giovedì, gennaio 12, 2006

El Manco Uruguay 1930

I primi mondiali non li ha visti nessuno.
Sono mondiali di foto ingiallite, virate seppia dal tempo più che dal fotografo.
Una delle più famose, e delle più comuni sui libri di calcio, è quella della squadra Campione del Mondo: l’Uruguay.
Sullo sfondo della foto lo Stadio del Centenario, maestoso, costruito da zero in otto soli mesi e capace di 100.000 spettatori.
Si dice che per la fretta venga inaugurato con le strutture ancora non rifinite e in alcuni punti, come le tribune, ancora con la calce ed il cemento freschi su cui un’ignota mano traccia subito un perentorio augurio: “Uruguay campeon”.
Nella foto di rito /questa/sono in tredici alla faccia della scaramanzia: l’allenatore con un enorme bouquet ed un signore prestante con una valigetta scura fanno ala agli undici titolari.
Fra i calciatori accosciati, ve n’è uno al centro che con la mano sinistra si copre quella destra, ma guardando bene le mani, che sembrano giunte, si nota che sono in una posizione strana, innaturale.
In realtà quel calciatore la mano destra non ce l’ha: è Hector “Manco” Castro, uno dei personaggi di quel lontano Mundial rioplatense; la mano, Hector, l’ha persa lavorando da falegname, ma ha un sinistro potentissimo “ed al calcio non si gioca con le mani” ricorda il C.T. uruguagio Suppici a chi gli chiede perché lo schieri in quella finale.
El Manco gioca nel Nacional di Montevideo.
Non è alle prime armi, è stato Campione sudamericano nel ’26 ed ha partecipato alle Olimpiadi, ma non è il titolare, gioca al posto di Peregrino Anselmo del Penarol, il miglior centravanti uruguagio, che misteriosamente non è disponibile per la finalissima.
La leggenda vuole che pochi minuti prima dell’inizio della finale Anselmo si sia avvicinato a “el capitan” Nazzasi e gli abbia detto di non sentirsi in grado di scendere in campo e toltasi la camiseta celeste l’abbia passata a Hector Castro ancora vestito da passeggio.
Ufficialmente Anselmo risulterà infortunato, c’è però chi dice non sia sceso in campo perché ha ricevuto minacce di morte da parte dei tifosi argentini e soprattutto perché ha dei vecchi conti in sospeso con il centromediano argentino Luisito Monti e non muore dalla voglia di saldarli.
Anche il futuro centravanti della Fiorentina Pedro “Perucho” Petrone, è indisponibile; si è infortunato subito, nella prima partita di quel mondiale, e così la “celeste” deve affrontare gli eterni rivali dell’Argentina senza i suoi due più grandi attaccanti.
Con l’assenza di Pelegrin Anselmo salta anche l’attesissimo duello a distanza con Guillermo Stabile “el Filtrador” che di quel Mundial è il capocannoniere.
Il clima in cui si disputa la finale è a dir poco arroventato.
La vicinanza di Montevideo e Buenos Aires favorisce l’invasione dei tifosi argentini e la polizia dispone misure eccezionali già sulle navi che attraversano il Rio della Plata; la capienza dello Stadio Centenario è cautelativamente ridotta, prima a 90.000 poi addirittura a 80.000 spettatori, invece dei 100.000 per cui è stato costruito.
Ovviamente si registra il tutto esaurito.
L’arbitro belga Langenus, che a Montevideo ha già arbitrato tre partite, per accettare di arbitrare la quarta, la finalissima, ottiene da parte degli organizzatori la stipula di una assicurazione sulla vita e la garanzia di poter partire per l’Europa subito dopo la partita.
Un transatlantico italiano, il “Duilio”, verrà fatto attendere per poter riportare subito l’arbitro dall’altra parte dell’Oceano, senza che debba aspettare il successivo soggiornando a spese degli organizzatori.
Nonostante ciò la leggenda vuole che l’altro arbitro belga, un certo Christophe, preferisca partire ancora prima senza presenziare alla finale arbitrata dal connazionale.
Un’ondata di gelo investe l’Uruguay in quei giorni che saranno i più freddi del secolo, ma la temperatura del tifo è incandescente.
Prima della partita allo Stadio del Centenario si presentano quattro diversi personaggi spacciandosi per l’arbitro e lo stesso Langenus ha il suo daffare per farsi riconoscere.
