domenica, gennaio 08, 2006

Domenica è sempre domenica. Prima parte

Domenica è sempre domenica
di Francesco Troncarelli

“Daje regà, daje co’ sti cerini” disse Remo porgendo agli inseparabili Roberto Fiorentini ed Enzo Tumioli due copie del giornale da stadio “Lancio” attorcigliate, “’namo, nun perdete tempo accedendete ‘ste fiaccole”, aggiunse concitato per sollecitare gli amici a portare a termine quella operazione che insieme a loro tutta la Tribuna Tevere stava eseguendo, per poter illuminare l’Olimpico in festa. La Lazio aveva vinto la Coppa Italia, il primo trofeo in assoluto a rilevanza nazionale della sua storia e i tifosi celebravano eccitati l’evento.
“A Remo, che spettacolo!’’, commentava Enzo entusiasta per quelle torce che accendevano la notte dell’Olimpico il 24 settembre del ‘58, “guarda, guarda le curve, sembrano in fiamme” aggiungeva Roberto infervorato per la coreografia che si era creata sugli spalti, “sta Coppa ce la semo meritata pure noi”. Ed era vero, perché la finale con la grande Fiorentina di Sarti, Chiappella e Hamrin era terminata da tempo, la Coppa Italia era stata consegnata, il giro di campo era stato fatto con in testa il dinoccolato Bob Lovati, l’arcigno Janich, il popolare Tozzi e il goleador Prini a guidare il gruppo, ma i sessantamila laziali erano voluti restare ai loro posti, insaziabili, per dare il via a una fiaccolata che sarebbe entrata anch’essa nella storia della prima squadra della Capitale.
Tutto quell’entusiasmo del resto era più che giustificato, perché finalmente veniva messa nella bacheca della società una Coppa vera, ottenuta peraltro al termine di una stagione senza infamia e senza lode (decimo posto a pari merito con la Spal) e che aveva riservato un colpo di scena finale: la vendita ai rivali di sempre, la Roma, dell’idolo Selmosson.
Ma andiamo con ordine, anzi, facciamo un passo indietro. Avevamo lasciato Remo Troncarelli alle prese con l’avanspettacolo sguaiato e caciarone di Cacini e il varietà opulento e kitch della Wandissima, in una Roma ancora pacioccona e de noantri che andava risollevandosi dalle miserie e ristrettezze della Guerra.
In quella Roma che voltava pagina e si rimboccava le maniche, dove palazzinari di ogni ordine e grado stavano tirando su interi quartieri a Monte Mario, Monte Sacro e lungo la Nomentana, gli intellettuali alla Cardarelli, De Chirico e Flaiano si sedevano ai tavolini di “Rosati” a piazza del Popolo e i ragazzi di vita di Pasolini partivano da Donna Olimpia per le loro scorribande, mentre la sgomitante classe impiegatizia e la rampante borghesia del terziario si incontravano sotto i portici di piazza Esedra al “Grand’Italia”, anche Remo recitava la sua parte tuffandosi nel lavoro e sposando la sua fidanzata Rosa, trasteverina di San Cosimato, figlia di Cesare Macci, prima cornetta al Teatro dell’Opera.
Erano gli anni Cinquanta, anni di crescita, di industrializzazione, di inurbamento. Anni di cambiali, frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie per tutti, anni segnati dall’avvento della televisione, la novità che più di tutte influenzerà il costume ed unificherà il Belpaese e segnati anche dalla motorizzazione di massa con il lancio sul mercato in grande stile della 500, mitica vettura ancora oggi rimpianta, destinata al record di longevità delle auto italiane (sarà prodotta fino al 1975!), in qualità di prima, seconda e per i più in soldo, terza macchina “di casa”, oltre che piccola ma indispensabile garconniere su quattro ruote per tutti.
Erano naturalmente anche gli anni dell’amata Lazio, che dal glorioso Flaminio si sarebbe trasferita sull’altra sponda del Tevere, nel nascente “Stadio dei centomila” al Foro Italico.
La Lazio del portierone Sentimenti IV, di Puccinelli e Alzani, del coriaceo Checco Antonazzi, dell’imprendibile Vivolo, di Burini, Fuin e il roccioso Remondini, del piccoletto Muccinelli, del danese Hansen, del professor Siliato, del conte Vaselli e degli intramontabili Ercoli e Bornigia.
Due volte terza, due volte quarta e spesso e volentieri tra il lusco e il brusco della mezza classifica. Una Lazio aristocratica e al tempo stesso popolana, romana da sempre, assediata dai nuovi arrivati che piombavano a ondate da ogni dove, alla ricerca di un lavoro e del benessere a rate e che per acquisire “meriti” verso l’Urbe che li accoglieva a braccia aperte e anche per nascondere le origini, s’intruppavano fra le fila giallorosse confondendo il sacro (la Città Eterna) col profano (Roma calcio).
Di quella Lazio che incominciava a dar fastidio per la sua primogenitura nel calcio, agli occhi di tanti parvenu della romanità, c’era un testimonial particolare, uno che “non gliela mandava a dire”. Stiamo parlando di Mario Riva, attore comico letteralmente esploso con la televisione dopo una lunga gavetta nel varietà, grazie al programma “Il Musichiere”, che era un fedelissimo dell’Aquila. La sua simpatia travolgente, la sua romanità, la sua bonomia, incarnavano l’essenza tipica del tifoso laziale di quel periodo, mai invadente o sopra le righe ma comunque gajardo e tosto.
Insieme ai vari Padre Mariano, il cappuccino che dispensava parabole e saggezza all’insegna del “Pace e bene a tutti”, Mike Bongiorno e al suo “Lascia o raddoppia” , al professor Cutolo che napoletanamente aveva una risposta ai “Vostri perché”, all’amico degli animali Angelo Lombardi, all’irresistibile “Carosello” ed alle pecore dell’”Intervallo” che pascolavano al suono di una dolcissima arpa, Mario Riva era “la” televisione.

