martedì, febbraio 28, 2006

Momenti Rossoblu/quarta puntata


Emmerich Tarabocchia, in questa foto, è il portiere baffone del Lecce 1974/75, che tra le sue fila annoverava anche Beppe Materazzi (il primo da sinistra accosciato). Nell'esaltante, unica stagione disputata tra i giallorossi salentini, Tarabocchia, che l'anno prima aveva collezionato zero presenze nel Sorrento, sempre in serie C, ebbe modo di stabilire un sensazionale record: 1790 minuti senza subire reti (quasi 20 partite, accidenti). E' per questo che tutti lo ricordano, il baffuto triestino portiere di quel Lecce.Per inciso, il Lecce, stando per più di mezzo campionato senza subire gol, non riuscì manco a essere promosso in b: arrivò terzo...
Di Emmerich Tarabocchia parla Carlo Petrini nel suo primo libro: Tarabocchia giocò con lui, nel Genoa mi pare. Era un esule istriano, terra che ha donato al calcio italiano tantissimi protagonisti. Aveva fatto la fame, quella vera, e spesso mangiava strafogandosi, per un'irrazionale ma irrefrenabile paura di rimanere senza cibo o che qualcuno glielo togliesse. Altri tempi, davvero: ma forse una dimensione più umana e più rispettosa di un gioco che davvero ti poteva strappare dalla fame.
Quella squadra venne definita dei baresi, visto che in essa militavano diversi giocatori nati a Bari (Lorusso, Loseto, Carella, Loprieno). Squadra che anni dopo avrebbe perso Ciro Pezzella e Gaetano Montenegro in un terribile incidente stradale.

A questo punto che cazzo c'entra il Genoa ?
C'entra, eccome...


Tarabocchia, Bonvicini, Campora, Agroppi, Venturelli, Nocentini, Corucci, Citarella, Petrini, Masucco, Gallina

Febbraio 1965 Genoa vincitore del Torneo di Viareggio.

No, visto che ce lo stiamo menando dietro alle gazzolate,non ultimo il gol incassato malamente domenica, anziche' di citare san Martina o altri numeri uno rossoblu, sono andato a ripescare un talento da strada, uno che i gazzoli se li mangiava a colazione...

Altra curiosita'..questa :

Sul libro di Carlo Petrini si legge che durante un allenamento nel giugno del 1968 Emmeich Tarabocchia dopo aver seguito il massaggiatore negli spogliatoi, una volta tornato in campo su un contrasto aereo cadde a terra come un sacco morto, riprendendo conoscenza solo dopo un po’. Emmerich racconterà di aver bevuto un bicchiere di vino bianco nel quale era stata messa della “roba nuova”.



Fondazione Bonarda A. Flipper since 1963

Heynckes


Josef (Jupp) Heynckes è nato a Winheim (Germania) il 9 maggio 1945. Grandissimo attaccante del Borussia Mönchengladbach, ha vinto quattro campionati tedeschi ed una coppa Uefa (1974/1975, tre gol nella finale di ritono col Twente). Con la nazionale è stato campione d’Europa (1972) e del mondo (1974, ma con un ruolo da comprimario, chiuso da Gerd Müller e poi da Holzenbein). Diventato allenatore, c’era lui sulla panchina del Real Madrid che nel 1998 ad Amsterdam sconfisse la Juve nella finale di Champions League. Settimo nella classifica del Pallone d’Oro 1975.
Anche la carriera da allenatore di Jupp Heynckes è iniziata nel Borussia Münchengladbach, del quale si è occupato dal 1979 fino al 1987, quando se n’è andato per unirsi ai loro acerrimi nemici del Bayer München. Con lui, la squadra multiculturale del Bayern München ha vinto il campionato tedesco nel 1989 e nel 1990.

Nel 1992, Heynckes è passato sulla scena internazionale come allenatore della squadra basca Atletico Bilbao. Tranne un breve periodo, Heynckes ha allenato squadre straniere per quasi dieci anni, tra le quali, oltre al Bilbao, il CD Tenerife, Il Real Madrid e il Benfica Lisbona. Nel 1998 ha portato il Real Madrid, a vincere di nuovo il Campionato Europeo dopo 32 anni. In segno di riconoscenza per aver restituito la Coppa dei Campioni alla loro capitale, gli spagnoli gli hanno dato l’onorevole soprannome di “Don Jupp”... Heynckes considera il suo lavoro di allenatore in altri Paesi e altri ambienti culturali come una delle sue esperienze più importanti, che lo ha dotato quella conoscenza interculturale così indispensabile nelle moderne squadre di calcio.
Dal 2003, Jupp Heynckes è tornato a vivere e ad allenare in Germania.

Che fine ha fatto José Luis Chilavert?

by FIFAworldcup.com


Quello che è stato l’esuberante capitano e portafortuna del Paraguay nelle ultime due edizioni della Coppa del Mondo FIFA, oggi si occupa di affari e commercio. L’ex portiere goleador non ha comunque perso l’amore per il pallone e punta in futuro a diventare l'allenatore della nazionale albirroja

Malgrado il ritiro, avvenuto due anni fa dopo una lunga e brillante carriera, il quarantenne José Luis Chilavert è ancora sulla breccia, grazie anche alla partecipazione ad un “reality show” sul calcio, trasmesso da un’emittente statunitense. Sì, avete capito bene: colui che da molti veniva considerato il ragazzaccio del calcio sudamericano, ora se ne va in giro per il continente alla ricerca di atleti da coinvolgere in un programma televisivo a stelle e strisce.

“È un progetto interessante e, come tutto ciò che fanno negli Stati Uniti, molto ben organizzato. Mi permette di mantenere i contatti col mondo del calcio e, al tempo stesso, mi dà visibilità”, racconta a FIFAworldcup.com da Buenos Aires, in procinto di tornare a Miami. La televisione, in ogni caso, è lungi dall’essere l’unica occupazione dell’uomo che per primo ha portato alla ribalta i portieri goleador. Chilavert possiede diversi immobili, un ristorante a tema ad Asunción ed è socio di una clinica oculistica. “Dopo il ritiro ho deciso di prendermi un anno sabbatico e di trascorrere un po’ di tempo insieme alla mia famiglia. Mia moglie mi prende in giro dicendo che sono l’unico calciatore in pensione che non sente la mancanza del pallone. In realtà credo di essere io a mancare al mondo del calcio. Oggi non ci sono personaggi del mio calibro”, afferma con un grande sorriso.

L’ex capitano della nazionale ha la soluzione a portata di mano: “Dopo i Mondiali voglio diventare c.t. del Paraguay. Perché no? Il mio bagaglio d’esperienza sarà utile alla squadra”, afferma con la sua inimitabile sicurezza. Come giocherebbe la sua squadra? “Con il 4-4-2, che al momento è piuttosto in voga, ma voglio due ali molto mobili che creino spazi tagliando verso il centro. Fedele al mio stile, la mia squadra sarà aggressiva fin dal primo minuto e avrà una mentalità vincente”, replica il paraguaiano.

Prima il Paraguay, poi il mondo
La carriera di Chilavert è stata a dir poco fulminea. Diventò professionista a soli 15 anni con lo Sportivo Luqueño, squadra con cui disputò quattro stagioni prima di passare a un’altra formazione paraguaiana, il Guaraní. Nel 1985, all’età di 20 anni, lasciò il suo Paese per tentare la fortuna in Argentina con la maglia del San Lorenzo. Quattro anni più tardi si trasferì in Spagna, al Real Saragozza, dove giocò finché non fu acquistato dal Vélez Sarsfield. Tra il 1992 e il 2000 contribuì a scrivere le pagine più gloriose della storia del club argentino, vincendo tra le altre cose il campionato argentino, la Coppa Libertadores, la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa Sudamericana. “Ogni volta che torno mi accolgono come un eroe. È il bello del calcio: quando sono lì è come se stessi rivivendo la mia carriera”, afferma con grande emozione.
Negli ultimi anni della sua carriera, Chilavert ha giocato in Francia con lo Strasburgo e in Uruguay con il Peñarol, prima dell’inevitabile canto del cigno con il Vélez Sarsfield. Ciononostante, l’estroverso portiere non si è mai divertito tanto come con la sua nazionale, che ha guidato in due edizioni consecutive della Coppa del Mondo.
Nella prima, Francia 1998, le speranze del Paraguay furono polverizzate dal golden goal di Laurent Blanc, che spianò la strada ai padroni di casa verso la conquista del titolo, nonostante i sudamericani li avessero messi in seria difficoltà. “Ricordo che poco prima della fine dell’incontro i tifosi francesi iniziarono a lasciare lo stadio. Non volevano assistere alla lotteria dei rigori. Se ci fossimo arrivati, probabilmente avremmo passato il turno. Quell’anno avremmo potuto persino arrivare in finale, ma il destino ci ha giocato un brutto scherzo”, si rammarica l’estremo difensore. L’immagine indelebile di Chilavert che consola i compagni di squadra dopo il triplice fischio fece il giro del mondo. “Nonostante la sconfitta, il Paraguay dimostrò di essere una squadra ostica e il merito fu del gruppo” ricorda colui che fu eletto miglior portiere di quel Mondiale.
Quattro anni più tardi, a Corea/Giappone 2002, i sogni di Chilavert e compagni si infransero contro la Germania, sempre agli ottavi di finale. “Ancora una volta fummo condannati da un gol allo scadere, ma il calcio è così. Per un calciatore giocare ai Mondiali è il massimo e secondo me l’edizione 2006 sarà ancora più bella. L’organizzazione tedesca e le infrastrutture sono straordinarie”, dichiara Chilavert, eternamente grato al gioco del calcio per le possibilità che gli ha offerto. “Per farvi solo un esempio, l’ultima Coppa del Mondo mi ha permesso di conoscere le isole della Corea, territori che altrimenti non avrei mai visitato. Di questo non posso che ringraziare il calcio”.

