorie con il Milan.

Il Golden Boy del calcio italiano non ha tuttavia un buon rapporto con la Nazionale nonostante le 60 gare giocate (con 14 gol), il titolo di campione d'Europa del 1968 e il titolo di vice campione del Mondo del 1970 in Messico.

Ai Mondiali del 1962 è il più giovane della rosa e gioca solo contro la Germania ma è la sua seconda presenza in azzurro, nel 1966 in Inghilterra gioca contro Cile e Corea, agli europei del 1968 viene tolto da Valcareggi dalla formazione che gioca la doppia finale con la Jugoslavia, nel 1970 in Messico segna lo storico gol del 4-3 alla Germania Ovest ma poi è nuovamente escluso dalla formazione titolare che si gioca la coppa Rimet con il Brasile (sostituisce Boninsegna a sei minuti dal termine), nel 1974 segna il suo ultimo gol contro Haiti e gioca la sua ultima gara contro l'Argentina.

Non si può certo parlare di Gianni Rivera come di un talento incomprso ma di certo, come per Baggio, ha rappresentato sempre un motivo di polemica tra chi lo avrebbe fatto giocare ad ogni costo (per Nereo Rocco era l'arma ideale per esaltare il cosiddetto calcio all'italiana fondato sul contropiede) e chi invece preferiva altre soluzioni (per Ferruccio Valcareggi è stato l'eterno problema in un attacco già ricco di campioni come Riva, Mazzola e Bonsinsegna).

Impeccabile numero 10, Gianni Rivera può essere considerato nella ristrettissima cerchia dei più grandi calciatori italiani della storia, in compagnia di Giuseppe Meazza, Valentino Mazzola, Giampiero Boniperti e Roberto Baggio.
Classifica Pallone d'oro 1969
1° Gianni Rivera (Italia, Milan, 83 punti)
2° Gigi Riva (Italia, Cagliari, 79 punti)
3° Gerd Muller (Germania, Bayern di Monaco, 38)
4° Johann Cruijff (Olanda, Ajax, 30 punti)
4° Ove Kindvall (Svezia, Feyenoord, 30 punti)

Giudizio Fondazione Bonarda...Campione cordialmente antipatico.

Incredibile!!!

Le mille vite di Ciccio Baiano!!!
Abbiamo trovato quest'articolo su tuttomercatoweb.com....

Sangiovannese: Baiano ha rinnovato il contratto
di Daniele Mazzari
La Sangiovannese blinda il suo bomber e uomo simbolo Ciccio Baiano. L'ex viola, infatti, ha rinnovato ieri il contratto per un'altra stagione, confermando coi fatti la propria volontà di restare in Valdarno.
La dirigenza toscana, intano, ha comunicato anche la rescissione del contratto del centrocampista Fabio Ferraresi, prelevato in estate dal Sora e impiegato solo tre volte nella prima parte di stagione.


e che bello!!! Il Foggia di Baiano, Signori , Kolivanov con Zeman sulla panca...
Auguri Ciccio!!!

Grazie galliani

Da Repubblica.it

La Gdf chiude due portali web
Davano il calcio gratis in diretta
Sono "calciolibero.it" e "coolstreaming.it". L'inchiesta partita da una denuncia Sky
Il segnale veniva "rubato" da network cinesi che trasmettevano legalmente

MILANO - Giro di vite della guardia di finanza milanese contro la diffusione gratuita via internet della pertite di calcio. Oscurati due siti.

L'iniziativa della fiamme gialle è partita per ordine della magistratura di Milano nell'ambito di un'inchiesta sulla violazione dei diritti d'autore. I siti www.calciolibero.com e www.coolstreaming.it permettevano di vedere le partite dei campionati di calcio serie A e B e anche quelle dei campionati stranieri.

L'inchiesta, iniziata nell'ottobre scorso dopo un esposto presentato da Sky, ha portato alla scoperta dei due portali che abusivamente permettevano la visione delle partite. Il meccanismo era piuttosto complesso. Il segnale video veniva rubato da due network cinesi che trasmettevano lecitamente le partite. Gli organizzatori dei siti lo mettevano poi a disposizione su Internet. Gli utenti dei due siti oscurati potevano vedere le partite scaricando un programma apposito.

L'indagine ha portato l'iscrizione nel registro degli indagati i due gestori del sito che hanno violato la norma che regola il diritto d'autore. I militari delle Fiamme gialle hanno accertato che solo su uno dei due portali oscurati erano registrati circa 80mila utenti.


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Inchiesta ridicola, per non parlare dell'articolo che è una serie di affermazioni false e appiccicate insieme (più sotto lo commento).
La "console" ovvero il programmino che questi di coolstreaming rendevano disponibile come download gratuito, non è altro che un piccolo browser (come Internet Explorer anzi, basato su Internet Explorer) che visualizza in automatico delle pagine web all'interno delle quali, incapsulate, c'erano le pagine ed i link cinesi ai canali streaming che trasmettono le partite. Pagine legalmente apribili e consultabili con un qualsiasi altro browser, così come è legale il contenuto da queste pagine visualizzato. Se sono colpevoli loro, lo sono tutti i produttori di software per la navigazione Internet. Microsoft in primis.

