lunedì, gennaio 16, 2006

Kurt Hamrin L’uccellino

"Dal nulla, almeno apparentemente, sbuca una scarpa bullonata, sopra vi è acciambellato un calzettone viola che scopre uno stinco pallido.
Un colpo, uno schiaffetto, poco più che una carezza, e la palla si infila in rete."

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Il terzino tedesco, Campione del Mondo in carica, capì subito che le cose si mettevano male.
La sua squadra, forte come quattro anni prima, era sotto per 2-1 e l’arbitro Zsolt amministrava benissimo la partita evitando che potessero pareggiare, e quel pallone, perso stupidamente dai suoi compagni, poteva essere molto, ma molto pericoloso.
Decise di fare due, tre passi indietro.
L’ala avversaria ricevette il pallone un po’ troppo sulla destra per puntare diritta alla conclusione, si bloccò e partì, secca, ancora sulla destra, poi piegò verso il centro, senza cambiare passo.
Avanzava a scatti, quasi saltellando, toccava il pallone con la punta dello scarpino piegandosi ora a sinistra ora a destra, ma senza deviare dal suo bersaglio: la porta tedesca.
Juskowiak, il terzino che quattro anni prima a Berna aveva vinto la Coppa del Mondo affrontando l’attacco della Grande Ungheria, decise di aspettare l’avversario per poi affrontarlo sul limite dell’area di rigore.
Fu un errore.
L’ala avversaria sembrava ormai volare accarezzando il pelo dell’erba, saltò secco il terzino che per paura di commettere un fallo da rigore evitò di intervenire.
Juskowiak fece in tempo a vedere il suo portiere uscire dai pali e quel diabolico omino controllare la palla, prendere la mira, batterlo con un diagonale alto, e saltarne il corpo lanciato in un tuffo inutile e disperato.
Kurt Hamrin segnò così il gol del 3-1 per la Svezia e la qualificò per la finale col Brasile ai Mondiali del 1958.
Un salto di qualche anno.
Uno stadio dell’Italia calcisticamente definita “provinciale”, foschia che non riesce a diventare nebbia, campo pesante e erba bagnata, terreno poco adatto ai calciatori leggeri.
L’attaccante viola riceve palla sul limite dell’area, fa tre passi verso la fascia opposta, un tocco verso un compagno che si inserisce, controlla la sfera, quindi crossa verso il centro.
Il centravanti viola è in netto ritardo sulla difesa che si è piazzata.
Decide di non saltare limitandosi ad una opposizione con le spalle, il portiere avversario sembra in vantaggio, assieme a lui si dirige verso la palla un altro difensore.
I due si ignorano a vicenda.
Quando si accorgono l’uno dell’altro, il centravanti viola ormai li impalla irrimediabilmente.
Il portiere tenta un guizzo per abbrancare quel pallone che, da innocuo, intuisce, sta diventando minaccioso, ma il compagno inciampa sull’attaccante viola e lo urta, squilibrandolo.
Il guizzo si appesantisce fino a diventare disperato, le mani brancicano il pallone, lo prendono, lo toccano, sfugge, cade, urta la testa del difensore poi la spalla del centravanti viola e sta per toccare terra.
Dal nulla, almeno apparentemente, sbuca una scarpa bullonata, sopra vi è acciambellato un calzettone viola che scopre uno stinco pallido.
Un colpo, uno schiaffetto, poco più che una carezza, e la palla si infila in rete.
Nel fango un groviglio di membra e bestemmie si chiede da dove sia sbucato quel diavolo in maglia viola, come possa avere capito che da un simile toboga di teste, spalle e gomiti,il pallone avrebbe finito per passare da lì, dove lui lo aspettava sornione.
Se poteste ascoltare il sonoro con sentireste maledire la fortuna sfacciata di quel piccoletto.
Da tempo non lo fa più nessuno: quello che Kurt Hamrin ha appena segnato è l’ennesimo gol in maglia viola; a fine carriera, saranno centonovanta in sedici anni di Serie A vestendo, oltre a quella viola, le maglie di Juve, Padova, Milan e Napoli .
Ancora un salto di pochi anni.
Il Milan di Rivera e Nereo Rocco domina in campionato e gioca la finale di Coppa delle Coppe contro i tedeschi dell’Amburgo, a Rotterdam.
Il Paròn ha deciso di schierare contro quella squadra di colossi proprio Hamrin, ormai anche anziano, oltre che piccoletto ed apparentemente fragile.
Sembra una decisione strana, ma nessuno conosce e stima quello scandinavo così italiano quanto lui.
Più di dieci anni prima l’aveva voluto al suo Padova di colossi dai modi spicci, quello svedese sottomisura, così diverso dagli stereotipi del calcio nordico: Nordhal, John Hansen, Hasse Jeppson.
Hamrin era arrivato alla Juventus, ma si era infortunato quasi subito e non aveva legato con Boniperti e compagni che si aspettavano, e forse cercavano, qualcosa di diverso da quel biondino dalle spalle spioventi, e la corsa saltellante.
Così “i manzi” del Padova avevano trovato la loro mascotte ed i gol che mancavano.
Tanti, e segnati in tutti i modi.
Ogni palla vagante diventa sua, segna in contropiede, in mischia, addirittura di testa.
Rocco che non si è scordato di quei giorni lontani lo vuole dalla Fiorentina in parziale contropartita di Amarildo.
I viola lo hanno ceduto, poiché lo considerano ormai a fine carriera: ha compiuto trentatré anni e l’asso brasiliano, oltre che più giovane, appare molto più fresco.
Quella sera , tuttavia, Rocco scommette molto sul suo vecchio “mulo” che non lo delude.
Un pallone filtra nella difesa tedesca.
Il difensore indugia pensando che un suo compagno sia meglio piazzato, Kurt fiuta il profumo che preferisce, quello del gol, infittisce i passettini della sua corsa, lo anticipa e segna il primo gol.
Pochi minuti e su un cross dalla destra i tedesconi sono superati dalla parabola che hanno calcolato male, in compenso non ha sbagliato i suoi conti Kurt che arriva e con un colpetto di testa segna il 2-0 consegnando il trofeo al Milan.
E’ la sua seconda Coppa delle Coppe, dopo quella vinta sette anni prima a Firenze e che si aggiunge al suo primo scudetto conquistato pochi giorni prima.
L’anno dopo arriverà anche la Coppa Campioni, con il gol del 2-0 segnato in semifinale contro i campioni in carica del Manchester United, ma non la Coppa Intercontinentale in quanto nel frattempo è passato al Napoli per chiudere la carriera.
Non vincerà invece lo scudetto a Firenze dove ha dato il meglio di sé.
Più che le vittorie i tifosi gigliati ricorderanno di lui il suo inimitabile stile, quella corsetta saltellante, quei calzettoni perennemente arrotolati sulle caviglie, quelle spalle asimmetriche, quella corsa a passettini rapidi, quelle accelerazioni palla al piede con i bulloni che sembravano sfiorare, indifferentemente, l’erba asciutta o la melma.
Quella corsa così atipica, quella sua apparente fragilità, gli portano presto in dote un soprannome che indosserà come un vestito su misura per tutta la carriera : “uccellino”.
All’ombra della torre di Maratona Kurt Hamrin diventa un mito.
I suoi gol, le sue fughe travolgenti, i suoi tocchi astuti diventano una droga per i tifosi viola.
Segna moltissimo, ma non diventa mai capocannoniere.
Certe sue imprese diventano leggenda, basta ricordare che riesce addirittura a mitigare la nostalgia per l’addio di Julinho.
Di tutte vale la pena di ricordarne una.
Bergamo, metà anni sessanta, una giornata d’autunno.
Piove piano mentre la Fiorentina attacca forte: Hamrin detta un passaggio filtrante, De Sisti lo serve alla perfezione, controllo impeccabile e rasoterra secco.
Avete impiegato più tempo voi a leggere questo rigo e mezzo che lui a segnare.
Dopo il gol neppure un gesto di esultanza.
Il portiere orobico gli si avvicina e gli porge la mano, Kurt la stringe, poi sembra quasi chiedergli scusa.
Non pensate male, c’è una ragione, addirittura semplice.
Nessuna “combine”, nessuna polemica con società, compagni o tifosi : quello è il gol del 7-1 per i gigliati, il quinto per Kurt Hamrin, “l’uccellino” [1].