“Darei tutto per un titolo mondiale”
Pur non avendo vinto i Mondiali, Chilavert riconosce che la possibilità di misurarsi con i migliori giocatori del mondo è stata un’esperienza unica: “Giocare i Mondiali è come portare un ragazzo dei bassifondi a Disneyland. Per molti giocatori è un’occasione irripetibile, non solamente per il prestigio, ma anche per farsi conoscere a livello mondiale”.
Tuttavia, il sentimento di gratitudine che l’ex portiere nutre verso la Coppa del Mondo per tutto ciò che gli ha dato, non basta a celare la delusione di non aver coronato le sue ambizioni. “A livello di club ho vinto tutto, ma avrei fatto volentieri cambio con un titolo mondiale conquistato con il Paraguay. Scambierei metà, anzi tutti i miei trofei per una Coppa del Mondo. Ho contribuito alla storica vittoria del modesto Vélez contro il grande Milan, ma diventare Campioni del Mondo con la propria nazionale non è una cosa che succede tutti i giorni”.
In Germania la compagine albirroja farà parte delle trentadue squadre che si contenderanno quel titolo iridato che Chilavert ha tanto desiderato nel corso della sua carriera. Cosa prevede il più famoso calciatore paraguaiano di ogni epoca per la sua nazionale? “Dipenderà dall’esito della sfida d’apertura contro l’Inghilterra. Dipenderà molto anche dalla forma fisica di alcuni giocatori e dalla prestazione delle seconde linee chiamate a sostituire i giocatori più anziani”. Cosa pensa del suo successore Justo Villar? “È un ottimo portiere. È molto abile coi piedi, ma potrebbe pagare il fatto di non essere molto alto”, afferma Chilavert, che durante i Mondiali vestirà i panni di commentatore televisivo. Dopodiché si candiderà come c.t. della nazionale, un ruolo che, a suo dire, prima o poi lo attende.


Cognome: Chilavert González
Nome: José Luis Félix
Data di nascita: 27 luglio 1965
Luogo di nascita: Luque (Paraguay)

Carriera: Sportivo Luqueño, Guaraní (Paraguay), San Lorenzo de Almagro (Argentina), Real Saragozza (Spagna), Vélez Sarsfield (Argentina), Strasburgo (France), Peñarol (Uruguay), Vélez Sarsfield.

Presenze in nazionale: 72
Gol in nazionale: 8

Migliori risultati in nazionale:

Coppa del Mondo FIFA
- Ottavi di finale a Francia 1998 (quattro presenze)
- Ottavi di finale a Corea/Giappone 2002 (tre presenze)

Campionato paraguaiano
- Titolo conquistato con il Guaraní nel 1984

Campionato argentino
- Titolo conquistato con il Vélez Sarsfield nel 1993, 1995, 1996 e 1998

Coppa Libertadores
- Titolo conquistato con il Vélez Sarsfield nel 1994 Coppa Intercontinentale
- Titolo conquistato con il Vélez Sarsfield nel 1994

Coppa Interamericana
- Titolo conquistato con il Vélez Sarsfield nel 1996

Supercoppa Sudamericana
- Titolo conquistato con il Velez Sarsfield nel 1996

Recopa Sudamericana
- Titolo conquistato con il Vélez Sarsfield nel 1997

Coppa di Francia
- Titolo conquistato con lo Strasburgo nel 2001

Campionato uruguaiano
- Titolo conquistato con il Peñarol nel 2003

GOAL.COM INTERVISTA VENTOLA



Non aveva neanche vent’anni quando scateno’ un’asta tra i club piu’ grandi, pronti a mettere sul piatto una barca di soldi per accaparrarselo. Alla fine, la spunto’ Moratti, che dopo averlo seguito nella sua migliore stagione di B (28 presenze 10 reti in Serie B), alla fine dell’anno successivo (il primo di A, 8 presenze e 2 reti), decise di affondare prima che la concorrenza, quella bianconera in particolare, si facesse piu’ convinta.

In maglia nerazzurra, pero’, l’esplosione arriva solo nell’annata dell’Atalanta (2000/2001, 28 presenze e 10 reti, eguagliando il suo record, ma questa volta in Serie A), con la quale l’Inter provo’ a rilanciarlo dopo due campionati con piu’ scuri che chiari sotto la Madonnina. Poi, il nuovo rientro a Milano e ancora tanta sfortuna: una partenza sprint in coppia con un giovanissimo Adriano ed un emergente Kallon, qualche goal, ma anche troppi infortuni e dunque un nuovo pellegrinaggio in prestito a Siena a giugno. E’ li’ che la carriera di Nicola ha la svolta tanto inattesa, quanto sgradita. La sua immagine con la radiolina in mano in panchina, ha fatto il giro di tutte le televisioni e tutti i media: il mostro sbattuto in prima pagina, il giovane che ha tutto, ma che si butta via per due lire facili in piu’, con le scommesse. Ventola si sente ferito, nessuno lo riabilita quando verra’ assolto dalle infamanti accuse, e lui decide che il calcio italiano non lo merita, scegliendo di emigrare in Inghilterra. Quest’anno il ritorno all’Atalanta e, forse, glielo auguriamo di cuore, la definitiva consacrazione.

Il Presidente Ruggeri ha scommesso forte su di te quest'estate, nonostante ultime stagioni non esaltanti: la riconoscenza nel calcio esiste?

“Esiste eccome. Quando ho parlato con Ruggeri sono stato molto sincero e gli ho spiegato che avevo fortemente bisogno di allenarmi e di sentire fiducia intorno a me. Io ho avuto fiducia nell’Atalanta e la cosa è stata reciproca”.

E' vero che sia nel mercato di luglio che in quello di gennaio si erano interessate a te altre squadre, anche di A? Quali?

“E’ vero, ma sono voluto rimanere qui soprattutto per due motivi: prima di tutto il fatto di voler ripagare la fiducia di cui parlavo prima, poi perché credo fortemente nel progetto del ritorno in serie A. Comunque è vero, mi hanno cercato due squadre di A, ma non voglio fare nomi, dico solo che una di queste lotta anche per l’Europa…”.

Ti inoltro una provocazione: l’Atalanta va in serie A e ti chiamano da una grande prospettandoti il “solito” turnover. Cosa scegli? La maglia della “Dea” da titolare indiscusso o il giocarsela anche in Champions?

“Mi farebbe piacere essere cercato da una grande, per carità. Però un anno “alla Lucarelli” con la maglia della Dea me lo farei volentieri”.

A Torino hai realizzato un goal che abbiamo visto fare solo ai grandi (di tacco ndr) come Del Piero, Bettega, Crespo, Zola e Mancini, solo per fare qualche nome: e' il piu' bello della tua carriera?

“E’stato bello, ci ho provato. Mi è riuscito proprio in maniera perfetta. Anche in allenamento qualche volta ci provo, ma riuscirci in partita e’ un’altra cosa”.

La squadra ha superato quel momento di nervosismo che e' costato 3 espulsioni e probabilmente 5 punti? Quali erano i motivi di tanto stress?

“Sono stati degli episodi che ci hanno girato un po’ contro. A Torino ad esempio non hanno buttato fuori la palla con un uomo in terra. Ci siamo fatti prendere dal nervosismo in maniera sbagliata. Sono punti persi che potevamo evitare di perdere. Oggi posso dirlo: siamo stati dei polli”.

Fisicamente e moralmente, senti di essere tornato ai tempi di Bari, in grado di rappresentare un giocatore importante del panorama italiano?

“Si, sicuramente. Adesso sto bene sia fisicamente che psicologicamente. Mi hanno aspettato tanto tempo e la cosa più importante era recuperare la forma psicologica”.

Questa Atalanta e' una squadra strana, non gioca benissimo, ma non molla mai e alla fine la spunta quasi sempre…

“Quando giochi bene e fai risultato vuol dire che i giocatori importanti riescono a dare il massimo, ma la cosa veramente importante è riuscire a far risultato anche quando giochi meno bene. Vuol dire che hai compattezza. In casa poi abbiamo sempre fatto gol, siamo forti psicologicamente sapendo che prima o poi la buttiamo dentro”.

L'obiettivo, e' inutile negarlo, e' la serie A, possibilmente con promozione diretta. Da chi credi che dobbiate guardarvi le spalle? Chi temi maggiormente?

“Il Brescia può arrivare. Catania, Brescia e Atalanta secondo me se la vedranno fino alla fine”.

Quante energie hai speso per difendersi dalle illazioni per i fatti di Siena?

“Io ho sofferto tantissimo per i miei parenti, non per me. Io ero a posto con la coscienza, quell’immagine però mi ha dato fortemente fastidio. Avevo la radiolina per sentire i risultati perché lottavamo per degli obiettivi e anche l’allenatore voleva saperli. Comunque io sono andato via dall’Italia proprio perché sono rimasto fortemente deluso da questa esperienza. Qualcuno mi ha messo in mezzo, ha fatto il nome del calciatore conosciuto più degli altri per avere un soggetto da copertina. In presenza di quali prove? Di nessuna, perché poi sono stato assolto. Ecco, soprattutto per questo ci sono rimasto male e me ne sono andato al Crystal Palace, dove il calcio viene vissuto per quello che deve essere: un gioco da amare”.


Tutti parlano della diversità nell’approccio inglese al mondo del calcio, ma in Gran Bretagna ci sarà qualche aspetto negativo oppure sono solo “rose e fiori”?

“Si pensa al calcio, solo ed esclusivamente al calcio. Non solo all’interno delle squadre, ma anche da parte degli addetti ai lavori”.

Alludi anche al mondo dell’informazione?

“Si, perché in Italia si cerca sempre quello che non va bene, per metterlo in prima pagina. Non si dà mai il giusto risalto agli aspetti veramente positivi. Hai letto qualche articolo o hai visto qualche servizio televisivo che parlava del mio proscioglimento? Se c’è stato, è stato solo in tono minore. Perché la nostra cultura sportiva ci porta a dare valore solo alle situazioni negative e non a quelle positive. In Inghilterra è tutt’altra cosa. Io vorrei che si parlasse di calcio per quello che accade in campo e che si finisca con tutto il tam tam generale. Il calcio è bello per le azioni e le cose che succedono in campo, non per tutto quello che c’è intorno”.

E a questo proposito ti chiedo un parere sulla notizia del deferimento dell’Ascoli e dei suoi allenatori Giampaolo e Silva per la questione “allenatore-allenatore in seconda”. Non trovi che sia vergognoso andare a screditare il lavoro di uno staff tecnico in questo modo per trovare una notizia da prima pagina?

“Sono d’accordo. Ripeto: il mio desiderio è che si giudichi il calcio e i suoi interpreti per quello che riescono a fare in campo, per la loro bravura. Non per altre situazioni”.

Tormentone del giorno: Bombardini ha parlato dei falli da dietro dicendo che non esistono falli di serie A e di serie B…

“Bisognerebbe avere regole ben precise e fare in modo che vengano rispettate. Secondo me il segreto è questo: fare chiarezza e riuscire ad applicare il regolamento per evitare che i giocatori si facciano male. In A, in B o in qualsiasi altra categoria”.

Grazie Nicola, allora arrivederci in A e con la maglia della Dea…

Speriamo, ciao.

Daniele Perticari

Nel frattempo a Roma...

