giovedì, gennaio 12, 2006

La leggenda del calcio totale/ sesta puntata

Senza diritti e senza immagine

Qual è il fine ultimo che si cela dietro questa strategia? Abramovich e Berezovsky sono così innamorati del calcio da volere una loro squadra in ogni paese? Solamente qualcuno che ha operato all’interno della 'rete' può fornire una risposta che si avvicini alla verità, e quel qualcuno c’è; per ovvie ragioni non vuole che il suo nome venga rivelato, perciò da questo momento lo chiameremo (noi del settimanale Voetbal International, ndr) con il nome di Mister X. ''Per la cosiddetta 'rete' mi sono occupato del trasferimento di capitali da un paese all’altro e della gestione di ingenti quantità di denaro. Naturalmente quello che facevo non aveva nulla a che fare con il calcio. Si trattava di affari, nient’altro che affari''. Qual è lo scopo di tutto ciò? ''Vogliono controllare il mercato. Loro non ragionano secondo logiche sportive, il campionato, la squadra, i tifosi e quant’altro; vedono semplicemente dinnanzi a sé un mercato potenzialmente florido, e lo vogliono sfruttare ai massimi livelli. Vogliono diventare la prima multinazionale del calcio, un po’ come lo è la Sony nel mondo dell’elettronica; una filiale per ogni paese''. Il 'complete control' cantato dai Clash quasi trent’anni fa è ancora attualissimo; loro si riferivano al mercato discografico, oggi è in ogni campo della vita.

Eppure nel calcio non è la prima volta che si verificano casi di collaborazione tra due o più club in campo internazionale, e senza che ciò sia per questo illegale. Basta citare le 'connections' tra Paris Saint-Germain e Servette, tra Udinese e De Graafschap, o quella della Parmalat con diverse squadre sudamericane (anche se qui ci sarebbe da fare un bel discorso in merito alla legalità). Secondo X però le cose non sono paragonabili, perché la 'rete' delle finanziarie muove una quantità di denaro dieci volte superiore: ''Questa non è gente che ha centinaia di milioni, ma decine di miliardi, e con simili somme il mercato puoi davvero tentare di controllarlo. La parte del leone la fa il mercato sudamericano, quello brasiliano in particolare, miniera praticamente inesauribile di talenti dove ogni giorno sembra nascere un nuovo Pelè. Il Brasile è una giungla dove vige la legge del più forte, vale a dire del più ricco. Ciò che avviene, poniamo, in Olanda, dove un giocatore può decidere in quale squadra vuole giocare, in Brasile non è possibile; i procuratori comprano dai club i cartellini dei giocatori quando questi sono ancora nelle selezioni giovanili, li acquistano a blocchi, cento-duecento per volta, e poi li gestiscono a loro piacimento. Un investimento a fini di lucro davvero vantaggioso, perché in una rosa di duecento giocatori qualcuno con del vero talento destinato a sfondare lo trovi sempre. Fin dalla giovane età quindi molti calciatori non sono padroni del proprio destino''.

Juan Figer è il re incontrastato del mercato brasiliano, forte di un capitale di oltre seicento milioni di dollari guadagnati nel corso degli anni grazie al mercato dei calciatori; raccolta, valorizzazione e conseguente cessione, il gioco è semplice e molto redditizio. ''I soldi veri questi intermediari non li fanno con quanto ricavano dalle commissioni per il trasferimento di un giocatore, bensì con i suoi diritti di immagine. Per ottocento dollari è possibile acquistare una società nelle Isole Vergini, alla quale vengono poi fatti gestire i diritti d’immagine di quattrocento-cinquecento giocatori. Non c’è paragone in termini di guadagno tra le commissioni percepite per una trattativa andata a buon fine e lo sfruttamento di questi diritti; quante volte infatti un giocatore cambia casacca in carriera? Tre, quattro, sei volte? L’intermediario si intasca ad ogni affare concluso una percentuale che varia tra il 5 e il 10 percento del valore della transazione. I diritti d’immagine invece li sfrutti per tredici, quindici anni e, quello che più conta, non ci paghi un centesimo di tasse''. Urgono spiegazioni più dettagliate. ''Come pensate che guadagnino buona parte dei loro soldi i giocatori strapagati della Liga Spagnola? Con i diritti d’immagine, spesso gestiti da società off-shore con sede in Olanda o in qualche paradiso fiscale. Il tutto può sembrare frutto di una mente molto fantasiosa, ma non lo è affatto. Nei Paesi Bassi esiste davvero una società che detiene il 70% dei diritti d’immagine di tutti i più importanti giocatori della Liga. Funziona così: prendiamo come esempio Ronaldo, e poniamo che guadagni all’incirca dieci milioni di euro l’anno. Di questa cifra, il 70% è costituito dai ricavi derivanti dai diritti d’immagine e il 30% dallo stipendio che percepisce dal Real Madrid. Ronaldo paga le tasse su questi tre milioni di euro, mentre i rimanenti sette vengono trasferiti in Ungheria a lì parcheggiati per dodici ore, quindi spostati in Olanda, dove restano fermi altre dodici ore e poi vengono spediti in qualche paradiso fiscale. Perché Ungheria e Olanda? Perché tra Spagna e Ungheria e tra quest’ultima e l’Olanda ci sono in vigore degli accordi in materia fiscale. Una volta giunti in una di queste isole dei Carabi dove nessuno fa domande, la finanziaria e l’intermediario in questione si trovano a dover gestire sette milioni di euro netti. Il calciatore chiaramente questi calcoli non li fa, limitandosi a comunicare al proprio agente quanto vuole guadagnare dalla gestione dei diritti d’immagine. Il resto finisce tutto in tasca di chi gestisce, anno dopo anno, questo denaro''.