by Francesco Parigi

[1]

XIX GIORNATA, 2 febbraio 1964, Bergamo , Atalanta-Fiorentina :1-7 (0-3)
Marcatori : 10’, 17’, 25’ Hamrin, 50’ Pirovano, 66’ e 75’ Hamrin, 78’ Petris, 88’ Domenghini (A)

La Fiorentina è allenata quell’anno da Ferruccio Valcareggi, che dopo sole otto partite lascia la panchina a Beppe Chiappella e non ha particolari pretese, ma, alla fine della stagione la squadra viola si piazzerà al quarto posto, dopo Bologna, Inter e Milan ed a pari punti (38) con la Juve.
Kurt Hamrin, segna in quella sua splendida annata, 19 reti in 33 partite, due sole in meno del capocannoniere, il danese Harald Nielsen che trascina il Bologna al suo ultimo scudetto.
Quella domenica, a Bergamo, l’attacco viola si schiera con Hamrin, Canella, Petris, Benaglia e Can Bartù; “uccellino” a parte, è facile dire che si è visto di meglio.
Mentre Hamrin fa il tiro a segno contro il povero Pizzaballa, a Bologna i felsinei travolgono il Torino per 4-1.
Alla fine della partita vengono sorteggiati per il controllo antidoping cinque calciatori del Bologna : Fogli, Pascetti, Pavinato, Tumburus e Perani.
Sembra il solito controllo di routine, ma quella pipì scatenerà un autentico putiferio: i cinque vengono trovati prima positivi per anfetamine, poi scagionati dopo una battaglia legale destinata a stravolgere il calcio italiano.
Il Bologna prima penalizzato, poi riabilitato, conquisterà il suo meritato scudetto dopo uno spareggio con l’Inter.

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