lunedì, gennaio 16, 2006

You'll never walk alone !

You'll never walk alone

When you walk through a storm,
Hold your head up high,
And don't be afraid of the dark.
At the end of a storm,
There's a golden sky,
And the sweet silver song of a lark.
Walk on through the wind,
Walk on through the rain,
Though your dreams be tossed and blown...
Walk on, walk on, with hope in your heart,
And you'll never walk alone...
Walk on, walk on, with hope in your heart,
And you'll never walk alone...
You'll never walk alone.

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La storia dell'inno in un articolo de "Il Manifesto" del 8/1/2003:

NON SARETE MAI SOLI A LIVERPOOL
La genesi travagliata e il successo calcistico della canzone «You'll never walk alone», l'inno dei tifosi dei «reds» rifiutato dai Beatles e portato al successo da Gerry & the Pacemakers. Un coro che oggi divide lo stadio di Anfield Road

di TOMMASO TINTORI

Sebbene la loro squadra non vinca in campionato da più di due mesi (la peggior serie nera dei reds nell'ultimo mezzo secolo di storia, addio a qualunque sogno di titolo per quest'anno) i tifosi del Liverpool continuano a cantare, all'inizio e alla fine di ogni disastrosa partita dei loro beniamini, il loro famosissimo inno You'll never walk alone. Uno dei simboli più evocativi della cultura e dello stile dei supporters d'oltremanica. Letteralmente tradotto in italiano, significa «non camminerai mai solo». Le origini, peraltro incerte, lo fanno risalire a una vecchia canzone dei marinai irlandesi emigrati in gran numero a Liverpool all'inizio del secolo scorso. I tifosi dei reds cominciarono ad intonarlo adattando le strofe in un contesto più consono ad un rituale d'incitamento sportivo. Questo risale alla fine degli anni cinquanta, con l'affermarsi del cosiddetto «Mersey sound», la corrente musicale alla quale appartenevano Gerry & the Pacemakers (gli arrangiatori beat di You'll never walk alone, scritta in origine da Richard Rodgers) e anche gli stessi Beatles, che esordirono al celebre locale beat di Liverpool «The Cavern». Proprio i quattro capelloni, non ancora fab, una volta in sala d'incisione per il loro quarantacinque giri di debutto, preferirono Please please me all'inno sportivo, che sapeva troppo di «shuffle music», come raccontano dettagliatamente nella loro autobiografia, dando però gran parte della colpa (o del merito) al loro produttore del tempo, Brian Epstein. Questo coro ha contraddistinto positivamente per anni la tifoseria dei reds in Inghilterra, in Europa e nel mondo. Fino alle tragedie dell'Heysel ('85) e di Hillsborough ('89), che hanno allungato una luce sinistra sulla tifoseria inglese e segnato un profondo cambiamento nella cultura calcistica britannica con l'ammodernamento degli stadi e l'eliminazione dei terraces, ovvero le tribune popolari dove si ritrovavano le frange più calde del tifo, terraces fatte generalmente in legno dove si stava tutti in piedi e pigiatissimi, sia per mancanza di spazio sia per combattere il freddo. La leggendaria curva del Liverpool, la «Kop», è stata demolita per far posto ad un'altra tribuna ristrutturata con i seggiolini numerati, da dove continuano tuttora a partire lunghissime sciarpate accompagnate dalle parole di You'll never walk alone. Negli ultimi tempi però l'inno dei reds (intonato anche da altre tifoserie del vecchio continente), ha cominciato a segnare una netta divisione tra gli stessi tifosi del Liverpool. Quelli che lo cantano sempre, insieme ad un altro altrettanto storico (Pour Tommy scouser), si sono autodefiniti scousers: sono i nativi della città, i tifosi più autentici, portatori di uno spirito spaccone tipico di Liverpool, gente che bistratta la nazionale inglese perché la considera una cosa che riguarda soltanto l'Inghilterra del sud, quella con i soldi. Gli scousers sono i figli dei lavoratori dei docks del porto, a maggioranza irlandese, vittime di una crisi economica cittadina che si rinnova periodicamente. Sono quelli che beneficiano del welfare per tirare avanti e sono malvisti dai tifosi delle squadre del sud, tanto che prima i tifosi del Chelsea e poi quelli di altre squadre londinesi, hanno trasformato la canzone in You'll never work it all, ossia, non lavorerete mai abbastanza... Poi ci sono gli Out of towners, quelli che vengono da fuori e tendono ad intonare cori di altre tifoserie. Gente legata alla squadra dai risultati, dalla storia e dal fascino del merchandising, considerata dagli scousers alla stregua dei mercenari, nonché usurpatori di biglietti per le trasferte. Tifosi a seconda dell'occasione. I cittadini ricchi di Liverpool non son presi neanche in considerazione: quelli sono i Toffeemen, tifano l'Everton e frequentano «Goodison Park». Nonostante tutto però, You'll never walk alone continua a rimbombare nel vecchio stadio di Anfield Road, segnato dal tempo, prossimo all'abbattimento ma mai logorato dalle tradizioni di una città e di una tifoseria che nel bene o nel male sono entrate nel cuore di molti appassionati di calcio. In Europa,viene cantato, storpiato, copiato nonché tradotto nella lingua di casa da molte tifoserie che ne fanno perdere un po' il senso. In Italia è stato un pezzo forte intorno alla metà degli anni novanta. Fra tutte, solo la tifoseria del Borussia Dortmund, che lo canta in occasione di ogni gara interna, è riuscita a ricreare un'atmosfera simile a quella di Anfield. Mai uguale però.
(con la collaborazione di Emiliano Paperini)