giovedì, gennaio 12, 2006

Racconto

Se mi nasce un figlio doriano… in collegio!

di Alberto Barbieri

Sul gioco del calcio esistono tantissimi luoghi comuni. Uno di questi è che una donna (o un uomo, a seconda dei casi) si può tradire o eventualmente cambiare, la fede calcistica no.
Nel caso del Genoa questo non è un luogo comune. Perché il Genoa è tutto fuorché un gioco. È davvero una fede irrinunciabile e spesso irrazionale. La stessa fede che ti fa iniziare sempre e comunque a leggere il giornale dal fondo (lo ammetto, qualche volta mi sono vergognato... tutti eravamo in trepidazione per la sorte dei nostri connazionali rapiti in Iraq, ma tant’è, la prima cosa che sono andato a cercare con bramosia è stata la notizia dell’acquisto del famoso bomber da 20 gol…). La stessa fede che ti riporta sui gradoni di Marassi quando non più tardi di 7 giorni prima avevi giurato sui valori più sacri della tua vita (tra cui, ovviamente, anche il “cchio balordo”) che mai ci avresti rimesso piede. Ma in fondo in fondo non avverti troppo il peso dello spergiuro, perché vedi attorno a te migliaia di persone che hanno fatto esattamente la stessa cosa. E allora, come dice il proverbio… mal comune a mezzo stadio. Più o meno.
Ripensando ai tanti (troppi, secondo le – ahimé poche – fidanzate che si sono succedute nel tempo) anni di militanza rossoblu, emergono migliaia di ricordi. La prima volta nella Nord, il primo derby, il primo gol che ho visto segnare. Tutti momenti incancellabili, che stanno nella mia personalissima hall of fame in dolce compagnia della prima ciucca, del primo bacio (e dintorni), della patente e di poche altre pietre miliari.
È facile ricordare il gol di Branco nel derby. O quelli di Tomas alla Juve. Per non parlare delle reti europee, dal primo sigillo di Skuhravy con l’Oviedo alla volee di Iorio ad Amsterdam (ho citato non a caso il primo e l’ultimo gol, in ordine cronologico, di quell’avventura. Citarli in ordine di importanza mi avrebbe richiesto ore e ore di dura riflessione, perché non ce n’è uno che non mi sia sembrato – in quel momento almeno – importante quanto la scoperta della penicillina).
A me piace però ricordare anche momenti meno gloriosi (la nostra storia sportiva ne è ricca) ma ugualmente esaltanti. Pochi forse ricordano un gol spaziale di Francesco Mileti in Genoa-Cremonese 2-0. (Mileti. Ve lo ricordate? Arrivò al mercato di riparazione. Un illustre sconosciuto che si rivelò una fortunata scoperta. Un vecchietto al bar mi disse, prendendomi in giro: «T’è vistu? U Zena ne ha piggiou trei, stavotta». E quando risposi: «No, abbiamo preso solo Mileti», mi rispose: «Sci, emmu piggiou MI, LE e TI». L’ho capita tre anni più tardi). Partì dalla nostra area, dribblò anche il massaggiatore avversario prima di segnare. Il gol di Baggio in maglia viola al S. Paolo? Quello di Vink nel derby? Bazzecole, al confronto.
O ancora un Genoa-Perugia 1-1 (gol di Simonetta. Per loro tale De Stefanis) che sancì la fine dei nostri sogni di A ma fu uno spot meraviglioso dello spirito da Grifo. Dominammo tutta la partita, passammo in svantaggio sull’unico loro tiro in porta, riprendemmo ad attaccare, pareggiammo ma l’impresa si fermò lì. Di quel giorno conservo intatto il ricordo di una gradinata impazzita di entusiasmo per una prestazione comunque esaltante. A onor del vero, ricordo anche la frase che dissi a mio padre all’uscita: «Ivano Bonetti è un fenomeno. Il nuovo Bruno Conti». Purtroppo il Genoa ha anche effetti allucinogeni di questo tipo…
In effetti la mia memoria è intasata di ricordi rossoblu. Le nozioni di Diritto Pubblico entravano e uscivano come i turisti al Louvre; tutto quello che riguarda il Genoa, invece, entra e non esce più. I primi anni di università andavamo a studiare al piano ammezzato di via Cavallotti. Facoltà di Economia. Dopo venti minuti i libri volavano via per lasciare spazio al nostro “Telemike”, ossia domande (con tanto di cuffia: non serviva a nulla ma faceva scena) tratte da un librone sul Genoa. Agli esami mi segavano con discreta regolarità, ma sul Grifo avevo già la laurea! E questo bastava.