CALCIO:SERRA,ALCUNI TIFOSI VOGLIONO AFFOSSARE VERTICI SOCIETA' = (AGI) - Roma, 27 feb.
Alcune frange di tifoserie sia della Roma che della Lazio mirano al capovolgimento dei vertici delle societa' sportive "con lo scopo di far emergere personaggi che possono garantire agli ultras privilegi e trattamenti piu' favorevoli per gli ingressi allo stadio e per le trasferte a seguito della squadra". Lo ha riferito il prefetto di Roma Achille Serra questa mattina nel corso della conferenza regionale delle autorita' di pubblica sicurezza.
"Appare evidente che taluni incidenti occorsi all'Olimpico rispondano a logiche miranti, attraverso sanzioni e squalifiche di campo, ad affossare i vertici che attualmente gestiscono le societa' di Roma e Lazio - ha continuato ancora Serra -; mi auguro che nel corso della indagni non debba emergere che in questo disegno sia implicata qualche vecchia gloria del calcio locale". Il prefetto di Roma ha inoltre ricordato che il derby che si e' giocato ieri sera all'Olimpico si e' svolto in un clima tranquillo: "C'e' stato solo qualche piccolo problema prima dell'inizio della partita con una aggressione nei confronti delle forze dell'ordine - ha detto ancora Achille Serra - ma bisogna sottolineare che le forze dell'ordine hanno reagito con professionalita'". (AGI)


La risposta di alcuni netter di Lazionet.net :
Allusioni gravissime.
Pensano di fare qualcosa, nel caso, oppure vogliono continuare a lasciare che lo stadio sia zona franca?
Già che ci stanno, farsi un'idea di chi siano quelli che vanno aggredendo in giro liberi cittadini, a casa o sul lavoro?
E magari andargli a dire anche qualcosa? Così, no, giusto perché sarebbe preciso diritto dei cittadini essere difesi da chi li aggredisce. E perché poi chi intende aggredire ci pensi due volte, sapendo che te se bevono per davvero.
Sono anni e anni che si dice che le forze dell'ordine sappiano bene cosa succede, come, dove, quando e a causa di chi.
Se così fosse, l'inerzia sarebbe gravissima. Ci sono spazi sottratti alla collettività che vanno recuperati. Tutti abbiamo fiducia nelle istituzioni. Fino a prova contraria.

"Mi auguro che nel corso delle indagini....".
Bene. Sembra di capire che sono in corso delle indagini. Aspettiamo che arrivino a delle conclusioni con relative prove. Ed anche il prefetto Serra aspetti quelle conclusioni, che dire certe cose a indagini in corso non giova né alle indagini né al clima generale.
Giustamente pensiamo tutti che alluda a Chinaglia. E se le indagini non proveranno coinvolgimenti di Long John, che si fa? Il prefetto Serra farà le sue scuse?
Mi spiace, ma ha toppato. Ha lanciato dei sospetti su qualcuno che probabilmente non è neanche oggetto di indagini (non mi risulta che Chinaglia sia stato destinatario di avvisi di garanzia).
Non ne faccio una questione di Lazio, o di Chinaglia. Ma di sistema generale, in cui le garanzie di cui ogni cittadino dovrebbe godere vengono spesso allegramente concultate proprio da chi le dovrebbe garantire.

Gli aneddoti del calcio che fu

L’aneddotica legata al calcio è vasta e abbiamo ritenuto divertente scodellarvi una raccolta di chicche legate ai personaggi del mondo del football.

Iniziamo da uno dei protagonisti più tormentati della serie A a cavallo degli anni sessanta e settanta, l’allenatore Bruno Pesaola.

Il buon "Petisso" come veniva chiamato, allenava il Napoli, che stava tentando di entrare nel "giro" delle grandi della serie A dopo qualche saliscendi tra "A" e "B".

Alla conferenza stampa prima di una partita a San Siro contro l’Inter, l’allenatore dei Partenopei affermò convinto:

"Il Napoli giocherà senza timori reverenziali. Attaccherà per tutta la partita".

Poi sul campo le cose andarono diversamente e il Napoli fu sconfitto duramente, senza vedere praticamente mai la palla.

Presentatosi in sala stampa con faccia mesta, a Pesaola fu chiesto: "che fine ha fatto il proposito di attaccare?". Lapidaria la risposta del mister:

"Ci hanno rubato l’idea".


Un altro immarcescibile campione del paradosso, vero e proprio cultore dell’arte del surreale è sicuramente Nils Liedholm. Liddas verso la metà degli anni ottanta tornò ad allenare il Milan; non era quello il Diavolo stellare degli Immortali e degli Invincibili: considerate che al posto di Van Basten giocava Galderisi.

E proprio a "Nanu" il Barone dedicò una frase storica. Il piccolo centravanti non sempre trovava posto nella squadra titolare; all’indomani dell’ennesima esclusione il giocatore si lamentò con i giornalisti. Per tutta risposta Liedholm affermò: "Galderisi si lamenta perché non gioca? Ma lui non deve preoccuparsi, lo considero un fuoriclasse, ma a volte anche i migliori devono sedere in panchina. Guardate Nuciari – allora portiere di riserva di Giovanni Galli – da quattro anni è il miglior portiere italiano, eppure non gioca mai!".

Ricordiamo che Liedholm è quel furbacchione che, per mascherare le pesantissime carenze tecniche dei giocatori che, a cavallo tra i ’70 e gli ’80, la società rossonera gli affidava, tentava di tirar su il morale all’ambiente suggerendo improbabili paragoni, del tipo:

Tosetto è il Keagan della Brianza

Mandressi è il Rensenbrink giovane

Gaudino è il Nordhal del Friuli

Antonelli è il nuovo Cruijff

… disse pure qualcosa di importante su Dolci, Lanzi e Tresoldi, ma sinceramente non ricordo …



A volte anche i giornalisti si sono mostrati in tutto il loro splendore, per quel che riguarda gaffes e uscite grottesche.

E’ il 1969, il Milan è giunto in finale di coppa Intercontinentale dove affronta i campioni di Argentina dell’Estudiantes.

L’andata si gioca a San Siro e il Milan vince 3-0.

Il ritorno si svolge allo stadio Bomboneira di Buenos Aires, l’atmosfera in campo e sugli spalti è un delirio di violenza. In campo gli Argentini si rivelano dei veri criminali e alla fine tra i milanisti si contano numerosi feriti. Il bollettino medico recita: Pierino Prati ricoverato con trauma cranico, Fabio Cudicini con una mano gravemente contusa. Ma il caso più grave riguarda il franco-argentino Combin, il centravanti rossonero viene trasportato in ospedale con una grave frattura al setto nasale, provocata da una proditoria ginocchiata di un avversario. Non bastasse il ferimento, Combin viene arrestato dalla polizia, in quanto risulta come renitente alla leva.

Dopo aver passato la notte in carcere, il giocatore viene rilasciato grazie al solerte intervento di Federico Sordillo e Franco Carraro. La domenica successiva Combin, con il volto tumefatto e gonfio, è ospite della Domenica Sportiva. Il conduttore dopo qualche goffo tentativo azzecca la battuta del secolo: "Combin sa che la polizia la sta cercando?" Gelo in studio, Combin appare visibilmente terrorizzato. "Eh si!- continua con faccia furba il conduttore – Lei non ha pagato il canone!!!". Combin alla fine ride, dopo dieci minuti.



Chiudo con un bella dichiarazione rilasciata da Giuseppe Furino – mastino feroce della Juventus anni settanta – su Gianni Rivera: "E’ stato il numero 1, il top assoluto. Una volta ho sentito Pierino Prati dire << Gianni è come una lavatrice automatica, schiaccio il bottone e via, parte il programma>>. Prati – continua Furino – era stato riduttivo: Gianni oggi sarebbe un impianto satellitare, una parabolica con mille canali".

Nella frequentazione ormai ultradecennale del mondo del calcio professionistico, ho avuto modo di vedere e conoscere “dall’interno” tante manie, tic, scaramanzie, stranezze che i protagonisti di questa specie di circo si portano dietro. In questo, peraltro, non c’è differenza fra la piccola squadra di terza categoria e la serie A o B.
Sono tantissimi, a qualsiasi livello, quelli che si abbandono a riti più o meno scaramantici o che comunque contraggono negli anni l’abitudine di scaricare le tante tensioni con comportamenti quanto meno inusuali.
In proposito come esempio iniziale, tanto per entrare in tema, potrei citare un episodio narrato da Carlo Petrini nel suo libro “Nel fango del dio pallone”.
Petrini racconta che quando era alla Ternana aveva come compagno fra le riserve, un giovane attaccante pugliese di nome C.
Petrini non dice il nome per esteso, ma narra che una sera in ritiro entrò con altri nella stanza di C. e lo trovò inginocchiato sul pavimento e circondato da immagini sacre sparse per terra. Quando gli chiesero che cosa stesse facendo, C. rispose candidamente che stava pregando i santi per resistere ai peccati della carne.


Per tornare a noi potrei cominciare da Benny Carbone, grande promessa del calcio italiano emigrato con successo da anni in Inghilterra e tornato da poco in Italia al Como. Quando era all’Ascoli, Carbone faceva coppia con Bierhoff, in attacco. Ebbene ogni partita, un attimo prima di imboccare il sottopassaggio per entrare in campo, Carbone toccava entrambe le ginocchia e poi, lui così piccolino, saltava in groppa a Bierhoff facendosi trasportare per qualche metro.
Sempre all’Ascoli altro rito era quello di Zanoncelli; sempre prima dell’inizio della gara costringeva il massaggiatore Urbano Vannini ad andare in bagno a fare pipì e lo cronometrava. Se Vannini produceva un “fiotto” che durasse più di 15 secondi era buon segno, se invece il poveraccio non aveva molte “riserve idriche” e finiva prima la prospettiva diventava negativa e Vannini si beccava gli insulti di tutti.
In quella squadra c’era un promettente giovane che disputò alcuni ottimi campionati prima di perdersi nell’anonimato, Pietro Zaini. Qualcuno lo ricorderà per i capelli lunghissimi. Non li tagliava mai perché credeva, novello Sansone, che gli dessero in qualche modo forza. Una notte in ritiro Pedro Troglio e altri entrarono di soppiatto nella sua camera e gli diedero una bella sforbiciata prima che lui si svegliasse incredulo.
Dopo quell’episodio Zaini infilò una serie di tre o quattro prestazioni negative.
Un anno l’Ascoli era in ritiro a Colle San Marco e Walter Casagrande, grandissimo centravanti brasiliano, organizzò il classico gavettone ai danni di Boro Cvetkovic, attaccante jugoslavo. La macchinazione doveva funzionare così; Colantuono chiamava in modo concitato Cvetckovic dal piazzale antistante l’albergo mentre lo slavo era nella hall dicendo che stavano portandogli via la macchina con il carroattrezzi ( era il giorno prima della pausa di ferragosto e quasi tutti si erano fatti portare le auto per lasciare il ritiro). Appena Boro si fosse precipitato fuori Casagrande, aiutato da Oliviero Garlini, dal balcone soprastante lo avrebbe innaffiato con venti litri d’acqua. Colantuono aveva anche il compito di segnalare ai due il momento in cui lanciare l’acqua, ma da buon romano fijo de…., chiamò Cvetckovic ma vedendo che prima dello slavo c’era l’allenatore Bersellini che stava uscendo dalla porta fece il segno convenuto in anticipo e Casagrande e Garlini così sommersero Bersellini invece del loro compagno.