Per la serie vite rovinate o quasi. I due responsabili dei siti in questione sono stati puniti preventivamente con un'indagine e, presumibilmente, un processo (che li scagionerà) solo per aver pubblicizzato un sistema di vedere le partite senza comprarle da SKY. Le basi tecniche per l'incriminazione non sono solo RISIBILI, ma NON ESISTONO AFFATTO.

Una vergogna. Fossi abbonato a SKY (e non lo sono) disdirei l'abbonamento oggi stesso.

Quanto all'articolo:

L'iniziativa della fiamme gialle è partita per ordine della magistratura di Milano nell'ambito di un'inchiesta sulla violazione dei diritti d'autore.
FALSO. Non c'è nessuna violazione dei diritti d'autore perseguibile in Italia.

I siti www.calciolibero.com e www.coolstreaming.it permettevano di vedere le partite dei campionati di calcio serie A e B e anche quelle dei campionati stranieri.
FALSO. I siti cinesi diffondono su web, legalmente, le partite in oggetto.

L'inchiesta, iniziata nell'ottobre scorso dopo un esposto presentato da Sky,
Senza parole.

ha portato alla scoperta dei due portali che abusivamente permettevano la visione delle partite.
FALSO. Se aprite Internet Explorer e lo puntate su uno qualunque dei siti cinesi in questione, vedete le stesse cose.

Il meccanismo era piuttosto complesso.
Ed è chiaro che chi scrive non lo ha minimamente capito. E nemmeno chi indaga.

Il segnale video veniva rubato da due network cinesi che trasmettevano lecitamente le partite.
FALSO. E io, fossi loro, querelerei immediatamente. Quelli di coolstreaming hanno solo reso più facilmente disponibili
le pagine cinesi che contengono il flusso video. Che sono ancora e legalmente dove stavano.

Gli organizzatori dei siti lo mettevano poi a disposizione su Internet.
FALSO. Già detto. Se aprite Internet Explorer vedete le stesse pagine.
Attenzione: non pagine identiche e copiate. Proprio le stesse.

Gli utenti dei due siti oscurati potevano vedere le partite scaricando un programma apposito.
FALSO. Chiunque poteva e può vedere legamente le partite senza scaricare alcunchè.
Il loro era un minibrowser che, semplicemente, raggruppava i link e li ripresentava in forma più facile da consultare.

L'indagine ha portato l'iscrizione nel registro degli indagati i due gestori del sito che hanno violato la norma che regola il diritto d'autore. I militari delle Fiamme gialle hanno accertato che solo su uno dei due portali oscurati erano registrati circa 80mila utenti.
FALSO. Questi due hanno solo realizzato un sistema più semplice di raggruppare e consultare le pagine cinesi.
NON hanno rubato nulla. NON hanno distribuito nulla. NON hanno reso possibile NULLA che non possa essere fatto con un normale browser.

Bologna 1963-64 Lo scudetto-quarta puntata


Proprio durante una di queste riunione Renato Dall'Ara, Presidentissimo del Bologna, da prima della guerra, muore stroncato da un infarto fra le braccia di Angelo Moratti. Mancano solo tre giorni allo spareggio.
Renato Dall'Ara è un personaggio unico, sono celebri i suoi sfrondoni grammaticali come il latinismo "sine qua non", tradotto in "siamo qua noi", oppure il leggendario "sit ben daun, si metta bene a sedere", rivolto ad un ospite inglese in visita al Bologna Calcio.
Alcune malelingue hanno sostenuto, basandosi sulla sua acclarata avarizia, che il cuore gli aveva ceduto mentre in Lega si parlava dei premi, ascoltando la cifra che Moratti, autentico mecenate senza pari quando si parlava di cordoni della borsa da allentare, era disposto a pagare in caso di vittoria interista nel Campionato dopo quella già ottenuta in Coppa dei Campioni, a Vienna col Real Madrid, battuto per la primissima volta da una squadra italiana.
L'Inter era arrivata: Herrera l'aveva spremuta per eliminare i tedeschi in semifinale e trionfare poi al Prater sugli spagnoli, il Bologna invece, raccontano le cronache, aspettò la partitissima in un comodo ritiro presso Roma con il caloroso abbraccio dei tifosi romani che, specialmente per la presenza di Bernardini ex idolo di Testaccio, si erano schierati dalla parte del Bologna.


Ho rivisto "lo spareggio" qualche anno fa ritrasmesso da RaiTre in un rievocazione delle più memorabili partite mai giocate (Italia-Germania 4-3, Inter-Real ecc. ecc.) e mi ricordo un calcio diverso, lento, con gente libera di calciare la palla ed un ritmo pacato, ma soprattutto mi ricordo i calciatori dell'Inter, da subito, sopraffatti dal caldo, boccheggianti.


Vinse il Bologna 2-0 con un gol di Fogli su punizione (deviazione di Facchetti in barriera) ed il raddoppio di Nielsen, in contropiede, su lancio smarcante ancora di Fogli, autentico mattatore di quell'afoso pomeriggio romano.

