domenica, gennaio 22, 2006

Il Tacco di Allah.



Rabah Mustafa Madjer nasce il 15 Febbraio 1958 ad Algeri. La sua prima squadra si chiama Onalait de Hussein-Dey: ha appena 14 anni. L’anno dopo, Madjer passa al Nars Atlethique de Hussein-Dey, dove vive dieci anni che lo formano calcisticamente, regalandogli una Coppa d’Algeria (1979) e la convocazione per i Giochi di Mosca dell’anno seguente. Lì, superata la Spagna, l’Algeria (vera rivelazione del torneo) s’arrende alla Jugoslavia. Ma due anni dopo, al Mundial di Spagna ’82, Madjer porta a termine la prima delle sue strepitose imprese, conducendo la sua nazionale ad una vittoria su cui nessuno avrebbe mai scommesso: 2 a 1 alla Germania Ovest di Rummenigge. È il 16 Giugno 1982 e Madjer va in gol al 9’ della ripresa. Purtroppo, sfortuna vuole che, per la differenza reti, sia l’Algeria la squadra costretta ad abbandonare la terra iberica; nel Gruppo 2 infatti, la spunteranno i tedeschi e, con loro, l’Austria. Resterà indelebile l’immagine della palese e vergognosa "melina" cui daranno vita le due qualificate, durante lo scontro decisivo dell’ultima giornata del girone, vinto di misura dai tedeschi. Nonostante la forte delusione, il fuoriclasse algerino si mette comunque in luce.

Il desiderio di tentare l’avventura in Europa, nel calcio che conta, matura sempre più prepotentemente nella mente di Madjer. Dopo uno scontro a muso duro con la Federazione Algerina, che gli infligge una squalifica di otto mesi perché il giocatore, contravvenendo alle leggi allora in vigore nel suo paese, stava accordandosi con una selezione europea, Madjer riprende a giocare, sempre in Algeria, ancora per un anno. A fine stagione la Federazione lo lascia partire e il Genio di Algeri tenta l’avventura in terra transalpina: Racing Club Paris prima (1983-85) e Tours poi (1985). Ed è proprio lì che il Porto lo nota e decide di puntare su di lui, acquistandolo immediatamente; è il 1985 e Madjer giunge al 2° posto nella classifica del Pallone d’Oro d’Africa.

Si apre un triennio delirante. 1985-88: tre stagioni in cui il Genio si esalta e fa esaltare i suoi tifosi e tutti gli amanti del calcio. In terra lusitana, l’algerino vince praticamente tutto, cominciando nel 1986, quando centra l’accoppiata Campionato – Supercoppa portoghese. Nel mezzo, ancora un altro Mondiale, stavolta in Messico, che però dura poco. Momento topico di quei fantastici anni: la notte in cui Madjer viene ribattezzato come "il Tacco di Allah".

Il 27 Maggio 1987, alle ore 20.15, di fronte a circa 56mila spettatori, scendono sul manto erboso del Prater di Vienna le formazioni finaliste della Coppa dei Campioni: i tedeschi del Bayern Monaco ed i lusitani del Porto. È una notte che passerà alla storia, perché accadrà ciò che in pochi s’aspettano. Soprattutto, guardando le formazioni in campo ed il cammino che le porta a quella gara.

Gli uomini guidati da Udo Lattek approdano alla sfida del Prater dopo aver eliminato, nell’ordine, squadre del calibro di Psv Eindhoven, Austria Vienna, Anderlecht e Real Madrid (peraltro, doppi confronti tutti superati piuttosto facilmente). I lusitani del baffuto Artur Jorge invece, sono reduci da un cammino più agevole: Rabat Ajax (vittoria straripante nella gara d’andata ad Oporto: 9-0!), Vitkovice, poi Brondby e Dinamo Kiev (quest’ultime superate non senza qualche lieve patema d’animo).

Il Bayern gioca la finale con Pfaff tra i pali (proprio lui, l’autore di numerose "genialate", tipo quella d’indossare guanti-maxi); Winklhofer, Nachtweih, Eder e Pflüger; Flick, Brehme, Matthäus e Hoeness; M.Rummenigge e Kögl. Il Porto risponde con Mlynarczyk; Joao Pinto, Eduardo Luis, Celso e Inacio; Quim, Magalhaes, Madjer, Sousa, Andre; e davanti, Paulo Futre.

L’inizio è tutto in salita per i portoghesi, che non riescono a trovare la via della rete e subiscono l’iniziativa dei tedeschi praticamente per l’intera prima frazione di gioco. Si va al riposo con gli uomini di Lattek in vantaggio, grazie al gol di Kögl dopo 25 minuti di gioco. Nell’intervallo, Artur Jorge rimescola le carte: fuori il centrocampista Quim, dentro l'attaccante brasiliano Juary (già, quello del balletto intorno alla bandierina dei corner dopo ogni gol). Il Porto non molla, lotta con tenacia e tenta in ogni modo di scardinare il bunker del Bayern. E ci riesce.

