martedì, gennaio 31, 2006

Ernst Happel



Uno dei pregi del calcio non è certo la gratitudine verso quei personaggi che l’hanno onorato con le loro imprese.

D’altronde, non si può pretendere di più da uno sport che ultimamente ha cambiato le sue regole con una velocità maggiore del cambio di pannolini di un bebé. La memoria è un esercizio importante, rende onore a chi la adopera e a chi viene ricordato. Aiuta a non dimenticare, fa conoscere a chi non ha visto perché troppo giovane.

Se il calcio è cultura, e di sicuro lo è, non può non avere memoria.

I personaggi dimenticati sono tantissimi. Se vogliamo, anche il più grande, Diego Armando Maradona, è dimenticato e, soprattutto, abbandonato al proprio destino.

Oggi ci piace ricordare un allenatore, uno dei migliori del dopoguerra, forse il migliore: Ernst Happel.

Ricordare Happel non è facile perché era antipaticissimo. I suoi giocatori lo chiamavano poco affettuosamente "il tiranno". Non si trovano sue foto con un sorriso (sembra che nessuno l’abbia mai visto ridere). Non si trovano sue foto insieme alle sue squadre festanti dopo una delle innumerevoli vittorie. Non si trovano negli archivi sue frasi carine e garbate o ispirate alla cavalleria sportiva. Non era amico di nessun giornalista sportivo (li detestava). Per noi italiani, poi, è stato un nemico storico: ha sempre battuto le nostre squadre (l’unico a superarlo una volta sola fu Castagner con l’Inter). Diede ai nostri colori delusioni terribili: l’ingiusta eliminazione della splendida Italia di Bearzot ai mondiali del 1978 e la sconfitta della Juventus nella finale di Coppa dei Campioni del 1983 contro l’Amburgo.

Comunque, al di là della antipatia, Happel è stato un mostro. Nel suo curriculum c’è tutto. Manca solo un mondiale che perse immeritatamente contro l’Argentina nel 1978. Lui allenava l’Olanda, priva, è giusto dirlo, di Cruijff, ed ebbe la sfortuna di giocarsi la finale nella tana di una squadra, l’Argentina, condannata a vincere dalla dittatura dei suoi generali. Quel giorno sulla sua strada trovò pure l’abominevole arbitraggio di Gonella che capì subito che aria tirava a Buenos Aires e sorvolò su una terrificante gomitata di Passarella a Neeskens, che costò al tulipano la perdita di quattro denti e un salato conto dal dentista.

Happel è nato e morto a Vienna in un arco di tempo che va dal 1925 al 1992. In questi anni ha girato il mondo portando i suoi insegnamenti in mille stadi. E uno degli stadi più romantici del mondo, quello della sua Vienna, in suo onore ha cambiato nome. Gli è stato dedicato, infatti, il nobile "Prater". All’Austria ha dato tanto anche da giocatore. Difensore grintoso, duro al limite del codice penale, capace anche di far male non solo alle caviglie avversarie ma anche alle mani dei portieri avversari grazie al suo tiro violento. Protagonista dei mondiali del 1954 e 1958, finito di giocare iniziò subito ad allenare. Iniziò come tecnico in seconda nel suo amato Rapid Vienna (dove aveva svolto tutta la sua carriera di giocatore). Un uomo come lui non era nato per fare il vice, nel suo DNA era impresso il codice del comando. Andò a cercar fortuna in Olanda e fece la fortuna del calcio olandese. Prima al Den Haag, piccolo club a cui permise di vincere la coppa nazionale, e poi al Feyenord. Con la squadra di Rotterdam incominciò la scalata alla storia. Arrivarono due scudetti (bisogna ricordare che competeva con la stellare Ajax di Cruijff) e una leggendaria Coppa dei Campioni, la prima del calcio olandese, ottenuta dopo aver fatto fuori nel cammino eliminatorio il Milan di Rocco, iniziando così la sua fama di "bestia nera delle squadre italiane". Alla coppa campioni, seguì come digestivo l’Intercontinentale. Molti danno all’Ajax i meriti della rivoluzione del calcio totale. E’ giusto ricordare che certi cambiamenti arrivarono in Olanda grazie anche a un maestro come Happel. Eppure quel Feyenord non era fortissimo. Gli unici veri campioni erano Van Hanegem, il difensore Israel e l’attaccante svedese Kindvall. La forza di quella squadra era il collettivo. In questo Happel era inarrivabile; le sue non erano squadre, erano orchestre che esprimevano un calcio velocissimo per quei tempi e terribilmente aggressivo. Non si trattava di un gioco bello da vedere come quello dell’Ajax. Però, era maledettamente pratico. Sembrava una via di mezzo tra il calcio totale e quello all’italiana. Potremmo definirla una "zona catenaccio" che non faceva giocare gli avversari, li irretiva e poi ripartiva a velocità supersonica. Se ci passate l’affermazione: Happel attuò con venti anni di anticipo quello che sostiene di aver inventato Sacchi.