Tatticamente vi fu una clamorosa sorpresa : Bernardini , l'uomo in antitesi col catenaccio, rinunciò al bomber Pascutti per inserire un terzino, la riserva Capra, come "ala tornante".
Fu, giudicandolo a posteriori, un capolavoro tattico, mascherato da impellente necessità.
La mossa sorprese l'Inter che non si aspettava un Bologna "coperto" ed Herrera era famoso per non cambiare mai durante il gioco, per la disperazione dei suoi giocatori.
Fatalmente i nerazzurri si trovarono messi male in campo contro un avversario che, con loro somma sorpresa, non li attaccava ma aspettava che a sbilanciarsi fossero loro.
Qualcuno, in quella trasmissione rievocativa di cui ho detto, raccontò che molti sul campo si raccomandarono a Picchi, autentico allenatore in campo, di cambiare qualcosa prima che fosse troppo tardi :- "Io un cambio proprio nulla" - dicono rispondesse il povero Picchi con il suo inconfondibile accento livornese - " se vol cambiare, che cambi qui' testone in panchina, che fa bene altro che lui !". Ma forse questa è un'altra delle leggende del calcio.

da posta del gufo.it

Nella foto: "Dondolo" Nielsen batte Sarti e chiude il conto: Bologna-Internazionale 2-0.

Gli stronzi di Controcampo..

al primo posto , consolidato, leccabuchidiculo lombardi Cesari...vergogna..un rigore grosso come una casa per il Lecce e lui come al solito ha la cannuccia infilata nello sfintere milanese e allora succhia forte e conferma che non era rigore.

al secondo posto piccinini..piccinissimo e squallido cerca di creare il caso dida..barbone impotente prova la bomba..non va. Patetico.


al terzo posto..."Pino Insegno sei un indegno" (Lazio-Nantes)

Mai striscione degli Irr mi ha trovato più d'accordo...

Siparietto penoso di un personaggio squallidissimo...prendi il mercante in fiera a ficcatelo nel culo.

Kalle .



Karl Heinz Rummenigge

Nato a Lippstadt (Germania) il 25 settembre 1955
Attaccante: altezza 182 cm, peso 79 kg
In campionato: 300 presenze e 162 gol con il Bayern di Monaco, 64 presenze e 24 gol con l'Inter
In nazionale: 95 presenze e 45 gol
Palmares: due campionati, due coppe nazionali, una coppa dei campioni, una coppa intercontinentale e due Palloni d'Oro con il Bayern di Monaco; campione d'Eruopa con la nazionale, vice campione del mondo nel 1982 e 1986.

Se gli anni cinquanta sono stati di Fritz Walter, gli anni sessanta di Uwe Seeler, gli anni settanta di Franz Beckenbauer e Gerd Muller, gli anni ottanta del calcio tedesco si identificano in Karl Heinz Rumenigge, attaccante simbolo della nazionale di Jupp Derwall e del Bayern di Monaco.
Al Bayern il giovane Karl Heinz approda nel 1974 a soli 19 anni e due anni dopo partecipa attivamente alla conquista della terza consecutiva coppa dei Campioni vinta dal club bavarese.
L'attacco di quel Bayern è strepitoso con il giovane Rumenigge affiancato dagli esperti Gerd Muller e Uli Hoeness.
Rumenigge è una punta centrale moderna e completa, senza punti deboli, con un'ottima tecnica e con una padronanza della palla eccezionale. Grande potenza fisica ma anche eccellente nel tocco di fino, formidabile nelle progressioni veloci, buono nel dribbling in corsa, potente nel tiro anche da fermo, perentorio nello stacco di testa, con una spiccata vocazione a partecipare alla manovra anche in fase d'impostazione.
Debutta in nazionale nel 1976, partecipa a tre Mondiali e a due Europei vincendo il titolo continentale a Roma nel 1980 in finale sul Belgio ma perdendo due finali mondiali consecutive, nel 1982 a Madrid contro l'Italia e nel 1986 in Messico contro l'Argentina di Maradona. Dopo quella finale perduta contro i sud americani lascia definitivamente la nazionale dopo 10 anni esatti.
Oltre al titolo europeo e a due secondi posti mondiali, il suo carnet comprende una coppa dei Campioni, due scudetti, due coppe di Germania, una coppa intercontinentale e due titoli di capocannoniere della Bundesliga. Secondo nella classifca del Pallone d'oro del 1979, ha vinto questo riconoscimento nel 1980 e nel 1981.
Acquistato dall'Inter nella stagione 1984-85 per la cifra record di 8 miliardi, in Italia ha offerto soltanto lampi saltuari della propria classe a causa di una serie di malanni fisici e muscolari che poi lo hanno costretto al ritiro.

Classifica Pallone d'oro1980
1° Karl Heinz Rummenigge (Germania, Bayern di Monaco, 122 punti)
2° Bernd Schuster (Germania, Barcellona, 34 punti)
3° Michel Platini (Francia, St. Etienne, 33 punti)
4° Wilfried Van Moer (Belgio, Beveren, 27 punti)
5° Jan Ceulemans (Belgio, Bruges, 20 punti)

Classifica Pallone d'oro1981
1° Karl Heinz Rummenigge (Germania, Bayern di Monaco, 106 punti)
2° Paul Breitner (Germania, Bayern di Monaco, 64 punti)
3° Bernd Schuster (Germania, Barcellona, 39 punti)
4° Michel Platini (Francia, St. Etienne, 36 punti)
5° Oleg Blokhin (Unione Sovietica, Dinamo Kiev, 14 punti)

Giudizio Fondazione Bonarda...non ne nascera' mai piu' un altro !!!

