lunedì, gennaio 23, 2006

Domenica 18 dicembre 1994



Alle 16.23, l’Ascoli sfila nel sottopassaggio. Non c’è la minima traccia di una vittoria appena conquistata, un 3-0 secco secco. Zanoncelli chiede: “Come sta il presidente ?”. Rozzi è morto da 5 minuti, nessuno sa. Si avvicina il dottor Formica: “Stazionario, Zano. Speriamo…”. Ecco Bierhoff: non parla, non lancia quesiti, gli scivolano 2-3 gocce di sudore che sembrano lacrime. Incocciati si tormenta la barba lunga di 3 giorni. Il gol, ma quale gol ? Arriva Bigon. Chiude gli occhi per mezzo secondo, si trattiene. Anticipa l’assalto di televisioni pubbliche e private. “Scusate, non riesco a gioire. Devo correre all’ospedale. Come dite ? Ah, già, abbiamo vinto 3-0… Sì, le interviste… Rapidissime, abbiate pazienza. A che serve parlare di calcio ?”. Albertino svicola, col passo da centometrista. Lo attende una macchina con il motore che “canta”. Da lì all’ospedale saranno 4 minuti senza traffico. Squilla il telefonino di Nello De Nicola, assunto l’estate scorsa con la motivazione “consulente tecnico del presidente”. Qualcuno, dall’altro capo, annuncia: “E’ morto”. De Nicola tiene tutto dentro, raggiunge Bigon. “Andiamo a consumare gli ultimi spiccioli di speranza”. Appena giunti al “Mazzoni”, la conferma. “Rozzi è morto, alle 16.20”. Dieci, quindici tifosi. Ma è un capannello che si ingrossa, secondo dopo secondo. Bigon lascia su una seggiola il cappotto marrone, si sistema in un angolino. Si copre il viso con la mano destra: piange. Alza uno sguardo, nota che la gente lo fissa. Chiede: “Accompagnatemi subito in albergo”. Racconterà più tardi: “Sabato mi aveva parlato dell’Ascoli ma anche delle sue aziende. Mi era simpatico perché io ho sempre diffidato dei presidenti urlatori, estroversi. Il mio carattere è agli antipodi. Però, Rozzi era diverso… Avevamo preso un appuntamento per domenica sera… Scusatemi, non riesco ad andare avanti…”. Emidio Gaspari è l’amministratore delegato. “Lo conosco da 26 anni. Nel 1968 lavoravo in banca, mi presentai da lui in sede. Gli chiesi di darmi una mano per un fido, mi rispose: “Perché non entri nell’Ascoli ?”. Detto, fatto. Un amico ? Di più. Un fratello ? Di più. Nel ’92 mi chiese di accettare l’attuale carica per prendermi qualche responsabilità in un momento difficile. Accettai. Adesso finisce un mondo, finisce una storia. Chi era Costantino ? Un generoso. Un uomo umanissimo, unico. Dieci anni fa aveva regalato al padre Guido, muratore in pensione, una vigna a Castoreto. Erano 22 ettari, adesso sono 200… Non incontrerò più una persona come lui. Ha costruito 6 stadi (Ascoli, Benevento, Campobasso, Avellino, Lecce e Ancona, ndr), non stava un attimo fermo. Anche con la malattia, sempre nei cantieri, sempre disponibile. In coppia con il fratello Elio, quasi coetaneo. Venerdì a Milano, nella riunione di Lega, Berlusconi mi consegnò un biglietto: “Caro Costantino, ti aspettiamo presto. Cordiali saluti, Silvio”. L’aveva scritto sul menu della cena… E adesso sapete qual è la verità ? Senza Costantino, diventeremo timidi timidi: chi ci darà protezione ? Chi correggerà i nostri errori ?”. Nello De Nicola è un robot. Parla per forza d’inerzia. “Ci stimavamo da una vita, ma avevamo cominciato a lavorare assieme solo dalla scorsa estate. Il suo pregio ? La schiettezza. Venerdì scorso mi rintracciò a Roma. Ero appena reduce da un piccolo intervento, Rozzi intimò a mia moglie Elide: “Ordina a Nello di restare a casa. Altrimenti, mi arrabbio davvero”. Vi basta per capire l’uomo ?”. Un operaio singhiozza e balbetta: “Oh, Custantin…”. Bierhoff si alza il bavero del cappotto e mormora: “Avevamo fatto una scommessa sulle mie possibilità di andare a giocare in un grande club di A. Quando firmai il triennale, fu tenero tenero: “Oliver, adesso siamo diventati soci”. Sono triste, tristissimo”. Zanoncelli, il capitano, sfoglia l’album dei ricordi: “Arrivai ad Ascoli impaurito. Pensai che con un presidente così avrei avuto mille problemi. Dio, come sbagliavo…”. Marcato non riesce a completare la frase: “Una stretta di mano fortissima, sabato sera in ritiro…”.