Risultato: Casagrande e Garlini per tre giorni fecero un’ora di allenamenti supplementari; un supplizio durissimo !

Nell’Ancona di anni fa c’era il senegalese Diaw DouDou, un simpatico difensore che fu la rivelazione del campionato e infatti fu venduto al Bari per ben 5 miliardi di vecchie lire. DouDou era noto, oltre che per le sue doti calcistiche, anche per le dimensioni …equine del suo apparato genitale. Soprattutto nei primi tempi quando lui era l’ultimo arrivato, i “vecchi” del gruppo si divertivano molto a fare scommesse su questo suo..aspetto. Così “l’oggetto” fu attentamente misurato da Storari e Melli, sia a riposo che in …estensione.
Dopo di che i due accettavano scommesse da tutti sulle dimensioni e sulla potenza dello stesso, misurata dalla capacità di sostenere oggetti che di volta in volta venivano..appesi.

Bye bye Florentino




Il Moratti di Spagna si è sgretolato come un colosso d'argilla.
Dopo aver incassato i soldi per la vendita della Città Sportiva del Real Madrid al comune di Madrid, ha acquistato, in una buffa lotta a suon di Euro col presidente nerazzurro, tutto ciò che si poteva acquistare: Zidane, Beckham, Figo, Ronaldo, Owen, Baptista, Sergio Ramos, Robinho, Cicinho, per finire con Cassano, ultimo arrivato alla sua corte. Gente che si è aggiunta ai già presenti Raul, Casillas e Guti.
L'obiettivo era quello di vincere tutto ciò che si poteva vincere, ma ancora una volta è stato dimostrato che per giocare bene al calcio ci vuole una squadra e non solo sparpagliati talenti. Nei primi tre anni di gestione Florentino ha comunque ottenuto dei risultati importanti (anche se le sue aspetattive erano maggiori), quali due campionati spagnoli, una champions league, una coppa intercontinentale, una supercoppa europea e due supercoppe spagnole, ma dal 2003 in poi non è arrivato più alcun titolo alla Casa Blanca e sembra ormai scontato che anche il 2006 sarà un'annata di digiuni. Fuori dalla coppa di Spagna, staccato di 10 punti dal Barcellona in campionato, costretto a recuperare uno 0-1 con l'Arsenal in champions league, il Real e tutta la sua struttura "galactica" hanno scoperto di avere l'astronave in panne.
Rispetto a Moratti, Perez denota comunque due enormi e sostanziali positive differenze: in primo luogo i soldi da lui sperperati hanno comunque dato dei risultati e contribuito ad ingrandire la bacheca madridista, mentre l'Inter naviga nell'anonimato da tempi immemorabili. In seconda battuta Perez ha subito capito quando,per il bene del club, era il momento di dimettersi e lo ha fatto senza troppe esitazioni.
Certo è che la politica di Laporta, presidente del Barcellona, meglio studiata a tavolino e molto più parsimoniosa, si è dimostrata assai più redditizia, basti paragonare la rosa di entrambe le società. Per il Barça pochi acquisti eclatanti ma azzeccati (Ronaldinho, Edmilson ed Eto'o), l'integrazione della rosa con alcuni giocatori arrivati tutti a parametro zero (Van Bommel, Ezquerro, Silvinho, Larsson), l'affidamento su un gran numero di ragazzi provenienti dal vivaio (Victor Valdez, Puyol, Oleguer, Gabri, Xavi, Motta, Iniesta, Messi).
Una gestione intelligente che ha sgretolato il colosso merengue a suon di gol e di spettacolo.
Il Real dovrà adesso ripartire dagli ultimi acquisti di Perez: Robinho, Cicinho, Sergio Ramos e Cassano sembrano essere i pochi punti fermi del nuovo Real insieme a Casillas. Per il resto la compagine merengue è tutta da ricostruire: Roberto Carlos, Zidane, Ronaldo, Beckham, Salgado, Helguera e lo stesso Raul sono alla frutta. Sostituirli tutti insieme per tornare veramente competitivi sarà dura se non impossibile e si prospettano per il Real Madrid almeno un paio d'anni di magra transizione, che verosimilmente toglierà ai calciofili il gusto di attendere quei saporitissimi derby di Spagna tra Barça e Real.
E allora non resta che una cosa da dire, come augurio di una rapida rinascita per il bene del calcio non solo spagnolo ma mondiale, difficilissima per un tifoso blaugrana:
Hala Madrid!

Simon Vukcevic, classe sopraffina


by FIFAworldcup.com

Il calcio serbo montenegrino scommette su Simon Vukcevic, classe 1986, un centrocampista offensivo di grande abilità tecnica che sogna di ripercorrere le orme di Dragan Stojkovic.

Un'occhiata alle statistiche e un rapido giro di pareri fra i compagni di squadra: analizzando le prospettive di Simon Vukcevic si comprende immediatamente di trovarsi di fronte ad un giovane talento che in futuro potrebbe sicuramente imporsi ad alto livello. Se Simon saprà sommare le qualità che indiscutibilmente possiede, alla continuità necessaria per emergere nei principali campionati che si disputano in Europa, potrà davvero farcela, a dispetto di numerosi suoi connazionali che spesso si perdono per mancanza delle giuste attitudini caratteriali.

Sebbene la carta d’identità indichi il contrario, Simon è un giocatore che possiede già una discreta esperienza internazionale e se, come tutto lascia pensare, arriverà in Germania, avrà la possibilità di farsi apprezzare e di ambire al Premio Gillette Miglior Giovane Calciatore. Certamente il sorteggio di Lipsia non aiuta la Serbia Montenegro, ma la nazionale di Vukcevic già nelle qualificazioni non si è certo fatta intimidire da una grande d’Europa come la Spagna ed è pronta a fare lo stesso nel temibile gruppo C.

Nella stagione 2003/2004, la sua prima disputata con la maglia del Partizan Belgrado, Vukcevic aveva totalizzato dodici presenze e nessun gol. Proveniva dal Buducnost Podgorica, il club della sua città natale, nel quale aveva percorso le varie tappe del settore giovanile.

Nella tarda primavera 2004, a soli diciotto anni, era stato convocato per prendere parte alla fase finale del Campionato Europeo Under 21 ed aveva aiutato la squadra a raggiungere la finale, poi persa contro l’Italia per 3-0. Una gara, quest’ultima, in cui Vukcevic era entrato dall’inizio della ripresa giocando bene e contribuendo a mettere pressione agli avversari ormai in vantaggio di due gol.

La seconda piazza aveva comunque garantito un posto ai Giochi Olimpici Atene 2004, dove la Serbia Montenegro aveva disputato un torneo poco brillante, collezionando tre sconfitte in tre gare. Particolarmente scottante, in avvio, lo 0-6 subito contro l’Argentina, gara in cui Vukcevic aveva disputato tutti i novanta minuti. Contro l’Australia, nella seconda gara olimpica, per Simon soltanto quarantacinque minuti in un’altra disfatta di larghe proporzioni (1-5). Nella terza partita del girone, contro la Tunisia, in una gara persa per 2-3, Vukcevic aveva poi realizzato il gol del provvisorio 2-2 a tre minuti dal termine, congedandosi in maniera positiva dal torneo a cinque cerchi, perlomeno dal punto di vista personale.

La seconda stagione a Belgrado, disputata a cavallo fra il diciottesimo ed il diciannovesimo anno di età, ha visto Vukcevic raggiungere l’invidiabile bottino di dieci reti in 26 presenze ed esplodere in maniera definitiva. Importante anche il suo contributo alla seconda qualificazione consecutiva della nazionale Under 21 alla fase finale del Campionato Europeo che si svolgerà a maggio 2006 in Portogallo.

Con il suo metro e settantanove centimetri per settantotto chilogrammi di peso, Vukcevic dispone delle caratteristiche fisiche indispensabili per il calcio moderno. É un uomo in grado di collegare il reparto centrale e nevralgico del gioco con la fase offensiva. Abbina alla tecnica anche buone capacità in fase di interdizione, mentre l’indiscussa abilità balistica ne fa un pericoloso tiratore di calci piazzati. Buon dribbling, velocità e ottimo controllo di palla completano il suo profilo. Può giostrare anche in posizione più arretrata, da centrocampista centrale, come una sorta di playmaker.

Mirko Vucinic, altro talento serbo montenegrino, di tre anni più vecchio, ma che conosce bene Simon per averci giocato insieme a lungo nell’Under 21, ha detto di lui: “È fortissimo, potrebbe essere paragonato a Totti, forse. Con i piedi fa quello che vuole, è giovane ed ha senso del gol”.

Il debutto in nazionale maggiore di Vukcevic è coinciso proprio con il debutto di Vucinic ed è avvenuto in una gara disputata a Belgrado e valevole per le qualificazioni mondiali (Serbia Montenegro - Belgio 0-0). Vukcevic è subentrato all’80’ a Ognjen Koroman. Da quel momento ha collezionato altre quattro presenze.

Proprio il 9 dicembre 2005, il giorno del sorteggio per la fase finale della Coppa del Mondo FIFA 2006 svoltosi a Lipsia, Vukcevic, pur corteggiato anche in Italia, ha firmato con i russi del Saturn Ramenskoe. Una scelta molto discussa, ma che a dire il vero negli ultimi tempi ha caratterizzato molti giocatori serbo montenegrini e fra questi i nazionali Koroman e Vidic, ora approdati in Inghilterra.

Il Partizan Belgrado non ha resistito alle offerte russe ed ha ceduto Vukcevic a titolo definitivo. Il giocatore ha siglato un contratto triennale con opzione per i due seguenti. L’avventura con il Partizan si è conclusa per lui con un totale di 51 partite e 13 reti segnate.

Le discussioni hanno riguardato il fatto che la scelta effettuata sembra concedere a Vukcevic minori chance di crescere calcisticamente rispetto a quanto sarebbe potuto accadere approdando in campionati europei più competitivi e tradizionali. Il giocatore è in una fase delicata della sua carriera ed ogni mossa deve essere valutata attentamente. In ogni caso, come visto in particolare nel caso di Vidic, questo periodo potrebbe anche non rivelarsi negativo e contribuire alla sua crescita professionale.