Ieri a Genova

pareggio del Grifo con il Padova..vergognoso Mamede ( bravi Fabiani e Preziosi, un sacco della spazzatura in campo ci serviva proprio), mentre Dante lo scoreggiante Lopez adesso e' fuori forma mentre prima era solo scarso ma i quaqquaraqqua' sbavavano per il nuovo Musiello. Adesso che si comincia a capire che ha la classe di un paracarro i giornalisti leccaculo dicono che non era la partita adatta per farlo esordire..ma se uno e' un campione /come ce lo vorrebbero dipingere/ in serie C gioca con una gamba sola..o no???

Quaqquaraqqua'..quaqquaraqqua'...
Preziosi vattene Fabiani vaffanculo!!!

Speciale Coppa d'Africa Video.


Marocco eliminato
Il Marocco chiude mestamente l’avventura in Coppa d’Africa pareggiando per 0-0 con la Libia


La rinascita di Motaeb
Emad Motaeb zittisce la critica trascinando l’Egitto in vetta al gruppo A grazie al successo sulla Costa d’Avorio per 3-1

Speciale Coppa d'Africa

Camerun e Congo vanno ai quarti. Esce l'Angola

Anche il girone B della Coppa d'Africa ha espresso il suo verdetto. Il Camerun supera il Congo per 2-0 e passa ai quarti come prima del gruppo, a punteggio pieno.

Sconfitta indolore per i congolesi che strappano il secondo posto all'Angola, vittoriosa oggi per 3-2 sul Togo, per la miglior differenza reti complessiva.

domenica, gennaio 29, 2006

Vincenzo Spagnolo.

Sono trascorsi 11 anni da quel 29 gennaio 1995, . 11 anni di Genoa che tu, invece, avresti vissuto col cuore in tumulto, innamorato pazzo, con la sciarpa al collo anche ad agosto, anche lo scorso agosto.
Ti saresti rannicchiato nella tua sciarpa anche oggi, anche questa domenica di gennaio, fredda e grigia come quella di 11 anni fa, e avresti occupato il tuo posto in quella gradinata per accarezzare le piume del grifo, saltargli sul dorso e volare con lui per altri 90 e più minuti.
Chissà, magari, domani, un domani non troppo lontano si giocherà ancora, finalmente, in serie A e il discorso riprenderà da dove lo avevamo interrotto, perche' tu sai che il nostro Genoa non è prevista la parola fine.
Io, quel giorno, sarò rannicchiato nella mia di sciarpa e soffierò, soffierò forte più forte del vento che accompagnerà la forza delle ali del Vecchio Balordo.
Io potrò esserci, io potrò soffiare, io potrò nascondere bocca e naso nella mia sciarpa, io potrò gioire per i nostri colori o essere molto deluso. A me potrà battere il cuore.
Il tuo cuore, invece, si è fermato a quel 29 gennaio di 11 anni fa. Il tuo cuore si è fermato a Marassi diventato un muro del pianto multicolore per lacrime di coccodrillo. Dopo una tragedia così, avrebbe dovuto suonare più di un campanello d’allarme, ma a quanto pare in questi 11 anni nessuno lo ha ascoltato, forse perché in troppi sono assordati dal suono delle loro voci che ripetono incessantemente “è solo un gioco, prendiamolo come un gioco”. Parole, parole, parole, solo parole…

Oggi, per te, però, non ci saranno solo parole, ma il caldo, unico e insostituibile forte abbraccio della Nord e quello del tuo Genoa che sono convinto giocherà per te, anche per te e per te, oggi, non solo oggi c’è anche il mio pensiero.

Ciao Vincenzo.

Riceviamo e pubblichiamo

un messaggio di un tifoso laziale dopo la vittoria di oggi a treviso.

squadra inguardabile, Ballotta meglio di Yashin. stop
Arbitro impeccabile. stop
Furto epocale nostra squadra. stop
Saluti. stop