Minuto 77: Juary penetra in area di rigore tedesca e "scarica" al centro dell’area per Madjer. Il suo Talento, in quei fugaci secondi in cui la stella algerina vede la sfera avvicinarsi prepotentemente verso i suoi piedi, gli impone di stopparla, girarsi, destreggiarsi e tentare la conclusione. Troppo complicato. Troppo assurdo. Troppo e basta. Madjer dà così ascolto all’altra voce che gli parla dentro: la voce del Genio. E non ci pensa più di tanto: resta spalle alla porta, accarezza la palla con l’interno destro, la lascia scivolare sul tallone e spiazza tutti. Avversari e compagni. Spettatori e addetti ai lavori. Cattolici e musulmani. Da quel momento in poi, Rabah Madjer sarà per tutti loro "il Tacco di Allah". Emblematica, a tal proposito, l’immagine di Lothar Matthäus alla vista di quel gol: volto disperato e mani nei capelli (e il peggio deve ancora arrivare). Quattro minuti dopo infatti, Madjer restituisce il favore: assist "al bacio" dalla sinistra per Juary e rete del brasiliano, con una magistrale esecuzione al volo di destro. Il Porto esplode nei festeggiamenti, conscio che la Coppa non avrebbe potuto più sfuggirgli. E così in effetti sarà.

Il 1987 si rivelerà un anno straordinario per Madjer e per il Porto. Alla conquista della Coppa dei Campioni, seguiranno infatti la Coppa Intercontinentale (ancora gol dell’algerino, in mezzo alla neve di Tokyo, a dieci minuti dal termine dei supplementari: splendido "lob" a scavalcare il portiere e Peñarol affondato), poi la Supercoppa Europea e il Pallone d’Oro d’Africa, oltre al titolo di Miglior Giocatore d’Algeria. Ed a questo punto, le sirene italiane iniziano a corteggiarlo.

Nell’Estate dell’88, Ernesto Pellegrini acquista Rabah Madjer. Un fuoco di paglia. Il Tacco di Allah non supera le visite mediche e viene rispedito al Porto. I lusitani lo "sbolognano" allora al Valencia. L’Inter ripiega su un certo Ramon Angel Diaz. A fine stagione, "El Indio" conta 13 palloni in fondo al sacco e Aldo Serena addirittura 22. La metà almeno, grazie a Diaz. E i nerazzurri vincono quello che, almeno finora, resta l’ultimo tricolore della loro lunga e gloriosa storia. Com’è strana la vita, delle volte…

L’avventura spagnola non è altro che una breve ed infelice parentesi. Madjer torna allora ad Oporto, in cerca di sé stesso e della sua identità di giocatore. Ma il Genio sembra non parlargli come qualche anno addietro. Vince ancora: un altro Campionato, un’altra Coppa nazionale, ancora una Supercoppa portoghese. Ma non incanta più, non diverte più. La sua classe è sempre cristallina e il Talento gli consente di conquistare la Coppa d’Africa e di giungere al 3° posto nella classifica del Pallone d’Oro d’Africa. Il tutto nel 1990. L’anno dopo, l’algerino appende le scarpe al chiodo. Ha "solo" 33 anni.

Il Madjer allenatore è qualcosa di sregolato. Ci limitiamo soltanto a dire del titolo nazionale vinto nel ’99 in Qatar, sulla panchina dell’Al Wakra. Poi, ancora polemiche con la Federazione Algerina, battaglie legali condotte con grande coraggio e sciagurata ostinazione ed il passaggio ad un’emittente televisiva come commentatore (dai giudizi sin troppo schietti, per la verità).

Rabah Mustafa Madjer vanta 87 presenze e 40 reti con la sua nazionale ed è collocato dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (IFFHS) al 5° posto nella classifica dei calciatori africani del XX° secolo. Rabah Mustafa Madjer è inserito anche al 62° posto nella classifica dei migliori giocatori di ogni tempo. Eppure, Rabah Mustafa Madjer è prigioniero. Prigioniero della sua schiettezza, che gli impone una vita controcorrente. Prigioniero della sua irruenza, che l’ha portato, e lo porta ancora, a compiere scelte difficilmente condivisibili dai più. Prigioniero del suo Genio, che lo ha incastonato, da quella notte del 1987, in un affascinante e fugace colpo di tacco. Mai come quella volta, tremendamente decisivo.

Alberto Maieli