Quando arriva, scortato con discrezione ed in incognito, deve dimostrare di non introdurre armi nel proprio spogliatoio: “le saranno restituite all’uscita, qua dentro la difenderemo noi”, lo avverte il solerte funzionario che ispeziona la sola valigetta con la quale, cambiatosi d’abito, ha deciso di partire subito dopo la fine della partita, disponendo che i bagagli gli vengano spediti successivamente.
In effetti è una sfida eccezionalmente calda per diversi motivi.
L’Uruguay ha vinto le ultime due Olimpiadi e due anni prima, nel ’28 ad Amsterdam, ha battuto in finale, dopo due partite combattutissime, l’Argentina che non ha accettato di buon grado la sconfitta.
Adesso, dopo due anni di furiose polemiche legate a quella partita, l’Argentina, che si ritiene superiore, vuole prendersi la rivincita proprio a Montevideo.
Per dare un’idea della rivalità fra i due contendenti basta dire che non si riesce a metterli d’accordo neppure sul pallone da impiegare: salomonicamente si giocherà un tempo con un pallone di fabbricazione uruguagia ed l’altro con uno di fabbricazione argentina, entrambi “en verdadero cuero vacuno”, ma con particolari costruttivi diversi, come ad esempio la geometria dei segmenti e le cuciture.
Degli schieramenti c’è poco da dire se non che a quel tempo la tattica non esiste, o quasi.
Le due squadre si affrontano con tre difensori, due centrocampisti e cinque attaccanti (!).
L’Uruguay ha i suoi punti di forza nel capitan Nazzasi e nel centromediano Andrade, battezzato “la maravilla negra”, unico calciatore di colore fra i ventidue in campo; l’Argentina, oltre a Stabile, ha Monti, detto “El Tigre”, dal nome del quartiere di Buenos Aires in cui è nato, e “Nolo” Ferreyra, l’asso del River Plate, una mezzala molto tecnica.
“La partita è subito avvincente” - raccontano le scarne cronache dell’epoca – “e le due squadre tentano con ogni mezzo di superarsi.”
All’intervallo l’Argentina, che ha rimontato l’Uruguay passato subito in vantaggio, conduce per 2-1 e Guillermo Stabile ha segnato il suo ottavo gol in cinque partite.
La sorte sembra arridere ai sogni di rivincita argentini, ma l’Uruguay tira fuori tutto quello che ha e lo lancia contro l’Argentina, che le cronache descrivono nell’occasione tecnicamente superiore.
In campo volano botte da orbi.
“El Manco” Castro diviene l’eroe della rimonta, prima serve a Cea il gol del pari, poi, dopo il gol di Iriarte, segna allo scadere la rete del trionfo.
Proprio la foto di questo gol è l’altra immagine di quel Mondiale.
L'inquadratura è presa da dietro la rete, che vela tutta l’immagine; si vedono il portiere argentino (Botasso dicono gli almanacchi) con la coppola in testa che si tuffa goffamente e sulla sinistra Castro che ha scagliato il tiro della vittoria.
A fianco di “el Manco” un difensore argentino guarda la scena con la stessa mimica che hanno ancora oggi i suoi moderni colleghi quando vedono un gol avversario, seminascosto dal portiere, l’arbitro Langenus aspetta con impazienza di poter prendere sano e salvo quella famosa nave.
L'organizzatissimo direttore di gara dovrà tuttavia vivere ancora qualche ora di paura: la nebbia fitta sull’estuario infatti impedisce che il transatlantico Duilio arrivi in orario per ripartire subito dopo la partita come vuole il programma.
“La nave italiana si presenterà solo all’alba del giorno dopo” – racconta Gianni Brera – “e il povero arbitro belga, subito scortato in sidecar al molo d’attracco vi passa la notte all’addiaccio”.
Inutile dire che anche i tifosi argentini, inferociti per la sconfitta che imputano al gioco duro degli avversari protetti dall’arbitro, sciamano verso i moli dove li attendono le navi che li riporteranno a Buenos Aires; per fortuna nessuno riconosce fra i viaggiatori in attesa per altre destinazioni l’arbitro Langenus cui altrimenti sarebbe stata forse utile quella famosa polizza sulla vita.
Al ritorno in Argentina i tifosi si scatenano: a Buenos Aires l’ambasciata dell’Uruguay viene assalita e devastata, i rapporti diplomatici fra i due paesi diventano tesi non solo in campo calcistico.
L’opinione pubblica trova un capro espiatorio in Luisito Monti, feroce centromediano del San Lorenzo, che viene accusato addirittura di codardia e con tanta veemenza da indurlo ad accettare l’offerta della Juventus.
In Italia avrà fortuna e si laureerà Campione del Mondo nel 1934 con la maglia azzurra.

Francesco Parigi