Bologna 1963-64 Lo scudetto-terza puntata


La cosa assunse dimensioni inusuali, i giornali milanesi stigmatizzarono la furbata del tecnico bolognese e c'è chi lanciò una crociata moralizzatrice.
Il clima, già caldo divenne incandescente in attesa dello scontro diretto Bologna - Inter previsto per la domenica di Pasqua, subito presentata come quella che sarebbe stata una "Pasqua di sangue". Invece l'Inter espugnò Bologna e non accadde niente di men che ragionevole dando prova, se ce ne fosse stato bisogno, che il pubblico bolognese era fra i più sportivi d'Italia.
Enzo Biagi racconta di un clima mai più vissuto dai tempi della guerra civile dopo l' 8 settembre, un certo numero di cittadini "ottimi" della città emiliana (avvocati, professori universitari ecc. ecc.) si rese protagonista di una azione per l'epoca clamorosa sporgendo alla Magistratura ordinaria una denuncia contro ignoti per la presunta manomissione delle provette di cui fu chiesta la controanalisi e qui venne il bello. Secondo procedura i prelievi effettuati negli spogliatoi erano stati divisi in due provette: una per l'analisi e l'altra per l'eventuale controanalisi, queste ultime, conservate ancora a Firenze presso il Centro tecnico di Coverciano, sottoposte ad un secondo esame rivelarono sì un contenuto di amfetamine, ma "non metabolizzate" (ovvero aggiunte al liquido organico dopo il prelievo) e in concentrazione tale da stendere un cavallo non un calciatore !
La manomissione "a danno del Bologna" era quindi certa e non più un'ipotesi dei più irriducibili tifosi rossoblù. Fra i principali protagonisti della polemica giornalistica che spaccò in due il fronte della critica : Gianni Brera (pro Inter) e Antonio Ghirelli (pro Bernardini e quindi Bologna).
Fiumi di inchiostro "avvelenato" scorsero su Stadio e sulla Gazzetta mentre l'Inter cominciò a rallentare per gli impegni di Coppa Campioni ed il Bologna (secondo la critica nordista) incontrò la benevolenza di certi arbitri che gli permisero di restare in quota fino a quando non avvenne l'altro "coup de theatre".
Mentre il campionato si avviava all'epilogo, con l'Inter Campione d'Italia per il secondo anno consecutivo e finalista di Coppa Campioni a Vienna con il Real Madrid, ecco la bomba : "vista l'impossibilità di provare con certezza la colpevolezza della società" il Bologna è assolto e gli vengono restituiti i punti della penalizzazione, cosa che gli consente di balzare a pari punti con l'Inter in testa alla classifica.
I milanesi insorgono, il resto dell'Italia esulta.
L'Inter deve giocare la finale a Vienna, e chiede che lo spareggio sia il più possibile lontano dall'evento europeo, in Federazione hanno fretta di "chiudere il tombino".
Addirittura all'Inter si propone "uno scudetto per uno" e Dall'Ara , uomo la cui oculatezza è leggendaria, avverte i suoi "mezzo scudetto, mezzi premi !". Si tengono riunioni infuocate in Lega a Milano per stabilire la data che è fissata, infine, per il 7 giugno, allo Stadio Olimpico di Roma.

continua....
da postadelgufo.it

nella foto l'indimeticato Fulvio Bernardini.

George Weah



Nato a Monrovia (Liberia) il 1° ottobre 1966
Attaccante, altezza 184 cm, peso 82 kg

In campionato: 103 presenze e 47 gol con il Monaco, 96 presenze e 32 gol con il Paris SG, 114 presenze e 47 gol con il Milan, 11 presenze e 3 gol con il Chelsea, 7 presenze e un gol con il Manchester City, 19 presenze e 5 gol con il Marsiglia.

Palmares: un campionato del Camerun con il Tonnerre Yaounde, una coppa di Francia con il Monaco, un campionato, due coppe di Francia e una coppa di Lega con il Paris SG, due scudetti e un Pallone d'Oro con il Milan, una coppa d'Inghilterra con il Chelsea.

George Weah è stato il più forte giocatore africano di ogni epoca, il primo e unico ad aggiudicarsi nel 1995, con il nuovo regolamento, il Pallone d'oro. Infatti France Football decise di premiare anche i giocatori di altri continenti a patto che giocassero in un club europeo.

Alteticamente insuperabile, Weah è stato l'ariete prima del Monaco, poi del Paris Sant Germain e infine del Milan di Capello e Zaccheroni.

Atleta dal fisico eccezionale, potente e di grande equilibrio per tutto il reparto offensivo, dotato di un ottimo colpo di testa e dell'istinto naturale per il gol, bravo anche nel colpire la palla col corpo così come nello smarcarsi in profondità, il liberiano ha posseduto soprattutto l'arma della rapidità, oltre alla capacità di saltare gli avversari con azione travolgenti in accelerazione e in percussione.

Come avvenne quel pomeriggio dell'8 settembre del 1996, nel quale George realizzò forse il gol più spettacolare della sua carriera, contro il Verona; recuperò palla nella sua area e si lanciò in contropiede per quasi 90 metri da solo, superando sei avversari e trafiggendo il portiere.

Classifica Pallone d'oro 1995
1° George Weah (Liberia, Milan, 144 punti)
2° Jurgen Klinsmann (Germania, Bayern di Monaco, 108 punti)
3° Jari Litmanen (Finlandia, Ajax, 67 punti)
4° Alessandro Del Piero (Italia, Juventus, 57 punti)
5° Patrick Kluivert (Olanda, Ajax, 47 punti)

Giudizio Fondazione Bonarda...Treno!!!

