sabato, gennaio 21, 2006

Intervista a Tacconi



Da sinistra Antonino Criscimanni, Bruno Limido, Lorenzo Ferrante, Franco Ipsaro, Cesare Cattaneo, Venturini, Stefano Tacconi. Accosciati: Paolo Beruatto, Peppe Massa, Mario Piga, Beniamino Vignola
Intervista a Stefano Tacconi: il mitico portiere dell'Avellino degli anni 80
di Riccardo Cannavale

Da indiscusso numero uno sui campi di calcio a uomo di spettacolo che non disdegna la politica. Stefano Tacconi si conferma personaggio poliedrico anche dopo aver appeso i guanti al chiodo. Rievocare con lui le sue tre stagioni trascorse in Irpinia è come rivivere quegli attimi, quelle scene di un Avellino d’altri tempi che metteva sotto i più quotati avversari.

Stefano Tacconi arrivò ad Avellino nell’estate del 1980 per sostituire un altro grande portiere, Ottorino Piotti, appena ceduto al Milan. L’anno precedente Tacconi aveva difeso i pali della Sambenedettese, in serie B. Una buona annata la sua che si concluse, però, con la retrocessione dei marchigiani.

“Sapevo di raccogliere un’eredità pesante, ma ero giovane e con tanta voglia di sfondare. Per me si trattava dell’esordio in serie A e in quell’anno accadde davvero di tutto. Avevamo cinque punti di penalizzazione e una squadra costruita quasi ex novo da Sibilia, un maestro nell’ingaggiare calciatori con l’ansia di rilanciarsi. Ricordo che insieme a me arrivarono Vignola, Criscimanni, Tagliaferri e Juary. Poi ci fu il terremoto, con tutto quello che ne seguì: insomma quel campionato ebbe il peso di quindici stagioni giocate tutte insieme”.

Ricorda ancora come fosse oggi la serata del 23 novembre del 1980. “Ero a cena con Juary, avevamo battuto l’Ascoli 4-2 e stavamo festeggiando a Mercogliano. In un minuto non si capì più niente, ovunque intorno a noi fu distruzione. Quell’evento, così drammatico, produsse il risultato di unire ancor di più la squadra. Diventammo un gruppo granitico che sentiva il peso di dover fare qualcosa per quella gente così provata. Ci riuscimmo e fu una grande gioia per tutti”.

Tre tornei da protagonista, un posto di riguardo nel cuore dei tifosi: Avellino fu un trampolino di lancio verso i più grandi successi targati Juventus, senza dimenticare la lunga esperienza in azzurro.

“Quando il commendatore mi comunicò che ero stato ceduto alla Juve mi trattò davvero come un figlio e forse per lui ero davvero tale. <> mi disse e mi diede una pacca sulla spalla. Lascio immaginare quale gioia fu per me: ce l’avevo fatta, grazie all’esperienza vissuta ad Avellino, questo non lo dimenticherò”.

Dai metodi spicci di Sibilia a quelli dell’avvocato Agnelli: due modi diversi di porsi e di vivere il calcio. “Passai da un eccesso all’altro, dagli schiaffi di Sibilia allo stile pacato degli Agnelli ma entrambi mi hanno insegnato molto. D’altronde, se non ci fosse stato il commendatore a credere in me forse non avrei scalato le vette del calcio”.

Con la piazza irpina Stefano Tacconi ha sempre avuto un ottimo rapporto Per tre anni sulle sue mani si sono infrante le velleità di tante squadre di espugnare quel fortino che era lo stadio “Partenio”. Del calcio italiano l’ex numero uno di Avellino e Juventus continua ad essere una bandiera, non solo per i risultati ottenuti in carriera (centrò lo scudetto già al primo anno nella Juventus e fu subito convocato in Nazionale) ma anche per quell’aria da guascone che lo scorso anno lo ha visto tra i protagonisti della prima edizione della trasmissione televisiva “L’Isola dei famosi”.

Un personaggio in campo ed anche oggi che ne è fuori, non c’è che dire.

Attualmente vive a Milano, dove si occupa di marketing ed organizzazione di eventi legati allo sport e allo spettacolo ed è consulente aziendale.

Ad Avellino è tornato l’ultima volta due anni fa, per un rendez vous con i vecchi amici. “Quando giocavo lì era diventata quasi una scaramanzia andare un paio di volte a settimana a cena dal mio amico Sabatino ad Atripalda. Due anni fa abbiamo rispolverato quella vecchia usanza. Ci siamo ritrovati, con qualche anno e qualche chilo in più, per una rimpatriata tra vecchi amici”.

Di Avellino e degli avellinesi Tacconi conserva un ottimo ricordo, quello di un popolo caldo e molto unito, legato a filo doppio alla squadra di calcio. “Ai miei tempi – dice – eravamo consapevoli che per questa terra rappresentavamo qualcosa di importante. In quegli anni ricordo che tra i calciatori era quasi una moda rinunciare a venire a giocare al sud, ma lì posso assicurare che si vivevano grandi esperienze”. Sorride quando gli chiediamo di provare a fare un parallelo tra il suo calcio e quello attuale. Liquida l’argomento con una battuta: “Ma ve l’immaginate un manager che avesse parlato al commendatore Sibilia di merchandising e marketing? Lo avrebbe mandato a quel paese non appena apriva bocca! E’ cambiato tutto ed il progresso nel calcio ha portato un carico di problemi che è sotto gli occhi di tutti”.