I GRANDI CLUB DELLA COPPACAMPIONI



MANCHESTER UNITED 1959-69

Una squadra che scompare in una tragedia aerea, un club che rinasce e passa alla storia

Da sempre l’Inghilterra aveva vantato una priorità assoluta nel mondo del calcio. Loro, gli inventori, non partecipavamo mai ad un mondiale, limitandosi ad incontrare pochi mesi dopo la conquista del titolo la formazione vincitrice della Rimet.Ma questa semplice “presunzione” spesso veniva infranta dalla dura realtà che altre squadre, altre scuole era superiori agli uomini del leone ruggente.Basti pensare all’Italia prima della guerra, o all’Ungheria di Puskas che aveva umiliato a Wembley i bianchi della regina. Con la nascita poi della Coppa Campioni erano il Real Madrid, il Benfica, il Milan e l’Inter ad insegnare il calcio in tutto il continente.

Si dovrà aspettare la seconda metà degli anni sessanta per vedere l’esplosione del calcio inglese.Nel 1966 arriva la tanto sospirata ed ambita Coppa Rimet , che rimarrà l’unica vittoria importante per la nazionale, ma inizia anche il diktat del calcio britannico a livello di club.

Nel 1967 è il Celtic, squadra scozzese dalle idee innovative, a sconfiggere in finale quell’Inter dominatrice per anni con il gioco del mago Herrera. Poi arriva la prima e storica vittoria in CoppaCampioni di un club inglese: è firmata dal Manchester United. Questa squadra passerà alla storia non solo per l’importante risultato raggiunto ma anche per la leggendaria vicenda del suo club. E’ una conquista del mondo che nasce dalla sfortuna, un traguardo che inizia con la tragedia. Sul finire degli anni cinquanta il Manchester United è protagonista in Inghilterra; la squadra rossa domina il campionato 1955-56, undici punti di vantaggio sul secondo Blackpool, e il 1956-57, otto lunghezze su Tottenham e Preston.

Nel febbraio del 1958 la tragedia; all’aereoporto di Riem, a Monaco di Baviera, l’aereo che riporta a casa i calciatori del Manchester precipita. Muoiono nella catastrofe molti giocatori come Edwards, Taylor e Byrne.La fortissima formazione del Manchester scompare proprio quando stava per diventare l’antagonista europea del grande Real Madrid.Uno dei calciatori che si salva miracolosamente è Bobby Charlton. La tremenda esperienza lo maturò in fretta, facendolo diventare subito il cardine della nuova squadra e, a breve, leader della nazionale inglese.

E’ il momento di ricostruire una formazione è questo compito tocca all’allenatore Matt Bubsby.Inizia la lenta rinascita di una gloriosa squadra che rischia di retrocedere nella stagione 1963, ma che si riscatta subito vincendo l’anno dopo la Coppa d’Inghilterra.Nel 1964 secondo posto dietro il Liverpool e poi il grande ritorno conquistando il titolo nel 1965.

Il primo assalto alla Coppa Campioni si ferma contro i jugoslavi del Partizan. In semifinale il Manchester vincerà in casa con un solo gol. Al ritorno un due a zero li elimina. In finale il Partizan verrà fermato dal Real Madrid.Intanto arriva il successo nella Rimet del 1966.E il Manchester è protagonista con i suoi uomini e ormai è questa squadra e il suo capitano Bobby Charlton i simboli del nuovo e fortissimo “english football”.Nella stagione successiva i “campioni del mondo” vincono nuovamente il titolo nella league.

Sessanta punti lasciando a quattro lunghezze il Nottingham Forest.Arriva una nuova possibilità di giocarsi la Coppa dei Campioni e questa volta è il trionfo.Negli ottavi gli uomini di Charlton si vendicano del calcio slavo eliminando il FK Sarajevo (0-0 e 2-1). Nei quarti tocca al Gornik Zagabria (2-0 e 0-1).Nella semifinale giunge il grande momento, la sfida che se un destino crudele non avesse distrutto l’intera squadra, si sarebbero giocata dieci anni prima. E’ il momento di affrontare il Real Madrid.I bianchi di Spagna non sono più quelli di Di Stefano, ma è sempre zeppa di ottimi giocatori che due anni prima aveva conquistato la CoppaCampioni.

In Spagna un pareggio per 3 a 3, alquanto rocambolesco, rimanda tutto nella gara di ritorno, che si deve vincere. E’ sarà così. E 1 a 0 e si va alla finalissima. Si ripete il duello con il calcio portoghese, due anni dopo la Coppa Rimet. E’ il Benfica di Eusebio alla sua quinta finale in sette anni.Dopo il primo tempo che termina a reti inviolate, ecco il gol di Charlton. Il pareggio è questioni di minuti con Graca al 69’. Lo Bello fischia la fine dei tempi regolamentari. Nei primo tempo tre reti disintegrano i portoghesi. Sono firmate da Gorge Best, da Kidd e da Charlton.Fra lacrime, gioia e abbracci gli uomini di Matt Bubsby alzano in cielo la prima Coppa Campioni vinta da una squadra inglese.

Il successo di questa squadra fu il gioco chiaramente offensivo, che si realizzava nella maestria di Charlton e nella fantasia di George Best, capocannoniere nella stagione 1968, e uomo simbolo del calcio inglese in quel periodo. Oltre ad esser un fortissimo giocatore, Best, nato nell’Irlanda del Nord,era anche un grande personaggio. Il suo di vestire, i suoi atteggiamenti e le sue dichiarazioni ai media, lo fecero diventare un punto di riferimento per la gioventù britannica di quel periodo, alla pari con le star della musica. Il suo sogno era quello di realizzare un gol dribblando tutta una squadra e dopo aver superato il portiere,condurre di testa la palla in fondo alla porta. Un gol che non realizzerà mai.

Altro protagonista fu Norbert Stiles, detto “Il brutto anatroccolo”, difensore granitico. Nessun giocatore che passava nella sua zona poteva salvarsi. Tutto il mondo apprezzò il suo duello nella semifinale della Rimet 1966 con il Portogallo, quando neutralizzò Eusebio, in una partita nella partita fatta di asprezze ma anche di sanissimo agonismo. Vincerà ovviamente anche quello nella finale di CoppaCampioni nel 1968, quanto si supererà il Benfica. La stagione dopo, nonostante un torneo ad alto livello della punta Law , atleta multiforme pronto a trasformarsi da coriaceo difensore a potente attaccante e che vincerà la classifica dei cannonieri di Coppa con nove reti, l’avventura degli inglesi termina in semifinale.

E’ il Milan che a S.Siro vince per due a zero, grazie alle reti di Sormani al 33’ e di Hamrin al 49’.La partita fu seguitissima e l’incasso di questo big match fu il secondo al mondo in quel periodo, dietro solo alla finalissima della Rimet del 1966.Nel match di ritorno la formazione rossonera limita i danni; un solo gol in casa degli inglesi, opera di Charlton al 70’, non è sufficiente. Il Manchester è eliminato e quella squadra conclude definitivamente la sua avventura nella Coppa dei Campioni.Termina un periodo ma per dimostrare a tutti la grande di quella squadra basta leggere i nomi dei Palloni d’Oro di quel periodo; nel 1964 vincitore è Dennis Law, nel 1966 Bobby Charton, nel 1968 George Best, davanti ancora Charlon. Nessuna squadra ebbe tre giocatori premiati con questo ambito premio, nessuna tranne il Manchester United.


Nella foto i tre protagonisti del Manchester United; Stiles, Best e Charlton.

Curve&Tifosi:

La Domenica sugli spalti Spettacolo per il derby romano, contestazione a Napoli, accoglienza calorosa per Prandelli al suo ritorno a Parma.

Spettacolo doveva essere e spettacolo è stato. Anche ieri la cornice che Roma ha offerto al derby capitolino è stata all’altezza dell’occasione. Colori, cori e sfottò i classici ingredienti della sfida sugli spalti, che, a differenza del confronto in campo, è terminata come sempre senza né vinti, né vincitori. Imponente la coreografia organizzata dalla Curva Nord biancoceleste, che ha dipinto l’intero settore dei colori sociali del club. Non è stato possibile completare la scenografia con lo striscione che era stato preparato alla vigilia, a causa della mancata richiesta di autorizzazione da parte della società di Lotito. A far bella comparsa in curva erano però presenti i classici striscioni di sfottò, ispirati, inevitabilmente, all’infortunio di Totti. All’irriverente “Vanigli fans” la curva giallorossa ha risposto ribadendo il sostegno incondizionato al “Pupone” con “Never without you, daje capità”, rilanciando poi con un’interferenza nel burrascoso rapporto tra Lotito e la tifoseria biancoceleste: “Lotito tieni duro” è stato il messaggio della Sud, probabilmente appassionata dai dissidi in casa Lazio. Al fischio finale sono stati i ragazzi di Spalletti a fare festa, con tanto di caroselli celebrativi per le strade della capitale. Per una notte Roma è stata giallorossa. Ma il conto alla rovescia per il prossimo derby è già scattato

Discreto successo per l’iniziativa “Uno stadio per amico” a Parma. Poco più di 3100 i tifosi che hanno usufruito della promozione, risultato che si è solo avvicinato alle cifre auspicate dalla società. Sugli spalti, comunque, il tifo non ne ha risentito. La Curva Nord ha salutato il ritorno, seppur da avversario, di Cesare Prandelli con 2 striscioni: “Cesare, Parma non dimentica” e “Prando adottami a distanza”, rifacimento di uno striscione esposto al termine dell’ultima gara del tecnico di Orzinuovi sulla panchina gialloblù. Un legame intenso, quello tra il sodalizio crociato e Prandelli, cementato nel momento più buio della recente storia del Parma, quello del crac Parmalat, diametralmente opposto rispetto a quello che, attualmente, lega la tifoseria ducale ai vertici societari. Ad essere contestato sabato sera è stato in particolar modo il commissario straordinario Enrico Bondi, ritenuto dal popolo gialloblù uno dei principali responsabili della mancata vendita della società. Nei distinti è stato esposto un lungo striscione, in dialetto parmigiano, attraverso cui i sostenitori crociati hanno ironizzato sullo stipendio richiesto per i 2 anni di commissariamento della Parmalat, stimato in 32 milioni di euro. Una cifra addirittura superiore al valore della società emiliana, come sottolineato nello striscione: “Bondi, con coll stipend chi…al Parma t-al poi comprar anca ti”. Numerosa anche la pattuglia viola al seguito della squadra. La speranza del ds emiliano Cinquini di non udire l’incitamento della tifoseria ospite è andata svanita, complice anche l’andamento della gara, esaltante per i supporter toscani, drammatico per quelli crociati. Da segnalare, nelle prime battute di gara, uno striscione di solidarietà dei tifosi ospiti per Luca Bucci, l’estremo difensore gialloblù, salito alla ribalta delle cronache dopo il famoso gesto dell’ombrello all’indirizzo della curva juventina dopo il rigore fallito da Del Piero durante la sfida dello scorso 8 febbraio. "Bucci 8/2/06 Onore al tuo gesto" è stata la dedica dei sostenitori viola, seguita da alcuni istanti di sfottò combinati contro la Juventus. D’altronde è risaputo, l’avversione verso la Vecchia Signora è un fenomeno senza confini.