Nel mondo odierno chi gestisce grosse quantità di denaro non ha difficoltà nel trovare persone preposte ai controlli che girino la faccia dall’altra parte e istituti bancari che non facciano domande, perché, come si suol dire, pecunia non olet. L’inchiesta brasiliana su Joorabchian, il Corinthians e l’MSI si è arenata per questioni di giurisdizione territoriale, e non poteva essere altrimenti; le isole Vergini sono territorio off-limits. Josè Reinaldo Carneiro, il procuratore di giustizia incaricato delle indagini, qualche conclusione riesce però a tirarla: ''Parecchi indizi ci hanno indotto a pensare che questo enorme flusso di denaro abbia origine dal traffico di droga e di armi della mafia russa. I legami tra la MSI e una certa persona che nel suo paese è stata condannata a venti anni di carcere per frode, fiancheggiamento del terrorismo e altri crimini vari (chiaro il riferimento a Boris Berezovsky, ndr) sono sufficientemente dimostrati''. Aggiunge Romeu Truma: ''In un modo o nell’altro il denaro sporco russo deve ritornare a casa. Cosa c’è di meglio che farlo attraverso l’azienda-calcio? I controlli sono pochi, e il riciclaggio può essere effettuato senza correre molti rischi''. Insomma dalle lavanderie e dai casinò il crimine organizzato è passato alle società calcistiche quale mezzo per riciclare il denaro sporco. Con la crisi economica che regna al giorno d’oggi nel mondo del pallone leggere le cifre pagate da certi club per l’acquisto di alcuni giocatori può far legittimamente sorgere più di un dubbio. Prendiamo il Chelsea: trenta milioni di euro per Ricardo Carvalho, venti per Paulo Ferreira, dodici per Mateja Kezman, il cui contratto con il PSV sarebbe scaduto l’anno successivo, quindi l’anno seguente altri trenta per Shaun Wright-Phillips e addirittura trentotto per Mickael Essien. Soldi sborsati senza batter ciglio per operazioni comunque a perdere. Ecco il parere di Tom Cannon, direttore e amministratore delegato della Manchester Business School: ''Considerando l’intero investimento compiuto da Abramovich in questi anni (250 milioni di sterline, ndr), il Chelsea dovrebbe avere profitti-record per i prossimi 25 anni''. I soldi potrebbero insomma servire ad altri fini. Conclusione. Il temporaneo epilogo della vicenda vede l’UEFA denunciare, sul finire dello scorso agosto, di aver ricevuto parecchie informazioni riguardo alle attività di questo cartello in continua espansione, anche se, per mancanza di collegamenti certi, nessuna inchiesta è stata ancora avviata. Joorabchian nel frattempo ha tentato di sbarcare nella Premier League mediante l’acquisto del West Ham, ma l’affare non è andato in porto. Per ora non resta che attendere le prossime mosse di FIFA e UEFA e vedere gli sviluppi della vicenda, trovando magari il tempo di chiedersi, sull’esempio di Voetbal International, se il mondo del calcio stia davvero diventando un parco giochi per miliardari latitanti con capitali nascosti da reinvestire nel mercato.

Alec Cordolcini
indiscreto.it