mercoledì, gennaio 11, 2006

A proposito di un genovese.

bello l'audio che repubblica mi fa sentire. manca un particolare il bum. beh quello "sarebbe stato squallido" . il resto invece è "discrezione" e inevitabile "servizio per l'opinione pubblica".
evviva rai uno. evviva mediaset che son la stessa cosa.
Io non ho la più pallida idea di come potrei comportarmi in una situazione del genere, ma ho come la sensazione che mi verrebbe molto più facile piangere e implorare, che dialogare con colui che mi sta per togliere la vita.

Quattrocchi usa un tono piano, ha solo un piccolo inciampo, ma le parole scorrono chiare, lente, quasi pacate.
Andare incontro alla morte in questa maniera cosa può denotare?
La mia sensazione è che testimoni di una coscienza del proprio agire, del proprio essere.
Quattrocchi aveva messo in conto di morire?
Non saprei, non credo, non più di quanto lo metta in conto un edile quando sale su un ponteggio.
Morire si può, di fatto si deve, ma metterlo in conto non significa, necessariamente, avere la forza di affrontare la morte in maniera lucida.
Quattrocchi ci riesce.
Quattrocchi, forse, aveva messo anche in conto di dover uccidere, faceva parte della sua missione poter essere costretto ad usare le armi, prima e meglio degli altri, in quella terra di guerra.
Non so se l’ha fatto e nemmeno me ne frega molto.

Quello che conta è che al momento di morire ha scelto di farlo in una maniera non comune. Cosciente.
Un cattolico direbbe che ha bevuto fino in fondo l’amaro calice.

La frase che ha usato mi interessa relativamente, avrebbe potuto dire anche altro, una parola per i propri cari, una preghiera.
Si è sentito di dire quella e l’ha detta.

Insomma ho assistito agli istanti che precedono la morte di un uomo e mi si sono aperte voragini di dubbi, spalancati abissi di angoscia.
Sono la vita e la morte a farla da padrone, gli istanti che le separano e l’uomo che vi assiste, impotente.

A questo punto mi chiedo, ma come può un parte di questa classe politica giocare alla retorica risorgimentale per mettere il cappello anche a questo?
Non sto manco a dire in quale maniera vile e vigliacca si comportarono gli stessi dispensatori di medaglie postume, all’epoca dei fatti.
Non è nemmeno questo il momento e il luogo per chiedere, sempre a quei signori, chiarimenti su ruolo, funzioni, relazioni ed eventuali coperture (mancate) di quei quattro cittadini italiani rapiti.

Questo è il momento, dovrebbe essere il momento, in cui ognuno di noi ha il fiato corto per sparare sentenze, perché quelle immagini sono uno specchio davanti al quale nessun individuo, dotato di uno straccio di sensibilità, può voltare le spalle e pronunciare proclami.

È la morte affrontata con coscienza, da solo, lontano da tutto e da tutti eppure sotto l’occhio di una piccola telecamera, che oggi ti tirano appresso nel primo negozio di hi-fi all’angolo.

Detesto la parola eroe, ma usata qui e ora, è quanto di più svilente e riduttivo si possa andare a pescare nel vasto repertorio lessicale della nostra lingua.

Quattrocchi muore ammazzato, e lo sa.
Trova le parole in cui crede e le pronuncia.

Quello che ho visto è il momento estremo.
Mani legate e buio davanti.
Ho visto un uomo e un uomo, io credo, è e deve essere qualcosa di immensamente più grande di un eroe.

Per favore, lasciatelo morire da uomo.


Io c'ero per l'ultimo saluto e mi girano ancora le palle pensando a chi e' mancato quel giorno.

Ciao Fabry.