Andate a rivedervi le cassette per capire se diciamo o meno la verità. Come Sacchi, Happel aveva una considerazione smisurata di sé, ma un carattere ben più forte, non a caso non ha mai fallito una missione e non si è mai dimesso o è stato esonerato.

Il santone austriaco disprezzava gli avversari, spesso di divertiva a umiliarli. Storico un 12 a 0 rifilato ai malcapitati del Rumelange in una partita di Coppa Uefa. Dopo l’Olanda fu la volta della Spagna con due anni nella bella Siviglia. Unica tappa senza trofei da mettere in bacheca. L’astinenza da vittorie durò lo spazio di un soffio. Happel volò in Belgio per fare le fortune del Bruges. Arrivarono tre scudetti in fila e una storica finale di Coppa dei Campioni nel 1978 contro il Liverpool. Anche qui l’allenatore austriaco arrivò in finale dopo aver preso lo scalpo di una squadra italiana: la Juventus di Trapattoni. Gli inglesi erano troppo forti anche per le alchimie di Happel e si aggiudicarono la coppa grazie a un gol di sua maestà Kenny Dalglish.

Nel 1978 Happel guidò anche la nazionale olandese che portò, come visto in precedenza, alla finale mondiale.

Dopo una parentesi allo Standard Liegi, giunse la chiamata dall’Amburgo. Furono sei anni felici e pieni di successi: 2 scudetti, una coppa di Germania e la Coppa dei Campioni nel 1983, la terza allenando tre squadre diverse, un record assoluto. Questo trofeo fu conquistato ai danni della stellare Juventus di Trapattoni. La videocassetta di questa partita dovrebbe essere studiata da tutti coloro che intendono fare gli allenatori. Happel, da vero stratega, tese tantissime trappole nelle quali anche una vecchia volpe come il Trap mise la zampa. Platini fu cancellato dal campo con una marcatura a uomo e Felix Magath uccellò Zoff con un tiro dalla distanza. Sulla carta non era un Amburgo fortissimo, ma sulla carta nessuna squadra allenata da Happel lo era. La vera forza era lui: studiava alla perfezione gli avversari e trovava quasi sempre l’antidoto per annullarli.

Dopo i trionfi tedeschi, il santone vecchio e malato tornò in Austria giusto in tempo per aggiungere all’albo d’oro due scudetti e una coppa nazionale con il Tirol Innsbruck. Prima di morire, nel 1992, gli affidarono la nazionale, ma la partita più importante era contro un avversario imbattibile.

Di lui ci piace ricordare un aneddoto raccontato da Rolff, sua colonna nell’Amburgo (fu l’uomo che marcò a uomo Platini nella finale di coppa dei campioni del 1983). Rolff ricorda che di come Happel amasse seguire gli allenamenti seduto su una sedia da regista cinematografico a bordo campo. Dava gli ordini al suo vice che poi li diramava alla squadra. Una volta disse al suo collaboratore di far uscire anzitempo un giocatore. Questo stupito chiese il perchè, non direttamente ad Happel ma al suo tramite, che rivolse il quesito al grande capo. Happel inforcava degli occhiali da sole, se li tolse e chiamò davanti a sé il giocatore e gli disse: "Domani giochiamo in campionato e tu andrai in panchina."

"Perché" chiese il calciatore

"Perché voglio vincere!" ringhiò il tecnico.

Questo era Happel.

In questo calcio di caporali di giornata, ci manca un generale come lui.