Chiusura dedicata al Napoli, capolista del girone b della serie C con qualche patema di troppo. Le difficoltà degli azzurri hanno scatenato la contestazione di parte della tifoseria partenopea, memore della delusione post-playoff dello scorso anno. L’anello superiore della Curva A è rimasto deserto per l’intera durata della gara con il Gela, con due striscioni ad esprimere il punto di vista dei tifosi: "Se la squadra non si impegna la curva resterà deserta", recitava il primo, "Massa, Torre e Castellamare, De Laurentiis non li pagare", il secondo, un collage delle più scottanti delusioni stagionali. Gli azzurri in campo hanno risposto con un convincente 2-0, risultato che da nuovo slancio alla rincorsa verso la serie B e favorisce la sospensione della protesta: lo sprint promozione è partito, il Napoli ha bisogno ora più che mai del dodicesimo uomo in campo.

Sergio Chesi da goal.com

lunedì, febbraio 27, 2006

Alberto Cavasin. Biografia

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Bello anche il sito del Mister.
Purtroppo a Treviso c'e' chi pretende di fare il vino moscato con le rape.

Dalla Gazzetta dello sport.

Klinsmann, rovesciata all'Italia (Gazzetta dello Sport) Il c.t. tedesco: «Pochi bambini allo stadio, mille moviole e scandali...Vi fate rubare la gioia».

Klinsmann, Jay Goppingen non esiste più. «Già, era uno pseudonimo che appariva sul sito internet della squadra con cui giocavo fino a qualche tempo fa, terza serie californiana. Sul web mi avevano cambiato i dati con questo soprannome, derivato dal mio paese d'origine, per non creare clamore. Adesso ho smesso, solo allenamenti: le partite sono la domenica e io preferisco la famiglia. Sono tutto casa e lavoro».

Si arrabbiano di più i suoi due figli quando lei parte per l'Europa o i tedeschi quandodopo ogni partita s'imbarca per gli Usa? «I bambini sono tristi, ma sanno che guidare la nazionale per me è il massimo. Molta gente non capisce la situazione, però io non sono diverso da Parreira o Pekerman, c.t. di Brasile e Argentina che hanno i giocatori in un altro continente. Mi alzo alle 5.30 ed entro subito in contatto con i collaboratori o i dirigenti. In Europa è già pomeriggio, trovo il programma del giorno, usiamo videoconferenze ed e-mail. Sento i giocatori, ho sempre la situazione in mano. Due volte al mese volo qui».

Pensa pure lei che l'unica stella della Germania sia Ballack? «Sì, accanto ci sono Frings, Schneider: pochi per fare strada. Così siamo obbligati a puntare sui giovani, farli crescere più in fretta».

Ballack vuole lasciare la Germania e Moratti lo rincorre. Gli consiglierebbe l'Inter? «Noi stiamo fuori dai discorsi di mercato. E' un tema delicato, deve decidere lui. Io ho cambiato la carriera in positivo, venendo a Milano. Altri però sono scappati dopo sei mesi, tipo Sammer. Vedo la situazione dell'Inter da vecchio tifoso: mi sembra che manchi lo spirito vincente. Juve e Milan lo usano sempre al cento per cento, anche nelle amichevoli. Ma questa unione di gruppo ha bisogno di tempo per crescere e l'allenatore deve gestire caratteri diversi: difficile. Più un lavoro di psicologia che di campo. Resta valido il mio slogan: noi interisti viviamo di speranza».

Pensa che la serie A sia ancora attraente per uno straniero? «Dal punto di vista del gioco, sì. Quello che avviene prima e dopo è molto negativo. C'è violenza negli stadi: l'ultima volta che sono stato a San Siro ho visto pochi bambini, questa paura mi preoccupa. E poi c'è la violenza mediatica, le mille moviole, gli scandali, le liti e le offese, i campionati costruiti a tavolino. Il calcio è sempre sotto processo e ciò non lo aiuta, avete perso credibilità internazionale. Vista da fuori, mi sembra che ci sia tensione e non divertimento, vi fate rubare la gioia».

Pare che lei sia diventato cattivo, la chiamano Klinsi- Brutal. «Mi piaceva di più KataKlinsmann ».

Un suo giocatore, Woerns, ha detto che lei è bugiardo e scorretto, dopo che lo ha escluso dalla nazionale. «In questo ruolo ci sono scelte che non piacciono. Sapevo che sarebbero arrivate critiche e offese. Ma noi non cambiamo linea. Chi non accetta le regole sta fuori. In futuro, per aver più tempo per decidere chiederò alla Fifa di spostare a fine maggio la consegna delle liste. Ne parlerò anche a Lippi».

Moratti bla bla bla bla bla...

Citazione
Stop Adriano, Moratti attacca Figc
'Totale mancanza di rispetto verso l'Inter'
(ANSA) 'Adriano? In questa federazione non ci stiamo per niente volentieri', cosi' il patron Moratti sul ripristino della due giornate di stop. La Caf ha confermato la squalifica al brasiliano: 'E' una totale mancanza di rispetto per l'Inter, per questa societa' - ha detto un Moratti decisissimo -. E reagiro', reagiremo con totale mancanza di rispetto per questa federcalcio, che non ci ha protetto. Perche' hanno cambiato idea su Adriano? Chiedetelo a loro... su di lui decisioni ondivaghe'.

Accuse, allusioni e minacce di bassa lega.
E poi usasse le parole per quel che sono. Dice rispetto ed intende ... protezione?

Il pallone della Coppa del Mondo 2006


by FIFAworldcup.com

Adidas +Teamgeist™ è il nome scelto per il pallone ufficiale dei Mondiali 2006 in Germania. Svelato al pubblico a Lipsia in occasione del sorteggio per la fase finale, adidas +Teamgeist™ segna un’altra pietra miliare nell' evoluzione tecnologica dei palloni sviluppata dall’azienda di Herzogenaurach, dal 1970 fornitore ufficiale dei palloni per la Coppa del Mondo FIFA.

Il nuovo pallone è l’apoteosi massima del design e sorprenderà i giocatori con la sua tecnologia rivoluzionaria. La configurazione, completamente rinnovata, è composta da quattordici pannelli che conferiscono al pallone una superficie liscia e perfettamente sferica, migliorandolo in termini di precisione e controllo.

Le stelle del Real Madrid e delle diverse nazionali hanno già avuto modo di provarlo e di apprezzarne l’estrema precisione durante un lungo test. "Pur usandolo solo durante gli allenamenti, tutti i giocatori ne sono rimasti estremamente soddisfatti”, dichiara David Beckham. Il capitano inglese è rimasto piacevolmente sorpreso dalle qualità in volo e dal mantenimento della traiettoria. "Quando la palla è in movimento è difficile perderne il controllo e così la sfera va esattamente dove si vuole e questo è molto importante. I passaggi, il controllo di palla e il lancio vanno in una sola direzione. È proprio quello che ci voleva”.

L’abbinamento dei colori è discreto e classico. Il bianco e nero riflettono i colori tradizionali della Germania, Paese ospitante, mentre gli accenni dorati sono stati ispirati dal colore luccicante della Coppa del Mondo FIFA. "Sono i colori vecchio stile che ricordano un po’ la storia del calcio, uniti alla tecnologia moderna: futuro e passato che si fondono in un tutt’uno”, ha dichiarato il centrocampista brasiliano Kakà.

Il nome ricorda che il calcio è un’attività in cui il gruppo è fondamentale. La parola tedesca Teamgeist – "Spirito di squadra“ – racchiude infatti l’unica e indispensabile caratteristica che una squadra deve possedere se ha la fortuna di ospitare il trofeo mondiale. “Il nome dato al pallone è un’idea strabiliante soprattutto in occasione di una Coppa del Mondo - sottolinea Kakà -. Durante i Mondiali, i giocatori conviveranno per 50-60 giorni e lo spirito di squadra è molto importante. Da soli non si può raggiungere nulla”. Il pallone è stato sottoposto ad una serie rigorosa di test di laboratorio prima di essere svelato al mondo intero. Fortunatamente non si è limitato solo a soddisfare i criteri decisi dalla FIFA per la procedura dei test, ma li ha anche superati. Solo i palloni che soddisfano questi esigenti standard possono riportare il marchio "FIFA Approved”. Un giocatore che ha particolarmente apprezzato la precisione del nuovo pallone è il centrocampista francese Zinedine Zidane. "Quando il pallone viene colpito va esattamente nella direzione giusta. Potrebbe sembrare ovvio, ma è molto importante”, è stato il commento del campione francese. La rivoluzionaria tecnologia permette ai giocatori di sfoggiare un’ampia gamma di prodezze, dato che le qualità e caratteristiche del pallone risultano esattamente uguali ad ogni colpo. Solo un pallone perfettamente sferico e liscio permette un movimento aereo affidabile e uniforme. Amato dai cannonieri, temuto dai portieri, il nuovo adidas +Teamgeist™ sarà sinonimo di gol e divertimento per tutti i Mondiali.

Nazionale

Lippi convoca Perrotta e Pasqual per il test con la Germania


Torna Simone Perrotta, prima volta in azzurro per Manuel Pasqual. Marcello Lippi ha reso noti i nomi dei 23 giocatori convocati per la sfida amichevole di mercoledi' a Firenze contro la Germania. Il centrocampista della Roma ritrova la Nazionale dopo circa un anno e mezzo: mancava dall'ottobre del 2004. Per il difensore della Fiorentina, invece, si tratta della prima chiamata.

Torna anche Gianluigi Buffon, confermati Amelia e De Sanctis. Ritrovano la maglia azzurra anche Iaquinta e Vieri: Cassano ancora escluso.