“Ma chi sono quei pazzi che trascorrono la domenica pomeriggio dentro uno stadio per vedere la partita ?”. Costantino Rozzi, nei suoi primi 40 anni, non si era mai interessato di calcio e quando la domenica si trovava a passare dalle parti del Del Duca (a quei tempi abitava poco distante) si interrogava sulle ragioni -a lui sconosciute- che potevano indurre la gente ad appassionarsi così. Lui, geometra, in quegli anni Sessanta era in tutt’altre faccende affaccendato. Poi alcuni amici che conoscevano la sua intelligenza di imprenditore emergente, le sue doti di trascinatore, lo convinsero a entrare nel direttivo della squadra di calcio che si barcamenava in serie C e aveva bisogno di sostegno. Costantino Rozzi divenne presidente della Del Duca Ascoli nel giungo del 1968 e in breve fu conquistato dal nuovo ruolo. Il calcio divenne la sua passione. La sua vita. “Io voglio vincere -disse alla prima riunione del Consiglio direttivo- noi dobbiamo andare in serie A”. Sembrava una battuta e alcuni si misero a ridere. Terzo posto nel suo primo campionato di C (68-69) poi, nei primi anni Settanta, la grande ascesa: con 2 promozioni in 3 anni Costantino, che nel frattempo aveva conquistato la simpatia popolare ed era diventato il “presidentissimo”, portò la squadra in serie A (73-74). Non si chiamava più Del Duca Ascoli (dal nome del primo presidente mecenate) ma Ascoli Calcio. Costantino Rozzi presidente, Carlo Mazzone allenatore. Cominciava la leggenda bianconera. Una città di poco più di 50.000 abitanti riusciva ad esprimere oltre 30.000 spettatori. Un record. Un miracolo calcistico ! Il miracolo di Costantino Rozzi. 14 campionati di serie A tra promozioni (4) e retrocessioni, l’orgoglio di competere alla pari con i grandi club: Rozzi ha regalato un sogno ad Ascoli facendola emergere dall’anonimato della provincia. E’ stato non solo il presidente della squadra di calcio ma un uomo-simbolo, un trascinatore, un punto di riferimento. Emblematica la frase scritta da mano ignota a caratteri cubitali su un muro all’imbocco della superstrada Ascoli-Mare da lui costruita: “Custandì, tu ca jè la nostra voce… fatte sentì”. Lui era fiero di interpretare il sentimento popolare, di essere il portavoce di una intera comunità. Rozzi imprenditore scaltro. Aveva diversificato le sue attività costruendo, insieme al fratello Elio, un gruppo industriale di circa 1000 dipendenti: gran parte dell’economia ascolana ruota intorno al nome di Rozzi. Edilizia (ponti e strade ma anche stadi e impianti sportivi), vino (la sua cantina di Castorano produce ogni anno milioni di litri che vengono anche esportati), 4 alberghi nonché compartecipazioni in molte altre attività: Costantino Rozzi era un vulcano inesauribile, trasmetteva carica come pochi altri. Aveva mille impegni, era preso da mille pensieri ma quando c’era di mezzo l’Ascoli mollava tutto e tutti. Rozzi precursore. Aveva capito con largo anticipo che il calcio, continuando a sperperare denaro in maniera scriteriata, sarebbe finito in un tunnel. Lo aveva urlato nelle trasmissioni televisive mettendo in guardia Coni, Federazione e società: restano famose alcune sue crociate contro gli arbitri e contro i calciatori stranieri in difesa delle piccole società ma anche come tutela della Nazionale. Si era battuto (invano) per il sorteggio arbitrale, aveva contestato il Palazzo troppo sensibile alle volontà dei potenti, magari a danno delle provinciali. “Dobbiamo avere uguale dignità, uguale trattamento. Altrimenti che si faccia una serie A/2. Ma non prendiamoci in giro” ripeteva Rozzi.

Presidenti cosi' non ce ne sono piu'.

Non prendiamoci in giro.

Effe Lipper per Fondazione Bonarda.