sabato, gennaio 28, 2006

Francisco Ramòm Lojacono


Si dice che i campioni sono un concentrato di genio e sregolatezza. Francisco Ramòm Lojacono fu la quintessenza del campione inquieto e indomabile.
Nato a Buenos Aires il 12 dicembre 1935 da padre e madre italiani di origine calabrese, già emigrati piccini coi genitori in cerca di fortuna in Argentina, entrò fin da piccolissimo in simbiosi col pallone.
Cresciuto calcisticamente nelle giovanili del San Lorenzo de Almagro, fu accompagnato dalla figura spirituale di padre Rossinelli, insegnante presso la scuola Transito San Josè, oltre che dal mito ormai in declino René Pontoni come stella
cometa.
La società dopo l'esordio a sedici anni in prima squadra, lo cedette in prestito al Gimnasia y Esgrima de La Plata dal quale prelevò il centravanti rispettivo.
Ma si trattò di un cattivo affare perché Lojacono, ormai nazionale giovanile consolidato, si confermò ad alto livello nelle due stagioni successive, al punto che il suo manager Felix Latronico prima della fine dell'anno 1956 gli procurò un biglietto
d'aereo per l'Italia sicuro di assicurargli un contratto da favola.
La meta iniziale di Latronico fu quella rossonera del Milan. Ma il 'nisba' dei milanesi lo paracadutò tra le braccia del presidente viola Befani che lo tesserò prima del termine del 31 dicembre, parcheggiandolo alla L.R. Vicenza per un anno.
Julinho e Montuori, rispettivamente straniero ed oriundo, non permisero un terzo incomodo in rosa. L'anno dopo Montuori venne 'italianizzato' aprendo la strada all'oriundo Lojacono.
Esordio a S.Siro contro il Milan a fine gennaio e seconda parte della stagione in grande spolvero. Brio, fantasia e schegge di spettacolo.
Il riscatto fu automatico per i viola, soprattutto dopo un fantastico gol rifilato sul finire della stagione proprio alla Fiorentina.
La sua prima stagione in viola fu quella del 1957-58. Bernardini storse il naso. Abituato a un calcio calcolato e tattico, l'idea di avere in squadra un ribelle del pallone non lo allettava affatto. Ed infatti non gli trovò un ruolo. La prima stagione giocò ala sinistra o destra, secondo le necessità, proprio perché il suo ruolo era interpretato già da Montuori degnamente. Lojacono digerì il rospo e disputò una stagione notevole. Però fu secondo posto.
L'anno dopo (1958-59) le cose non mutarono molto. Il giocatore era un campione assodato, ma non gli si riusciva a trovare una posizione in campo. Si trattava di un funambolo che giocava d'istinto, non in base alla ragione. Baricentro basso, testa alta, guizzi da vendere.
Inoltre i litigi durante gli allenamenti e le stesse partite aumentarono.
Tante teste, tante personalità forti a confronto in quella Fiorentina. Anche in ciò si può leggere la ragione dell'ennesimo secondo posto.
Ma Lojacono detto 'Toro' per il suo corpo robusto, basso e muscoloso, quasi a dimostrare una irresistibilità fisica, era ormai un personaggio vero e proprio. Prova di ciò ne fu l'esordio in nazionale maggiore contro la Spagna presso il nuovissimo Stadio Olimpico
di Roma, il 28 febbraio 1959. Gol spagnolo di Di Stefano al 68' e pareggio azzurro di Lojacono all' 84'.
Nel 1959-60 Lojacono, che intanto si era calmato per la nascita della sua primogenita, riprese la originaria litigiosità dei primi tempi. La dirigenza lo sopportava a stento. I compagni lo reggevano appena. Il colmo si verificò in una partita contro la Roma,
quando Gratton lo 'v.a.f.f.a.n.c.u.l.ò' per un mancato passaggio vincente in attacco. Lojacono gli si avvicinò e lo schiaffeggiò d'improvviso davanti alla folla.
Il vaso era ormai colmo. A fine stagione Befani (che aveva rifiutato un anno prima 120 milioni dal Napoli per lui) colse l'occasione al balzo e per 100 milioni più Zaglio e Da Costa piazzò Lojacono ad una Roma in vena di manie di grandezza dopo gli arrivi di
Ghiggia, Selmosson e Schiaffino a fianco di Manfredini.
Via Lojacono, via Segato, via Gratton, via Chiappella a fine carriera, arrivarono le 3 emme: Milan-Micheli-Marchesi. La nuova Fiorentina sarà però mediocre rispetto alla vecchia, nonostante un grande Hamrin. Però Lojacono vincerà una Coppa delle Città di Fiera nel 1961 coi
giallorossi, ancora oggi unico titolo europeo dei capitolini. A Roma, dopo le olimpiadi, l'ambiente permise troppe distrazioni e concesse troppo pochi allenamenti.
Lojacono lasciò la prima moglie, si avvicinò a una nuova fiamma (Anna) che diventò sua moglie. Ma il giocatore si sciolse letteralmente.
Il presidente viola Longinotti lo richiamò a Firenze nel 1963-64 con la formula del prestito per il rilancio con Valcareggi in panchina. Ma il declino era alle porte.
La squadra andò allo sbando, Valcareggi saltò, Lojacono non brillò nonostante qualche fiammata.
Si trasferì poi alla Sampdoria nel 1964-65 per passare, dopo una stagione infelice, all'Alessandria in B e in C dove il suo estro ritornò a prendere fiato fino quasi agli albori degli anni '70.
Fece in seguito l'allenatore (Latina, Livorno, Cavese, Salernitana e Nocerina tra le altre) per poi ritirarsi a vita privata nella Sabina.
E' morto il 19 settembre 2002 a causa di un infarto, successivamente a una riuscita asportazione di un tumore da un polmone.
'Cisco' ora non c'è più, ma le sue magie rivivono con lui. Forse poco ricordato rispetto alla portata della classe cristallina, è stato uno dei più grandi campioni che vestirono il colore viola,

Giudizio Fondazione Bonarda...grande calciatore e uomo di carattere !

