domenica, gennaio 15, 2006

Trevor Francis- prima parte

Visto da Genova . qui foto

“Non avevo mai giocato contro uno così forte”. È una dichiarazione da campetto di periferia, questa, da bulletti che arrivano al campo con gli stivaletti e la sigaretta in bocca e poi si scatenano, e non passano mai la palla al compagno. Invece l’ha pronunciata Walter Zenga, giovanissimo, all’uscita dallo stadio di San Siro. Si giocava Inter-Sampdoria, era il 1983, e Trevor Francis aveva deciso l’incontro segnando due reti fantastiche nel secondo tempo. Già l’anno precedente aveva segnato a San Siro contro i nerazzurri, alla seconda di campionato, e la Rosea aveva scritto nel suo articolo: “la Sampdoria vince con un gol del leggendario Trevor Francis”.

Il leggendario Trevor Francis è un giocatore sublime, dai muscoli di cristallo. Gioca nel Nottingham Forest, una squadra inglese che ha seguito un percorso simile a quello della Sampdoria: nel 1980 trascina la sua squadra alla finale di Coppa dei Campioni, contro l’Amburgo di Kevin Keegan, e si appresta a giocare i campionati europei di Roma con la maglia dell’Inghilterra grande favorita. Pochi giorni prima della finale, disputa una inutile partita di campionato sotto il diluvio, gioca stupendamente, il Nottingham vince quattro a zero; all’ultimo minuto, Francis allunga ancora, un’ennesima volta, sul campo bagnato, per inseguire un pallone fangoso e inutile; gli si sfilaccia un tendine, così, sotto la pioggia. In silenzio, si accascia a terra. Ancora trenta secondi e sarebbe stato sotto la doccia. Niente finale di Coppa dei Campioni, niente Europeo.

Trevor arriva a Genova nell’estate del 1982 e per la prima volta, in una città musona e scostante come Genova, accade qualcosa di incredibile. La sua sola presenza scatena un entusiasmo incontenibile. La Sampdoria è tornata in serie A dopo 5 anni e, ironia della sorte, ritrova alla prima giornata proprio la squadra che l’aveva condannata alla cadetteria: la Juventus. Non ci sono più i giocatori di allora, ma se possibile la Juventus è diventata ancora più forte: Platini, Boniek, Paolo Rossi, l’ossatura della nazionale che ha vinto il mundial spagnolo. Nel vecchio stadio di Marassi gracidano le radioline, come si usava allora, due ore prima della partita lo stadio pare scoppiare, i parterre sono rigonfi di gente, lo speaker chiede cortesemente al pubblico dei distinti del piano superiore di alzarsi per fare posto ai nuovi arrivati. Perfino gli spettatori delle tribune, le vecchie tribune di legno all’inglese, devono alzarsi in piedi. È una specie di vaso ricolmo che schiuma sotto il sole settembrino. Ancora qualche anno e ci sarà l’orrenda tragedia dell’Heysel; i criteri di sicurezza verranno modificati con un giro di vite, e da allora non sarà mai più possibile vedere uno stadio così, spaventosamente ricolmo di gente. La Juventus ci riaccoglie a casa, in serie A, famelica e pronta a divorarci ancora una volta in un sol boccone. L’unico giocatore sopravvissuto della Sampdoria di cinque anni prima è Mauro Ferroni, onesto terzino destro: marca Paolo Rossi, fighettino smunto reduce dalle rocambolesche reti planetarie rifilate al Brasile. La Sampdoria è una discreta squadra, con un assatanato toscano dagli occhi celesti, Renzo Ulivieri, in panchina. E poi il leggendario Trevor Francis.

A metà del secondo tempo Mauro Ferroni anticipa il principino triste Paolorossi e si ritrova una voragine davanti; percorre trenta metri di campo senza trovare opposizioni. Poi non sa bene cosa fare, i polmoni scoppiano, le maglie bianconere di giocatori leggendari – Marco Tardelli, Beppe Furino, Gaetano Scirea – si avvicinano. Che fare?