Tutti i più grandi nomi dello spettacolo di quei tempi, dalla star hollywoodiana Gary Cooper (“Mezzogiorno di fuoco”) alla diva internazionale Josephine Baker (“J’ai des amour, mon pays et Paris ”), andavano nel suo show come ospiti d’onore, introdotti dopo il tradizionale “Ecco a voi…”, da un avverbio rispolverato dal dimenticatoio dallo scoppiettante Mario e che diventerà d’uso comune immediatamente: “nientepopodimeno che …”.
In quello spettacolo che il sabato sera teneva incollati gli italiani davanti al televisore, l’ex comico divenuto personaggio nazionale cantava la sigla del programma “Domenica è sempre domenica”, un brano che scalò subito la classifica dei dischi più venduti stilata dal “Radiocorriere”, e che divenne il simbolo di quegli anni avviati con spensieratezza verso il Boom.
Tutta l’Italia cantava allegramente quel ritornello semplice e senza pretese che infondeva serenità e ottimismo, fotografando un piccolo mondo antico che di lì a poco sarebbe scomparso con l’esplodere delle nuove mode e dei nuovi modi di vivere: “Domenica è sempre domenica/ si sveglia la città con le campane/ al primo din don del Gianicolo/ Sant’Angelo risponde din don dan/ Domenica è sempre domenica/ e ognuno appena si risveglierà/ felice sarà e spenderà, sti quattro sordi de’ felicità”.
E spesso e volentieri quel ritornello lo cantavano anche i tifosi laziali, quando vedevano entrare il “bravo presentatore” in Tribuna. Lo intonavano in coro per ringraziarlo per le sue prese di posizione a favore dei colori biancocelesti e per le battute saporite nei confronti dei cugini che lanciava dai microfoni di Radio Campidoglio.
“Anche ieri, allo stadio c’era Mario Riva –annota nei suoi appunti Remo- Col capello tutto impomatato di Brill cream, disponibile e sorridente con tutti, stava con Franco Interlenghi, il protagonista di “Sciuscià” e Roberto Villa, il bello dei Telefoni bianchi, tre laziali come noi. Quando l’hanno visto, in molti hanno iniziato a cantare Domenica è sempre domenica e lui si è unito alla gente sventolando una bandierina biancazzurra che teneva in tasca. Riva ha portato fortuna anche questa volta, perché abbiamo vinto 2 a 0 col Torino. Hanno segnato Carradori e il brasiliano Tozzi”.

Continua...

qui la Lazio 1958




Un abbraccio ai ragazzi lazio.net che hanno fornito l'articolo.

4 Comments:

Anonymous Carmendgl11 said...

Katrina and the Waves........

10:55 AM  
Anonymous Carmendgl11 said...

mmmmmmm,

11:00 AM  
Blogger Fondazione Bonarda said...

yes....che famo Sarabanda anni 80 ? ci sto..a fare sarabanda with you. smack !!!

11:00 AM  
Anonymous Carmendgl11 said...

Curiosity Killed The Cat, gran figoni

11:14 AM  

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