lunedì, gennaio 09, 2006

Domenica è sempre domenica. Seconda parte

1958 anno di svolta dunque per l’inconsistente palmares societario, con la conquista della Coppa Italia, preceduta come già detto da un clamoroso colpo di scena, la cessione a seguito di una grave crisi economica (una crisi praticamente cronica…), dell’idolo della tifoseria biancoceleste, lo svedese Arne Selmosson detto “Raggio di luna” per la sua capigliatura bionda, alla concorrenza cittadina per 135 milioni di lire.
Quella cessione maturata all’improvviso scatenò il finimondo. Quasi una rivolta popolare, tanto da far intervenire le camionette della Celere sotto la sede della società, in pieno centro.
“Via Frattina era presidiata da decine di poliziotti”, scrive Remo, recatosi anche lui in quella sera di luglio a protestare contro i vertici societari insieme agli amici (la prima di una lunga serie di contestazioni che verranno). “Faceva caldo, c’era molta tensione, qualcuno fischiava verso le finestre della sede, qualcun altro strillava Buffoni, traditori, andatevene dalla Lazio, erano tutti avvelenati. A un certo punto arrivarono anche Rendina e Jannucci due soci che si erano dimessi dalla giunta che guidava la società, che rivolti alla folla di tifosi, dissero:”Telefoniamo ad Arne, invitiamolo a restare, lui capirà, non ci può tradire”. Tutti applaudirono entusiasti. Allora i due accompagnati da una delegazione entrarono nel palazzo per chiamare il calciatore. Dopo un quarto d’ora di attesa il gruppo tornò in strada subito accerchiato dalla gente, “Ci abbiamo parlato, non dipende da lui, ha detto che farà di tutto per restare”, ma quella risposta dell’attaccante era una bugia forzata per svelenire il clima troppo teso. In realtà il contratto era inattaccabile e ce ne andammo via con tanta amarezza, consapevoli che non ci sarebbe stato nulla da fare”.
In questo clima su di giri, alcuni giorni dopo, la sera del 12 luglio, si disputa il derby, ultima partita del girone eliminatorio dei quarti di Coppa Italia. Prima che inizi la stracittadina, i tifosi protestano vivacemente sugli spalti, c’è chi riesce a raggiunge il presidente Siliato e gli lancia delle monetine. Arriva la polizia. Volano schiaffi e spintoni. A placare gli animi ci penserà prima il generale Vaccaro (sempre lui!) che parlamenta con gli agenti e i tifosi inferociti, poi l’inizio della partita che finisce con un pareggio firmato Tozzi-Da Costa ed il rituale tutti a casa che placa, per il momento, le proteste .
A ingarbugliare ancora di più quella situazione densa di malumori e incavolature, ci pensò poi l’arrivo di Fulvio Bernardini sulla panchina biancoceleste. Come dire, per un laziale che diventava suo malgrado romanista tra mille mugugni, c’era un romanista che diventava laziale, o meglio tornava a casa. tra altrettanti mugugni di parte opposta. Il grande Fuffo infatti, talento del calcio capitolino e italiano, era stato il primo calciatore laziale a indossare la maglia della nazionale, ma per i soliti problemi di cassa, era successivamente approdato alla corte dell’Inter nonostante il giuramento fatto al padre in punto di morte, di non lasciare mai la Lazio. Il problema però, è che qualche anno dopo, Bernardini era tornato a giocare nella Capitale ma nella sponda romanista ottenendo grandi successi, suscitando malumori e dissensi fra i suoi vecchi sostenitori della Rondinella. Con queste “credenziali” chiacchierate, che peraltro non rendevano merito alla sua maestria e valenza di allenatore, era ora lui il nuovo mister della squadra biancoceleste, orba sì di del biondo attaccante svedese, ma determinatissima nella voglia di conquistare la tanto agognata Coppa. E così fu, con un gol epico di Prini alla mezz’ora del primo tempo di Lazio-Fiorentina, che cancellò come d’incanto veleni, sfottò e tradimenti, scatenando il tripudio generale dei fedelissimi laziali.
Un raggio di luna va, un raggio di sole viene, con l’inaspettato trofeo vinto grazie a “Fuffo nostro”. Sarà dunque “il Dottore”, come veniva rispettosamente chiamato per essere uno dei pochissimi ex calciatori laureato a quei tempi (ma anche ai giorni nostri, come i tanti Palloni bori in circolazione confermano…), a sollevare le sorti dell’Aquila? Magara.
E’ tutta una fiammata illusoria e in campionato la Lazio non uscirà mai dall’anonimato, sino a sprofondare sempre più nelle stagioni successive, con l’aggravante di cinque derby consecutivi persi senza neanche pareggiarne uno. “Bernardini vattene” allora, mentre l’irreparabile sta per materializzarsi.
Remo però, nonostante la sua provata lazialità, era preso da altri problemi ben più importanti di una campionato in negativo. Il papà Memmo infatti dopo una travagliata malattia se ne andava, lasciando un grande vuoto in famiglia e soprattutto negli adorati e coccolati nipoti, il piccolo Fabio e l’ultimo arrivato Francesco. A loro, i regazzini de casa Troncarelli, il grande nonno aveva dedicato un ruspante e delicato sonetto che alle ultima strofa recitava:
“Io so’ romano de sti Sette Colli,/ li mi nipoti so’ du fusti belli/ Fabio de l’antichi e bulli,/ Francesco er santo de li poverelli./ Er padre ner vede sti due fanelli,/ ride de gioia e pensa a un fiore,/ la madre Rosa invece, se rallegra er core./ E er nonno? Er nonno benedice co’ la mano destra,/ sto quadro ricamato de fiori de ginestra”.
Memmo Troncarelli, romano de Roma e laziale storico se ne andava così in punta di piedi, accompagnato dall’affetto di tutta Campo de Fiori e i Giubbonari nella chiesa di san Carlo ai Catinari, dove a dargli l’ultimo saluto c’erano anche Sante Ancherani e gli amici fiumaroli.
Se ne andava con il rimpianto di non aver visto lo scudetto cucito sulle maglie della sua amata Lazio neanche ai tempi di Piola, ma in compenso, se ne andava senza aver provato il dispiacere di vederla precipitare in serie B.




Ancora grazie e auguri agli amici di lazionet per i 106 anni che oggi compie la loro squadra.