Il Kaiser



Franz Beckenbauer (Germania)

Nato Giesing (Germania) l'11 settembre 1945
Difensore: altezza 181 cm, peso 75 kg

In campionato: 424 presenze e 44 gol in Bundesliga (396 e 44 gol con il Bayern, 28 presenze con l'Amburgo).

In nazionale: 103 presenze e 14 gol.

Palmares: tre coppe dei campioni, una coppa Intercontinentale, una coppa delle Coppe, cinque campionati e quattro coppe nazionali con il Bayern di Monaco, tre campionati Usa con il Cosmos, campione del Mondo con la nazionale tedesca nel 1974, campione d'Europa nel 1972, Pallone d'Oro nel 1972 e 1976

Nato a Giesing l'11 settembre del 1945, Franz Beckenbauer è considerato il migliore calciatore tedesco di ogni epoca. Nella sua lunga carriera con la maglia bianca bordata di nero della nazionale tedesca (debuttò nel 1965 e giocò la sua ultima gara nel 1977) è racchiuso tutto il massimo splendore del football di Germania.

Il "Kaiser" infatti esordì con i bianchi il 26 settembre nel 1965 a Stoccolma grazie allo straordinario intuito di Helmut Schoen che aveva identificato nel giovane laterale del Bayern di Monaco (dove Franz era entrato tredicenne, diventando titolare a diciassette anni) l'uomo guida della squadra che stava allestendo per i Mondiali d'Inghilterra.

Impiegato da mediano centrale offensivo, Beckenbauer fu la grande rivelazione di quei Mondiali illuminati da campioni assoluti come Bobby Charlton e Eusebio. Segnò la cifra incredibile di quattro reti e nella finale di Wembley diede vita con Charlton a un duello tra i più emozionanti della storia del calcio.

Beckenbauer ha giocato spesso come libero o mediano davanti alla difesa a tre, dando tranquillità al reparto difensivo e proponendosi come ispiratore per il centrocampo e per l'attacco.

Fu proprio questa l'intuizione di Schoen, che lo trasformò in battitore libero davanti alla difesa ma con la licenza di costruire e dirigere il gioco. In questo particolarissimo ruolo Franz diede il meglio di sè e per anni la figura del regista difensivo è stata definita come "libero alla Beckenbauer".

In 12 anni di nazionale Beckenbauer è stato campione del Mondo nel 1974, vicecampione nel 1966, campione d'Europa nel 1972 e vicecampione nel 1976. Nel frattempo, alla guida del Bayern di Monaco, vinceva tre coppe dei Campioni consecutive, una coppa Intercontinentale, una coppa delle Coppe, cinque scudetti e quattro coppe di Germania.

Gli è stato assegnato il Pallone d'oro nel 1972 e nel 1976, secondo per pochi voti nel 1974 e nel 1975 e terzo nel 1966.
Ormai appagato, a 32 anni tentò un'altra impresa: sostituire Pelè come ambasciatore del calcio negli Stati Uniti.

Tre scudetti americani con il Cosmos di Chinaglia prima di tornare in Germania e finire la carriera con la maglia dell'Amburgo.

Dopo l'infelice esito degli europei del 1984 la Federazione tedesca gli affidò la guida della nazionale che sapientemente ha portato al secondo posto nei Mondiali del 1986 e alla conquista del titolo nel 1990 nella finale di Roma contro l'Argentina.

Beckenbauer è stato uno dei rari calciatori in grado di contrassegnare un'epoca; il suo gioco elegante e concreto, raffinato ed essenziale, resta un modello tuttora insuperato.

Classifica Pallone d'oro 1972
1° Franz Beckenbauer (Germania, Bayern di Monaco, 81 punti)
2° Gerd Muller (Germania, Bayern di Monaco, 79 punti)
2° Gunter Netzer (Germania, Borussia Monchengladbach, 79 punti)
4° Johann Cruijff (Olanda, Ajax, 73 punti)
5° Piet Keizer (Olanda, Ajax, 13 punti)

Classifica Pallone d'oro 1976
1° Franz Beckenbauer (Germania, Bayern di Monaco, 91 punti)
2° Rob Rensenbrink (Olanda, Anderlecht, 75 punti)
3° Ivo Victor (Cecoslovacchia, Dukla Praga, 52 punti)
4° Kevin Keegan (Inghilterra, Liverpool, 32 punti)
5° Michel Platini (Francia, Nancy, 19 punti)

Giudizio Fondazione Bonarda...Mito eterno!!!

Florian Albert il Pallone d'oro 1967


(L'Ungherese che incantò il Maracanà)

Nato a Hercegszanto (Ungheria) il 15 settembre 1941
Centravanti: altezza 181 cm, peso 72 kg

In campionato: 351 presenze e 256 gol con il Ferencvaros.

In nazionale: 75 presenze e 31 gol.

Palmares: quattro campionati, una coppa nazionale e la coppa delle Fiere con il Ferencvaros, con la nazionale ungherese medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e terzo posto agli Europei del 1964, Pallone d'Oro nel 1967 e capocannoniere ai Mondiali nel 1962 in Cile

Florian Albert è stato l'ultimo grande campione prodotto dalla scuola ungherese dopo Bozsik, Czibor, Kocsis, Hidegkuti e Puskas, tanto da meritarsi nel 1967 il premo del Pallone d'Oro, quale miglior calciatore del continente.