Ho accennato poco fa ai momenti meno “inflazionati” della storia rossoblu. L’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine. Così come sugli errori di valutazione di noi tifosi si potrebbero prosciugare le riserve di inchiostro. Senza affondare le radici troppo in là nel passato, mi sovviene tale Roberto Lorenzini. Professione terzino sinistro. Scuola Milan. Chiamato a sostituire due interpreti del ruolo di nome Claudio Branco e Andrea Fortunato.
All’esordio (Genoa-Roma) avevo già le dita calde per fischiare ed esprimere tutto il mio disappunto (in gradinata questa elegante locuzione non mi sarebbe passata nemmeno per la testa… era ben altro quello che volevo esprimere… ma quando si scrive si ha fortunatamente il tempo di fare scelte terminologiche più ponderate…). Ma ecco che il buon Roberto ti estrae dal cilindro una prestazione maiuscola, condita da gol stupendo (stop di petto e diagonale di sinistro nell’angolo opposto) e tutti nella Nord ci ricrediamo pensando di aver trovato un nuovo fenomeno. Il fatto che Lorenzini non se lo ricordi più nessuno o quasi è la dimostrazione lampante che a quella bellissima prova non ne siano seguite altre… Ovviamente non ho scelto il punto più basso come esempio. Citare Mastrantonio, Mengo, Pelliccia, Marquet eccetera sarebbe stato troppo facile. Quasi populista. Lorenzini, beh, penso sia un buon compromesso.
In realtà chi tifa Genoa non pretende di avere solo dei campioni da applaudire. È ovvio che le magie di Aguilera, le geometrie di Bortolazzi, l’incedere a testa alta di Eranio sono stati un bel vedere. Al pari dei lanci di Renè Vanderejken prima e di Sergio Domini dopo, del tocco vellutato di “Dustin” Antonelli o dei guizzi del primo Briaschi.
E tutti noi ci auguriamo di rivedere giocatori in grado di mandarci in visibilio con il loro talento. Ma quello che a noi preme maggiormente è avere gente che incarni davvero lo spirito rossoblu. Cosa vuol dire? Impegno e dedizione massimi, sempre e comunque. Grinta e determinazione. Consapevolezza di essere dei privilegiati per il fatto di indossare quella casacca.
In questo senso un idolo assoluto per il sottoscritto porta il nome di Johannes Wolfgang Maria Peters. Vulgo Jan. Un olandese per il quale – all’età di 10 anni – avevo una cotta paragonabile solo a quella per Samantha Fox. Arrivava dall’AZ67 (non è né un volo né un dentifricio) e giocava con una grinta incredibile. Il campo fangoso era il suo massimo; le sue entrate in scivolata sono rimaste per me qualcosa di memorabile. E a tutto questo univa tecnica e classe da vendere, anche se un ginocchio malandato ce ne ha privato troppo spesso. È rimasto a Genova 2 anni (uno in A, l’altro in B) per poi passare all’Atalanta. Quando se ne andò non mangiai per due giorni.
Per contro ricordo giocatori che non sopportavo nemmeno in figurina per il modo in cui hanno “approcciato” il mondo-Genoa. Uno di questi è Andrea Agostinelli, oggi allenatore che predica ai suoi giocatori quegli stessi valori che lui per primo, almeno a Genova, non ha mai dimostrato. Era un eclettico, non presidiava in assoluto la fascia destra o quella sinistra, ma quella dove c’era ombra. Faceva parte di quella squadra che nel 1988 si salvò in extremis dalla Serie C a Modena… in una sorta di amnistia personale li ho perdonati tutti perché, comunque, non siamo retrocessi e l’anno dopo se ne sono andati da Genova. Però un po’ di dente avvelenato ce l’ho ancora.
