sabato, gennaio 14, 2006

Winston Bogarde

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Molti lo ricordano ancora per quello sciagurato retropassaggio che mandò in rete Oliver Bierhoff in un Udinese-Milan datato 21 settembre 1997; Winston Bogarde, gigantesco difensore (1.90m x 79 kg) olandese arrivato dall’Ajax, chiuse così la sua esperienza italiana dopo appena tre presenze in campionato. Potevano bastare; la dirigenza del Milan aveva già visto abbastanza. Di tutti i giocatori oranje transitati in Serie A è innegabile che Winston Bogarde rappresenti il simbolo per antonomasia del bidone, molto più di alcuni suoi compaesani quali Ronald Hoop, Leonard van Utrecht, Ely Louhenapessy e via dicendo (non certo Dennis Bergkamp, anche se qualche genio nostrano continua reputarlo tale, ma del resto se c’è ancora gente convinta che Elvis Presley sia vivo e vegeto…). Quest’ultimi almeno erano (e rimarranno) dei perfetti sconosciuti, e nessuno si aspettava grandi cose al loro arrivo. Bogarde invece no; Bogarde proveniva dall’Ajax di Van Gaal (anche se non era un prodotto del vivaio del club, essendo calcisticamente cresciuto in squadre dell’area di Rotterdam, l’Alexandria, l’SVV Schiedam, l’Excelsior e lo Sparta), con il quale aveva vinto due campionati, una Supercoppa d’Olanda, una Coppa dei Campioni (e un’altra l’aveva persa l’anno successivo in finale contro la Juventus), una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. Era insomma titolare di una delle squadre più temute e apprezzate d’Europa, logico quindi che vi fossero delle aspettative ben precise.

La fama negativa di Winston Bogarde era però ben lungi dall’essersi esaurita una volta lasciata Milano, e dopo un triennio speso nella Liga Spagnola con la maglia del Barcellona (dove ritrova il maestro Van Gaal ma non lo smalto degli anni olandesi, venendo sovente indicato dalla stampa spagnola come l’anello debole della retroguardia azulgrana), arriva quello che in seguito il giocatore stesso definirà “il più grande errore della mia vita”, ovvero il trasferimento al Chelsea. Come in Italia anche in Inghilterra Bogarde, perennemente infortunato ma spesso anche fuori forma, non tarda a farsi la nomea di bidone, con l’unica differenza che a fare quello che il Milan riuscì in quattro mesi circa, vale a dire sbarazzarsi del giocatore, il Chelsea ci impiega…quattro anni. Raramente è capitato di imbattersi in un calciatore con una fama negativa come quella di Bogarde il quale, scaduto nell’estate del 2004 il suo contratto con i Blues, si è allenato un po’ con l’Ajax (è una consuetudine del club di Amsterdam permettere ai vecchi giocatori della squadra di allenarsi con loro) prima di annunciare, all’inizio dell’attuale stagione, il proprio ritiro definitivo dal calcio.

Ma la sua “fama” lo perseguita anche dopo aver detto addio al pallone. In patria la rivista Voetbal International lo ha eletto “fannullone dell’anno 2004”, ma è in Inghilterra che il suo nome è tornato recentemente alla ribalta. Un editoriale del quotidiano The Independent ha infatti indicato in Winston Bogarde il simbolo degli effetti più deleteri avuti dalla sentenza Bosman (15 dicembre 1995) sulle casse di molti club europei, gettatisi alla spasmodica ricerca dei grandi nomi da acquistare a parametro zero con la proposta di ingaggi faraonici. Come esempio viene proprio esaminato il contratto firmato dall’olandese con il Chelsea (a questo proposito, sia Gianluca Vialli, allora allenatore del club di Stamford Bridge, sia il direttore Colin Hutchinson, si sono sempre rimpallati a vicenda la responsabilità di quello che è stato definito “il peggior affare del Chelsea nell’era moderna”); Bogarde guadagnava grosso modo 40mila sterline (60mila euro circa) alla settimana, e in quattro anni con la maglia dei Blues ha disputato dodici partite in prima squadra, partendo titolare solamente quattro volte. Ciò significa che il Chelsea lo ha pagato qualcosa come 693mila sterline (poco più di un milione di euro) a partita, e che in quattro anni Bogarde si è intascato la bellezza di 8 milioni di sterline (quasi 12 milioni di euro), il tutto per trascorrere i propri week-end in tribuna, oppure a giocare con la squadra riserve, o addirittura in giro per Londra modello turista (strapagato) per caso. Dai compagni di squadra poi non era assolutamente ben visto, dal momento che guadagnava molto più di buona parte di loro in un periodo in cui, è bene ricordarlo, il presidente Ken Bates aveva chiuso i cordoni della borsa perché in cassa non era rimasto il becco di un quattrino ed a Stamford Bridge il mercato non andava oltre l’acquisto di Enrique De Lucas. “Potrei giocare titolare da qualsiasi altra parte”, dichiarò una volta Bogarde, “ma perché dovrei? Qui mi pagano, e bene anche”. Nemmeno l’arrivo di Abramovich, che decise di non assegnargli neanche il numero di maglia, gli fece cambiare idea; il Chelsea gli ha pagato lo stipendio fino all’ultimo giorno. Oggi Winston Bogarde ha da poco pubblicato la sua biografia, dal titolo “Deze neger buigt voor niemand” (Questo negro non si piega davanti a nessuno), nella quale non risparmia pesanti accuse all’ipocrisia del mondo del calcio (“Ovunque ho giocato, sapevo che prima di essere considerato un giocatore ero un negro”), ma anche a se stesso (“da giovane ero un delinquente, se non ci fosse stato il calcio avrei fatto una brutta fine. I miei modi di fare erano quelli di un troglodita”, senza però dimenticare i bei momenti (“la Coppa dei Campioni vinta nel 1995 con l’Ajax, un’impresa indimenticabile”). L’ex giocatore inoltre fa la spola tra Olanda e Suriname promuovendo un progetto per lo sviluppo del calcio giovanile nell’ex colonia olandese. Lì è ancora un mito, un esempio da seguire e da imitare. Possibilmente, si spera, con risultati migliori.

Alec Cordolcini
indiscreto.it