Nato in un piccolo villaggio a 200 km a sud della capitale, nelle cui strade aveva imparato a giocare, entra in tenera età nelle giovanili del Ferencvaros e il 2 novembre del 1958, a soli 17 anni, debutta nella massima serie.

Centravanti classico del Ferencvaros e della nazionale ungherese per tutti gli anni sessanta, Albert ha segnato 256 gol in 351 partite con il Ferencvaros, 31 reti in 75 partite con la maglia della nazionale.

Albert è stato un attaccante molto veloce e tecnico, grande opportunista e ottimo nel creare spazi anche ad altri suoi illustri colleghi.

Dallo stile elegante e dalla tecnica brillante, era il leader di una nazionale, l'Ungheria, non più eccelsa ma ancora capace di superare per 3-1 il Brasile giocando la miglior partita del mondiale d'Inghilterra. E Albert, simile in tutto al grande Hidegkuti, era il regista di quella squadra, regista che operava dalla posizione di centravanti arretrato, per lanciare i compagni come Farkas e Bene: Albert mise lo zampino in tutte le tre marcature, e addirittura, nell'ultima si prese il lusso di dribblare tre brasiliani prima di servire il compagno che scaricò in rete.

Il 9 novembre 1968, con la maglia del Resto del Mondo, Albert riuscì perfino ad incantare il pubblicò del Maracanà di Rio de Janiero e il Flamengo corteggiò a lungo il fuoriclasse ungherese. Ma il matrimonio con la bellissima attrice Eva Balint e il regime comunista impedirono di fatto che Albert si trasferisse in Brasile.

In Ungheria ha vinto 4 scudetti, una coppa nazionale e una coppa delle Fiere. Con la nazionale ha conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1960 ed il terzo posto agli Europei del 1964.

Nella stagione in cui gli venne attribuito il Pallone d'Oro Albert segnò 28 gol in 27 partite di campionato.

Classifica Pallone d'oro 1967

1° Florian Albert (Ungheria, Ferencvaros, 68 punti)
2° Bobby Charlton (Inghilterra, Manchester, 40 punti)
3° Jimmy Johnstone (Scozia, Celtic, 39 punti)
4° Franz Beckenbauer (Germania, Bayern di Monaco, 27 punti)
5° Eusebio (Portogallo, Benfica, 26 punti)

Giudizio Fondazione Bonarda...100 volte meglio di Luca Toni!!!


Effe Lipper per Fondazione Bonarda

Guardate qua..

ecco..la morale e' che in Italia se sei mafioso corrotto e altro puoi rimanere al Governo, ma se ti azzardi a trasmettere on line una partita di calcio vieni inculato a sangue perche' procuri danni alle tv di qualcuno...clicca!!!

Bologna 1963-64 Lo scudetto-seconda puntata


Il Bologna va in fuga.

La svolta si ha alla 23 ma giornata quando il Bologna, capolista solitario con un punto sul Milan e due sull'Inter, è di scena a San Siro contro i rossoneri per un autentico esame di idoneità allo scudetto, del quale, senza remore scaramantiche, si cominciava a parlare in casa rossoblù.
Milan-Bologna 1-2


Proprio vincendo a Milano con il Milan, al termine di una spettacolare partita, il Bologna sembra iniziare una fuga decisiva anche in vista di qualche "distrazione" dell'Inter impegnata in Coppa dei Campioni. Ma, allora come oggigiorno, il calcio italiano ha sempre avuto una sorpresa da offrire e quella fu particolarmente clamorosa.

Nella settimana successiva alla vittoria di San Siro vengono fuori insistenti le voci, alimentate da indiscrezioni sui giornali milanesi, di un caso di "doping" in cui sarebbero coinvolti cinque calciatori del Bologna.
Dopo molti "si dice" ecco la notizia clamorosa : dopo la partita vinta 4-1 con il Torino un mese prima, i calciatori rossoblù Fogli, Pascutti, Pavinato, Perani e Tumburus erano risultati "positivi per amfetamine" al controllo antidoping, le cui analisi erano state fatte a Firenze.
La notizia ha un clamore incredibile.
La Giustizia sportiva penalizza la Società bolognese dandole partita persa con il Torino e infliggendole un ulteriore penalizzazione di un punto.
L'allenatore Bernardini (che non venne radiato per meriti azzurri) viene squalificato per 18 mesi e il medico sociale del Bologna viene inibito con effetto immediato.
I cinque calciatori, invece, con una decisione che suscita qualche perplessità, non vengono puniti.
Si rischia una guerra di secessione fra Bologna "la dotta" e l'operosa Milano.
Ad alimentare il clima rovente arriva anche il fatto che, nonostante la squalifica, Fulvio Bernardini viene colto in flagrante a dare indicazioni al suo secondo, Cervellati, con l'aiuto di un "Walkie-Talkie" !
La tecnologia irrompeva nel calcio !
Adesso può far sorridere, ma allora le pagine di settimanali femminili, rotocalchi, e quotidiani politici furono invase dalle foto delle "radioline galeotte".

continua...

da postadelgufo.it
nella foto Helmut Haller