Questa la lista dei convocati:

Portieri: Buffon (Juventus), Amelia (Livorno) De Sanctis (Udinese);

Difensori: Barzagli (Palermo), Cannavaro (Juventus), Grosso (Palermo), Materazzi (Inter), Nesta (Milan), Oddo (Lazio), Pasqual (Fiorentina), Zaccardo (Palermo);

Centrocampisti: Barone (Palermo), Camoranesi (Juventus), De Rossi (Roma), Diana (Sampdoria), Gattuso (Milan), Perrotta (Roma), Pirlo (Milan);

Attaccanti: Del Piero (Juventus), Gilardino (Milan), Iaquinta (Udinese), Toni (Fiorentina), Vieri (Monaco).
yahoo.it

Al Manchester la Coppa di Lega inglese

(ANSA) - CARDIFF, 26 FEB - Il Manchester United ha vinto la coppa di Lega inglese battendo 4-0 il Wigan. Apre Rooney, poi tre reti in 6 minuti nella ripresa. Ad aprire le marcature e' il giovane attaccante inglese al 33', ma per la girandola di gol bisogna attendere il secondo tempo: tre reti in sei minuti. Segnano nell'ordine Saha al 55', Cristiano Ronaldo al 59' e ancora Rooney al 61'. Per i Red Devils si tratta del primo trofeo conquistato dopo la coppa d'Inghilterra del 2004.

domenica, febbraio 26, 2006

AMARILDO



Quando un giocatore a meno di venti anni gioca insieme a dei campioni come Garrincha, Didì e Zagalo non può essere che un calciotore di grande livello. Comincia in questo modo la storia di Amarildo, o meglio Amarildo Tavares De Silveria. Natoa Capos il 29 giugno del 1939, giovanissimo esordisce nel Botafogo, inserendosi in una linea d’attacco che è quella della nazionale brasiliana. Ha la maglia numero 10, ma il suo ruolo e quella della punta pura. Con un ala come Garrincha per la squadra bianconera il giovane calciatore diventa una sicurezza di rete nell’area di rigore avversaria.

Impossibile non convocarlo in nazionale, dove debutta nel 1961 in una amichevole contro il Paraguay, entrando al posto di Quarentinha. In nazionale diventa un panchinaro di lusso; sono tanti i campioni che formano l’attacco carioca e per lui solo qualche presenza nella squadra più forte del mondo. Prima del mondiale in Cile poche partite, subentrando nella ripresa prima a Gerson poi addirittura a Pelè. Davanti all’allenatore della selecao Feola Amarildo si dimostra sempre un atleta di grande livello, ottimo in acrobazia e pronto al gioco di potenza. Arrivano i mondiali cileni e per lui il ruolo di riserva, come sempre. Ma ecco l’imprevisto; “O Rey” dominatore nel match d’apertura contro il Messico si infortuna al termine del secondo incontro contro la Cecoslovacchia. Feola scegli di schierare Amarildo al centro l’attacco carioca, orfano del suo leader. La partita è l’ultima di un girone ancora tutto da decidere. Si gioca contro la Spagna di Puskas, Peirò e Gento. Le cose si mettono male perché le “furie rosse” passano in vantaggio. E’ il momento di Amarildo che con una doppietta porta il Brasile nei quarti di finale. Con lui ma grazie anche alle prodezze di calciatori come Zito, Vavà e Garrincha, il Brasile arriva alla finale con la Cecoslovacchia, squadra potente ma poco tecnica. Amarildo torna al gol, questa volta storico, segnando il pareggio dopo il vantaggio di Masopust. Poi il trionfo per la seconda vittoria nella Rimet. Amarildo rimane nel girone della nazionale fino al 1963, quando dopo una tournèe nel nostro paese con il Brasile, viene ingaggiato dal Milan.

Il primo campionato è il 1963-64 ed è Amarildo la nuova ala sinistra in un attacco che vede un altro protagonista di un mondiale, quel Josè Altafini che nel 1958 aveva lasciato la maglia da titolare al giovane Pelè.Il brasiliano dalla testa riccioluta conquista l’esigente platea di S.Siro; oltre ad essere un ottimo calciatore, la sua personalità istrionica ed allegra lo rende subito un personaggio amato dalla tifoseria milanese.Le reti che realizza sono tante, ben 14, ma per i rossoneri un terzo posto, dietro alle duellanti Inter e Bologna.

L’anno successivo tocca a lui la maglia numero nove. Altafini litiga con Viani e con la società e Amarildo continua a segnare a ripetizione. La stagione sembra propizia e il Milan ha tre punti di vantaggio sull’Inter di Herrera. Arriva il derby e Domenghini e compagni distruggono Amarildo e Rivera con un secco 5 a 2. E’ l’inizio della fine e il campionato vedrà l’Inter prima davanti al Milan distaccato di tre lunghezze. I successivi due campionati sono deludenti con i rossoneri nelle retrovie per la corsa allo scudetto. Anche Amarildo non è più il marcatore di un tempo, con solo quattro gol in due anni, a dimostrazione del momento non felice del Milan. La stagione 1967 si conclude però con un buon risultato, la vittoria in Coppa Italia.

Pochi mesi dopo viene ceduto alla Fiorentina, dove con Pesaola darà il suo contributo alla squadra fino ad arriva allo scudetto nel 1969. Amarildo non segna moltissimo ma è diventato un play-maker formidabile.Dai suoi piedi, dopo potenti azioni individuali , partono cross spesso vincenti per Chiarugi e Marassi.Inoltre tocca a lui battere i calci di punizione, che spesso entrano nella porta avversaria.Grazie alle sue prodezze la Fiorentina vince incontri decisivi per la conquista del suo secondo scudetto.

Arriva una seconda giovinezza per il giocatore che viene acquistato dalla Roma di Herrera. E’ il 1970 e la squadra è molto ambiziosa. In attacco Del Sol e Cordova ma alla fine la tifoseria giallorossa assisterà a mediocri campionati da centroclassifica per una formazione che si dimostrerà senza mordente e personalità. Per Amarildo ancora soddisfazione con dieci reti in due stagioni e anche molti cartellini rossi che lo rendono uno dei giocatori più “squalificati” del campionato.Ormai a 33 anni decide di ritornare in Brasile, al Vasco da Gama, dove nel 1974 conquista il titolo nazionale, chiudendo una grande carriera. Poi ancora il nostro paese come allenatore di squadre di serie C2 per poi diventare Responsabile Tecnico della nazionale dell’Arabia Saudita. Per lui il ricordo di tanti tifosi per uno dei brasiliani più amati che hanno giocato nei campi italiani.