Non so se questo valga solo per me, ma il motivo vero per cui non sopporto i giocatori che non impregnano la maglia del Genoa con litri di sudore è lo stesso che per cui detesto chi sperpera stupidamente una fortuna. Perché io per giocare nel Genoa darei qualunque cosa, e vedere che chi ha questa opportunità non la sfrutta fino all’ultimo mi innervosisce non poco.
La passione per il Genoa è qualcosa di viscerale. A volte penso che se avessi un figlio mi piacerebbe che diventasse genoano, ma al tempo stesso vorrei che lo diventasse per conto suo e non per mio indottrinamento. Così, almeno, non avrei il peso della responsabilità di avergli attaccato questa malattia incurabile. Addirittura, se avessi la certezza che non lo diventi, lo spingerei a tifare per Juve, Inter, forse addirittura doria (minuscolo per errore di battitura) per alleggerirmi la coscienza. Consapevole che se poi non tifa Genoa, beh, è una scelta legittima su cui potrà riflettere durante gli anni in collegio…
Per qualunque viaggio io parta, ho sempre la sciarpetta rossoblu al seguito. E non c’è posto che abbia visitato senza farmi immortalare mostrando all’obiettivo la scritta “Fossa dei Grifoni”. L’estate scorsa, durante un viaggio in Repubblica Ceca, abbiamo fatto una “piccola” deviazione per andare a Ceske Budejovice, ridente paesino (fa schifo) che ha il grande merito di aver dato i natali a Tomas Skuhravy. Giuro, non c’è niente di attraente, ma bere una birra in piazza con la sciarpa al collo mi ha riportato agli anni magici…
Quest’estate, poi, il clou. Viaggio in Spagna. Prima tappa: Madrid. Premetto: ho una fidanzata comprensiva, che ha accettato con entusiasmo di venire con me a vedere il Santiago Bernabeu pur non amando il calcio. Ovviamente con la sciarpa al collo, mi accingevo a farmi fotografare sulla panchina dove abitualmente siedono allenatori e giocatori. Ero in trance, stavo sognando ad occhi aperti di poterci andare un giorno al seguito dei “ragazzi”, e il contesto del Bernabeu, anche vuoto, mi faceva letteralmente rabbrividire al solo pensiero. Alla faccia dei 40 gradi all’ombra.
Ad un tratto sento una voce dietro di me: «Ma quella è la sciarpa del Genoa! Ti prego, me la presti per una foto?». Anche se ne sono geloso come della fidanzata (spero che lei non si offenda, questa è una grandissima prova di amore e di attaccamento), non ho potuto dire no a un giovane grifone per cui gliel’ho prestata (la sciarpa, non la fidanzata) vigilando affinché ne facesse buon uso. Ragazzi, che soddisfazione riunirsi nella Fede lontano da casa…
Purtroppo nell’anno della Uefa non ho potuto fare alcuna trasferta per veto paterno. Oggi sogno di potermi rifare. Sogno di entrare negli stadi più belli, importanti e carismatici d’Europa come avversario. Non so se temuto, di sicuro apprezzato. Sogno di poter vivere un’accoglienza come quella riservata dai tifosi locali a chi andò a Liverpool. Quando chi c’è stato mi racconta dell’applauso tributato da due ali di tifosi inglesi ai vincitori dell’Anfield Road, provo brividi misti a invidia per non essere io il narratore. Sarebbe bellissimo un giorno sentir dire la stessa cosa a qualche ragazzo estasiato dal mio racconto. A questi sogni non ho rinunciato nemmeno quando siamo scesi in Serie C; oggi mi sembrano lì a portata di mano.
Credo che l’entusiasmo, la voglia di seguire i propri colori insieme ai propri amici o addirittura alle proprie famiglie sia l’unica strada attraverso la quale il calcio può passare per superare l’attuale crisi. E in questo noi genoani abbiamo sempre dato dimostrazione di esserci.
