mercoledì, gennaio 18, 2006

16 luglio 1950...

Walter Vieira è un tassista di Rio, età indefinita, più cinquanta che quaranta, i capelli grigi e la pelle raggrinzita.

Il sorriso è dolce e quando gli chiedo di accompagnarmi a vedere il Maracanà anche gli occhi gli si illuminano. Penso: per far felice un carioca non c'è di meglio che invitarlo a visitare il tempio del pallone.

E' l'agosto del 1981 ed è la prima volta che capito in Brasile e, naturalmente, dei brasiliani non ho ancora capito nulla.

Partiamo da Copacabana dov'è il mio albergo e Walter durante il tragitto mi illustra le bellezze di Rio e le strade che stiamo attraversando. "Vedi, questo è Flamengo, laggiù c'è la spiaggia di Botafogo, dall'altra parte c'è Laranjeras dove si allena la Fluminense" e così via.

Tutta musica per le mie orecchie di appassionato di calcio. Ci vuole più di mezzora per arrivare nel quartiere di Sao Cristovao, dove c'è il Maracanà, e quando il più famoso (almeno per me) stadio del mondo si para di fronte, rimango senza parole.

Pensavo fosse grande, ma non così. In alto, sopra l'ingresso principale c'è la scritta "Estadio Mario Filho". Chiedo come mai e Walter mi risponde: "E' intitolato a un famoso giornalista sportivo..."

Ma allora perchè tutti lo chiamano Maracanà? "Maracanà è il nome della femmina di un pappagallo piccolo e dalle ali coloratissime. E' stato costruito in una zona dove di maracanà ce n'erano tantissime e il nome è rimasto..."

E' grande, è immenso. Lo guardo e penso: ma qui entrerebbero due stadi di San Siro, forse tre. Le visite sono a pagamento e mi metto in fila per acquistare due biglietti d'ingresso, ma Walter mi blocca con un braccio: "Comprane soltanto uno per te, io non vengo"

Perchè? "Ho fatto un voto tanti anni fa...Dopo ti spiegherò..." Entro da solo e prendo l'ascensore per andare in tribuna. Provo un po' di delusione, il terreno di gioco è lontanissimo, ci vorrebbe il binocolo per vedere i giocatori (che naturalmente non ci sono), l'erba è alta e c'è una grande e profondo fossato attorno al campo di gioco.

Le tribune tutte coperte e la sensazione che provo è quella di trovarmi non in uno stadio, ma in un luogo dove spazio e tempo si fondono assieme.

Penso a Garrincha, a Pelè ("E' in quella porta - mi dice uno indicandomi la sinistra - che Pelè segnò contro il Vasco il gol numero 1000 della sua carriera.
Fu un penalty..." e a tutti gli altri fuoriclasse che in questo ettaro scarso di prato si sono esibiti, ma non riesco ad emozionarmi più di tanto. Attorno a me solo brasiliani, tutti silenziosi come fossero in chiesa. O al cimitero, penso con un brivido.

All'uscita dello stadio Walter mi aspetta seduto sul suo taxi. Mi volto indietro e rimiro l'ingresso del Maracanà, c'è una statua che rappresenta un calciatore con le braccia in alto a sollevare la Coppa Rimet. E' Bellini, il capitano del Brasile campione del mondo 1958. Sul piedistallo ci sono i nomi dei trionfatori.

C'è anche "Mazola" che è venuto in Italia dove si è affermato con il suo vero nome e cognome: Josè Altafini. Chiedo a Walter: perchè lo chiamavano Mazola? La risposta mi sorprende: "Verso la fine degli anni quaranta in Brasile venne il Torino a giocare alcune amichevoli. Tra i giocatori ce n'era uno, con la maglia numero 10 che entusiasmò tutti. Un biondo, con i capelli ricci che si chiama Mazzola. E quando, anni più tardi, Altafini cominciò ad affermarsi nel Palmeiras e in nazionale, gli affibbiarono il soprannome di Mazzola, perchè a quello straordinario giocatore somigliava tantissimo.

Che io sappia Altafini è stato l'unico calciatore brasiliano al quale è stato dato il nome di uno straniero. Questo a sottolineare la bravura di Mazzola". Ma perchè dite Mazola? "Noi brasiliani le doppie non le pronunciamo quasi mai..." Walter rimette in moto il taxi, accende la radio e riprende la strada per Copacabana.

Gli chiedo: allora, perchè non sei voluto entrare al Maracanà? Spegne la radio, frena, scende dall'auto e mi invita a sedermi nei tavolini all'aperto di una churrascaria di Botafogo. Ordina un succo d'arancia e inizia a parlare con voce sommessa, cantilenante, lamentosa, quasi fosse caduto in trance, in preda a chissà quale macumba.

"E' dal 16 luglio del 1950 che non metto più piede in quello stadio maledetto. Sono uno dei duecentomila che alla fine di Brasile-Uruguay ha pianto pensando di morire dal dolore. Era la più forte squadra di tutti i tempi, con più classe di quella del primo mondiale in Svezia, più solida di quella che fece il bis in Cile e più spettacolare di quella che ha trionfato in Messico. Il Brasile del '50 era la magìa del calcio, divertiva e faceva divertire. Sino a quel pomeriggio maledetto..."

Lo guardo con un pizzico di preoccupazione e penso: si metterà mica a piangere con tutta la gente che c'è intorno?

Mi domando anche se tutto quello che dice corrisponda a verità. Come mi leggesse nel pensiero riprende a raccontare: "Mi dirai di Pelè, di Garrincha e di Rivelino, ma io questi non li ho mai visti giocare perchè dopo quella sconfitta ho fatto voto di non guardare mai più tirar calci ad un pallone. Quando passo davanti a una spiaggia e mi accorgo che stanno giocando a calcio mi volto dall'altra parte. Leggo solo i giornali, di tanto in tanto. E ascolto la radio. Chi ha visto il Brasile del 1950, chi ha visto Ademir segnare nove gol, uno più bello dell'altro in quattro partite, soltanto in "quella" non ha segnato, chi è rimasto incantato dai dribbling di Zizinho, affascinato dalle magìe di Friaca e stupito dalle straordinarie giocate di Danilo, chi ha avuto la fortuna di vivere tutto questo non può pensare di vedere altro. Mi hanno reso troppo felice e poi, in quei novanta minuti con l'Uruguay, infelice nella maniera più assoluta e disperante, che non posso più veder tirar calci ad una palla...Non c'è più niente che possa accontentarmi".

francorossi.com