In questi casi si tira una puntata chiudendo gli occhi. Di solito la palla plana in gradinata e diventa oggetto di contesa tra i bambini sugli spalti. Oppure si accuccia lemme lemme direttamente in fallo laterale, dopo una pisciatina di quaranta metri. La palla calciata da Ferroni Mauro è invece un missile di assoluta, meravigliosa, purissima potenza e precisione: tesa, arcuata, si infila alla destra di Dino Zoff – “vanamente proteso in tuffo”, mi piace pensare che Ameri nella radiocronaca abbia detto così. Il resto è un assedio, una bolgia continua, palle che danzano davanti alla porta; Platini svagato osserva con l’aria di chi è passato di lì per caso, è il suo esordio nel campionato italiano e ancora non ha preso l’abitudine ai mediani di spinta che gli mordono le calcagna in ogni metro del campo. Il Paolorossi si tocca il naso e poi le ginocchia e poi ancora il naso, pare che chieda: qualcuno ha un fazzoletto?

È finita adesso, abbiamo battuto la grande Juventus. Cinque anni, cinque anni, la traversata nel deserto e una magnifica scarpata di un terzino destro hanno schiuso le porte a questo piccolo miracolo.

Alla seconda si gioca a San Siro davanti a ottantamila spettatori. Lì si manifesta il genio di Trevor, che segna un gol fantastico, nel suo caratteristico stile, cioè scivolando a terra nell’atto di calciare. Si vince due a uno. Alla terza c’è la grande Roma di Falcao a Marassi. In un pomeriggio plumbeo, si vince ancora: la Sampdoria è clamorosamente prima in classifica, a punteggio pieno. Ma accade qualcosa che romperà definitivamente l’incantesimo. Trevor Francis sta giocando in modo sublime. Tecnica perfetta accoppiata ad incontenibile velocità. Supera i difensori sulla linea dell’out sinistro toccando la palla con il destro – vezzo che gli è stato forse ispirato dall’osservazione del papero d’oro Johan Cruijff. In una di queste prodigiose azioni, Pietro Vierchowood, stopper della Roma e futuro campione d’Italia blucerchiato, ne ha abbastanza e decide di entrare in modo assassino: una specie di furia forsennata che si materializza come un lampo, una fiammata ossidrica, un pitbull invasato. Le sue gambe non toccano nemmeno il Trevor, ma il suo arrivo a tutta velocità e la sua decisione fanno perdere velocità e coordinazione all’albionico; cade, la gamba si piega. Si accascia. Sullo stadio cala un silenzio tombale. Si è infortunato, gravemente. Fine del miracolo. Senza di lui, la Sampdoria perde rapidamente posizioni e si intruppa nel centroclassifica; dopo l’infortunio Trevor Francis rientra atteso come il messia ma stenta a riprendersi, viaggia a fasi alterne. L’anno seguente si esordisce ancora a San Siro contro l’Inter, ed è qua che a Zenga scappa la dichiarazione da campetto. Due reti fantastiche mettono ancora una volta i nerazzurri in ginocchio suscitando applausi a scena aperta nella Scala del calcio. Francis fa battere il cuore, le sue giocate mettono i brividi; ad ogni istante può accadere qualunque cosa, l’attesa messianica che lo circonda ricorda le trepidanti attese per le leggendarie apparizioni di Maria Callas; gioielli purissimi, e ognuno può essere l’ultimo. Il fiato è sospeso ad ogni istante; il cristallo è sempre perennemente in bilico, volteggia pericolosamente sul vuoto.
Sarà una catena infinita, estenuante, ossessiva di infortuni, di rientri, di lancinanti attese, di faticosi recuperi, di estemporanee giocate meravigliose e di calvari medici. Finché, inevitabilmente, cadrà definitivo il sipario sulla speranza. Il leggendario Trevor Francis lascia la maglia blucerchiata, gioca ancora un anno in Italia, nell’Atalanta, poi torna in Inghilterra e conclude la carriera in modo oscuro e malinconico. Alla fine, a conti fatti, avrà combinato ben poco. Eppure Zenga aveva detto bene, aveva detto giusto, nella sua ingenuità di esordiente: mai aveva giocato contro uno così forte.

Continua...