Anche noi preferiremmo andare a vedere il Genoa a San Siro, ma se le circostanze ci portano al Porta Elisa di Lucca andiamo lo stesso. Consci che tanto quello che ci interessa è il Genoa. Non la categoria o il rango dell’avversario. E consolandoci col fatto che a Lucca si mangia meglio che a Milano…
È grazie a questo spirito che la retrocessione in C1 di due anni fa è stata vissuta in quel modo a tutti. Chi è poco addentro al calcio minore forse non ricorda che quell’anno una Polisportiva Ciclistica dalle sgargianti strisce multicolori venne promossa nella massima divisione. Ciononostante, la città si vestì di rossoblu molto più che di blucerchiato. Dimostrando ancora una volta il suo proverbiale buon gusto. E state certi che quel proliferare di bandiere, sciarpe, stendardi ha avuto un’incidenza non trascurabile sull’aumento degli attacchi di bile registrato dagli ospedali genovesi (in particolare da quello di Sampierdarena…).
In quel periodo ho ricevuto la visita di alcuni amici di Milano che sono rimasti attoniti di fronte a tanta festa, a tanta dimostrazione di amore per i propri colori pochi giorni dopo una retrocessione ignobile (a proposito: in questo racconto ho citato giocatori che ho amato o che ho “odiato” negli ultimi 23 anni di Genoa. Non ho mai fatto riferimento ai protagonisti della stagione 2002-2003 perché per me loro non hanno mai indossato la casacca del Grifone. C’è un buco nella mia memoria genoana che ha il diametro giusto pari ad una stagione. In cui peraltro non sono mai mancato dalla Nord...). Il fatto è che ciò che per gli altri è follia, per noi è normalità. E prima ancora che la giustizia ordinaria ci riammettesse in Serie B, ai botteghini c’era già la ressa per fare l’abbonamento.
Questo è il Genoa. Questo è l’amore dei suoi tifosi.
L’ultima partita di quell’infausta stagione (Genoa-Cosenza 3-0) non la vidi. Ero in Sardegna con un gruppo di amici. Mentre stavamo andando a cena in un magnifico agriturismo, sentii per radio: «Genoa 1 Cosenza 0, gol di Basso». E iniziai a crederci. A che cosa, visto che eravamo matematicamente retrocessi? Boh. Non lo so. Forse alla rinascita, forse al fatto che se da sempre cantiamo “Serie A o serie B, u grifun l’è sempre chi”, aggiungerci “Serie C” non sarebbe stato un problema. E le telefonate che mi arrivavano dagli amici allo stadio, che raccontavano di un inaffondabile orgoglio rossoblu, di una squadra Primavera che finalmente lottava come 11 grifoni, di una festa che stava nascendo spontanea e che si stava sviluppando come gli incendi sul Fasce… beh, mi hanno sollevato ma al tempo stesso fatto sentire un po’ “traditore” perché me ne ero andato sul più bello.
Pazzo? Totalmente scemo? Forse sì, ma non certo per questo.
Facendo qualche concessione alla retorica, in un calcio inquinato da scommesse, doping e bilanci taroccati questa passione è probabilmente la sola cosa genuina, bella e sincera rimasta.
Passino anticipi, posticipi e numerazioni degne di squadre di football americano.
Passi il fatto che ormai sul calcio si fa anche un reality show dove la formazione la decide per 8/11 l’allenatore (termine forse esagerato, visto che si tratta di Ciccio Graziani) e per 3/11 il pubblico da casa, dove la presentatrice (gnocca, un punto per lei) si ferma commossa a commentare le lacrime dei novelli Taricone dicendo “sono lacrime vere” e dove intervengono come ospiti allenatori e giocatori di Inter, Milan e Juve (non c’entrano i contratti con Mediaset, ne sono certo…).
Tutto questo può accadere senza decretare la fine del gioco solo perché ci sono tifosi come noi, innamorati dei propri colori a prescindere da tutto. Anche perché se non fosse così, alla domenica ci sarebbero troppe biciclette e relativi ciclisti in giro per Genova…