ANGELO FA A PUGNI COL PALLONE


Peruzzi, il portiere che pare Tyson, si è fatto tanto male ma sogna la Germania
Una volta era quasi magro. Angelo Peruzzi ora è Tyson, ma prima era Serafino. Non proprio snello, ma più slanciato di adesso. Lo chiamavano così perché faceva molto Adriano Cementano anni Settanta: la maglietta girocollo con i tre bottoni sbottonati. Cafoncello di campagna, come in quel film di Pietro Germi con il molleggiato e Francesca Romana Coluzzi. Adriano la cascina, Angelo il terreno scuro dell’alto Lazio e il fiume. Ora che ha 36 anni si può anche dire che il calcio è arrivato dal Tevere. Peruzzi portiere lo è diventato prendendo con le mani i pesci nell’acqua. Da ragazzino si divertiva a pescare così: i riflessi pronti e la presa ferma. La stessa che oggi blocca il pallone e se è bagnato non si fa fregare perché è abituata.
Sulla linea di porta Angelo è rimasto sempre lo stesso: non un figurino, ma uno tremendamente concreto, poco spazio all’estetica, molto alla pratica. Il portiere moderno dicono che l’Italia l’abbia scoperto con lui. Roma, invece, ha scoperto che un calciatore può anche nascere romanista, finire agli avversari di sempre della Juve, tornare a casa ma con la maglia dei nemici della Lazio, ma rimane sempre uno da rispettare.
Peruzzi non lo odia più nessuno, forse soltanto Stefano Tacconi, ma ormai anche quella storia sembra passata. Adesso non gli rimane alcun nemico. Nel derby Roma-Lazio ci sono emozioni che non smette di provare anche adesso che è grande. Anzi pensa solo se questo è l’ultimo della carriera da giocatore. Se lo chiede lui e forse anche il calcio italiano che quando Angelo smetterà avrà perso un testimone. Da
vent’anni bazzica lui sto mondo, ha passato cose che altri non passeranno mai. Ha parato l’ultimo Platini, Maradona, poi Baggio, Ronaldo e Rivaldo e Shevchenko e Kakà e Adriano. E’ passato dal pallone anni Ottanta, quello di Agnelli e Viola, a quello dei Tanzi e dei Cragnotti. Poi è stato il doping, la prima stagione dei controlli e delle nuove punizioni. Molto prima dello scandalo Nandrolone di qualche anno fa e oggi magicamente risolto. Prima anche della cocaina del Pibe de Oro.
Angelo Peruzzi è stato il primo squalificato celebre. Cioè all’epoca non era celebre, lo era molto di più il suo compagno Andrea Carnevale, squalificato anche lui. Lipopill: una parola maledetta, un farmaco. Dentro quel farmaco la fentermina. E’ un estratto dell’anfetamina che stimola i riflessi e la reattività muscolare e fa passare la fame. Peruzzi e Carnevale furono beccati positivi il 23 settembre del 1990. Si giocava Roma-Bari. Finì 1-0, con gol di Carnevale a pochi minuti dalla fine. Angelo fece un partitone, un paio di parate incredibili, una delle quali quasi inverosimile su colpo di testa di Giovanni Loseto. L’Olimpico era già come oggi: era appena finito Italia ’90 con lo strascico di delusione.
Bene bene l’affare Lipopill non s’è mai capito. Si disse che Peruzzi aveva avuto il farmaco dalla madre dopo la cena della sera del 22 settembre. Angelo confermò anche sotto giuramento: prese un anno di squalifica, poi un pm indagò su lui e Andrea. Ci poteva anche essere un reato penale. Allora un altro processo, stavolta con un giudice vero e con l’incubo della galera. La procura sosteneva che la fentermina era anfetamina e l’anfetamina era una droga. Chiese la prigione. Perse. Peruzzi e Carnevale
furono assolti. Angelo di questa storia non ha mai voluto parlare fino all’anno scorso. A novembre 2005 s’è tolto il peso: “Tanto adesso è passato tutto in prescrizione”. S’è sfogato: “E’ stato un momento
brutto. Fui squalificato non perché lo meritassi veramente, ma perché sia io sia Carnevale sia il presidente Dino Viola raccontammo un sacco di bugie. Non c’era stata nessuna cena, la pasticca me l’aveva data un compagno di squadra. Mi fu detto che prendendola non avrei parato di più e meglio, ma che non mi sarei rifatto male. Io fui ingenuo e stupido a crederlo e per questo meritai la squalifica. E’ giusto che chi sbaglia paghi, ma non era come s’è sempre detto, ovvero che mia madre mi aveva dato la pasticca. Mi dissero di dire così, anche se io non volevo che fosse tirata in ballo la mia famiglia. Dissero a Viola di portare avanti questa versione, così avrei avuto solo tre mesi di squalifica. Non andò così, qualcuno aspettava solo quel momento per massacrare Viola. Io accettai perché non contavo niente: così passò la teoria che era meglio bruciare un ragazzino”.
Angelo all’epoca aveva vent’anni. Era anche poco protetto: veniva da Blera, una settantina di chilometri da Roma, in provincia di Viterbo. E’ burino, Angelo. Burino perché è uno di fuori Roma. Nella capitale da giocatore ci è arrivato attraverso Viterbo. Dino Viola lo prese piccolo per farlo crescere: primavera e poi prima squadra. Con i grandi Peruzzi cominciò per caso, nel 1988. Aveva diciotto anni e il titolare era Tancredi. Quel giorno però a San Siro un petardo infame colpì il compagno in porta. Lo chiamarono: “Angelo vai”. La Roma vinse due a zero. Peruzzi, però, non ha avuto lo slancio di Buffon. Gianluigi per una botta di fortuna così sempre con il Milan è diventato il numero uno del Parma e poi il numero uno del mondo. Peruzzi, invece, tornò in panchina. E due anni dopo fu spedito in prestito al Verona. “Si deve fare le ossa”. Certo. Angelo ha subito il nonnismo imperante nel mondo del calcio, per il quale l’esperienza conta più del talento. Così il ragazzino anche se è bravo viene mandato in una squadra più piccola. E lì sono affari suoi: se non emerge resta nell’anonimato per l’eternità. Nessuno pensa che nelle piccole è più difficile: non hai i campioni e un portiere prende un sacco di gol. Il Verona del campionato 1989/90 non era quello dello scudetto 1985 con Osvaldo Bagnoli: era una squadretta che lottava per non retrocedere. Peruzzi si diede da fare e a un certo punto fece il miracolo: parata sul rigore di Roberto Mancini a Marassi. La deviazione della salvezza: “La parata più importante della mia vita”. L’anno dopo il rientro a Roma, il Lipopill e la squalifica.
A 22 anni Angelo sembrava dimenticato. Nemmeno il tempo di esplodere e già bruciato. Lo prese la Juventus per fargli fare il secondo di Tacconi, dato che Luciano Bodini era troppo avanti con gli anni. A luglio del 1991 Peruzzi era a Torino per una stagione che non fu come quella della squalifica, ma neanche bella. Colpa di Tacconi: forse Stefano sapeva che il nuovo arrivato gli avrebbe tolto il posto, forse era semplicemente il suo carattere guascone. Cominciò una battaglia sotterranea, col titolare a denigrare il secondo: “Non è un portiere da Juventus”. In due anni insieme non si parlarono quasi mai, se non per motivi strettamente professionali. La cosa infastidì l’avvocato Agnelli: “Non sapete quanto mi manchi Zoff”. Poi Tacconi se ne andò e la situazione cambiò: Peruzzi titolare e Michelangelo Rampulla in panchina. Michelangelo l’amico, Michelangelo “il miglior compagno che abbia mai trovato”. Insieme hanno fatto stagioni da favola: tre scudetti, una coppa Uefa, una Coppa dei campioni, una Intercontinentale. Gli anni più belli, il ’96 e il ’97. Quelli della Champions League a Roma, dell’Intercontinentale a Tokyo e della nascita di Alessia, sua figlia. Nacque il 27 maggio 1997, lui si fiondò dal ritiro alla clinica dove c’era la moglie Alessandra. Il tempo di due baci, poi il ritorno dalla squadra. Un anno prima c’era stata la finale di Champions contro l’Ajax. Che notte: il gol di Ravanelli, il pareggio di Litmanen. I supplementari. I rigori. Peruzzi lì s’è ricordato di Mancini: David, parata; Siloy, parata. Jugovic gol. Coppa. I compagni ad abbracciarlo, l’Olimpico che canta, Roma, l’Italia, l’Europa, il mondo, Alessia e Alessandra.
Quel Peruzzi era già Tyson. Il primo a chiamarlo così era stato Nils Liedholm, suo allenatore a Roma. Tyson perché robusto ai limiti, un po’ tarchiatello e con la faccia schiacciata da pugile. Questo nomignolo se lo porta in giro anche adesso che cominciano a chiamarlo nonno. Tyson gli piace così e così. Gli piace di meno da quando l’hanno fatto fuori alla Juventus per far posto a Van Der Sar. Era il 1999. Lui, in un tira e molla estenuante, finì all’Inter. Un anno solo, il tempo di prendere un gol da Kovacevic della Juventus e di non prendere quello di Cassano nella notte del 18 dicembre 1999: si era appena infortunato e al suo posto era entrato Ferron. Gli infortuni, appunto. Angelo ne ha avuti una marea. Gli infortuni gli hanno tolto la Nazionale. Doveva essere sua nel 1994, come terzo portiere. Aveva 24 anni, perfetto. Gli avevano già detto che la tradizione era quella: da terzo a primo. Era successo a Giovanni Galli, terzo nel 1982 e titolare nel 1986; a Zenga, terzo nel 1986 e primo nel 1990; a Pagliuca, terzo nel 1990 e primo nel 1994. Invece nel Mondiale americano lo fecero fuori, gli preferirono Luca Bucci, mister sigaretta spenta in faccia al dirigente avversario. Ci rimase male, Angelo.
Sacchi lo amava: “E’ un portiere moderno, sa vedere il gioco, sa leggere l’azione, sa stare al limite dell’area, sa giocare con i piedi”. Lo fece titolare nel 1996 in Inghilterra. Fu un Europeo disastroso, terribile, inguardabile. Impresentabile. La rivincita doveva essere il mondiale di Francia del 1998. Ecco, un mese prima un altro infortunio. Aveva 28 anni e ancora un Europeo davanti, quello del 2000. Solo che l’allenatore era Zoff. Il commissario tecnico lo convocò come terzo. Avrebbe preferito non essere chiamato affatto, Peruzzi: “Non vedo il motivo di una convocazione, mi sembra che la mascotte dell’Europeo sia già stata scelta”. Non fu un’estate semplice. Un’altra trattativa lunga per il suo trasferimento, tante voci: il Milan, il Real, la Lazio. Lo prese Sergio Cagnotti per un valore di 35 miliardi di lire. Una cifra enorme, uno dei quindici acquisti più cari della storia della Lazio. Angelo accettò perché a trent’anni, con una bimba di tre, gli piaceva l’idea di poter tornare a casa. In più prendeva quattro miliardi a stagione. Erano i tempi folli del pallone, quando nessuno immaginava che sotto quei soldi non c’era la base, c’era solo aria e pure fritta. Non se ne accorse neanche Peruzzi per due anni.
Fino al 2002, fino agli stipendi non pagati dal club: uno, due, cinque mesi di ritardo. Visto che Angelo era uno dei più anziani cominciò a chiedere spiegazioni. “Ehi non ti preoccupare, i soldi arrivano il mese prossimo”. Bugie. Solo bugie. Allora a fine dicembre del 2002, Peruzzi chiamò il suo avvocato e fece spedire alla Società sportiva Lazio una richiesta di messa in mora: “Nessuno di noi calciatori vuole andare via da questa società. Vogliamo rimanerci, questo è solo un segnale che la squadra ha voluto mandare a Cragnotti. Io sono stato uno dei primi a chiedere la messa in mora del club e l’ho fatto per due motivi. Il primo è che sono cinque mesi che il presidente non ci paga: parla con noi e ci promette che i soldi arrivano, ma poi questo non succede mai. Il secondo motivo, invece, è stato il voler dimostrare di non essere venuto qui per soldi, ma per scelta. Sono venuto qua perché la Lazio era una squadra che mi piaceva e per avvicinarmi a casa. Comunque nell’ultimo incontro Cragnotti ci aveva dato la certezza che il 5 dicembre ci avrebbe pagato. Questa cosa non è avvenuta. Sono un uomo di campagna e per me basta la parola data oppure una stretta di mano. Se lui ci avesse detto che ci avrebbe pagato a maggio, nessuno di noi avrebbe chiesto la messa in mora. Bastava essere chiari. Il presidente era stato informato della mia decisione e in più ho aspettato altri dieci giorni prima di agire”.
Tre anni e mezzo dopo, Sergio Cragnotti non c’è più e Peruzzi è sempre nella Lazio. Ha avuto altri problemi, qualche scaramuccia. Una con Roberto Mancini, suo ex compagno diventato poi allenatore. Lo stesso Mancini al quale parò il rigore che fece salvare il Verona. Le discussioni con il Mancio, Angelo le ha sempre smentite, poi il tempo e l’andata via di Mancini hanno sistemato comunque tutto. Non ha mai smentito, invece, le accuse fatte a Cesar che l’anno scorso sputò in faccia al compagno Giannichedda: “Nella mia carriera non ho mai visto una cosa del genere”. Qualcuno lo ha accusato di dividere lo spogliatoio: “Io sono stato in tante squadre e non mi sono mai considerato una bandiera. Qualcuno può definirmi mercenario, ma anche un mercenario può dare il cuore alla sua società. E’ quello che ho fatto io sempre”. Non c’è nessuno del pubblico laziale che critichi Peruzzi. A 36 anni s’allena come se fosse un Primavera, poi va in campo e se capita ci rimette la faccia per salvare una palla. Solo che non riesce a sganciarsi dal cliché.
C’ha messo dieci anni per ripulirsi dal doping, ma non è mai riuscito ad abbattere la vulgata: “Infortuni, tagliatelle, cinghialone”. Adesso è diventato anche un po’ stucchevole, il ritornello. E forse qualcuno l’ha capito. Altrimenti non si riconquista la Nazionale quando c’è Buffon, De Sanctis, Roma e volendo anche Toldo. Peruzzi c’è riuscito, ha convinto Lippi e spera ancora in un posto al Mondiale tedesco. Stavolta non ci saranno battute sulla mascotte, se il ct lo dovesse chiamare, ci andrebbe anche a piedi. Anche se non è che il calcio gli piaccia più come prima, anche se ne ha viste tante, forse troppe, anche se negli ultimi cento anni è stato l’unico a giocare con la maglia di Roma, Juventus e Inter. Non potrà mai dire di no. Ne ha parlato anche con Negrisolo, che lo ha fatto diventare portiere ai tempi della Roma ed è rimasto uno dei confidenti preferiti, e con Bordon che lo ha allenato e ha corretto la maggior parte dei suoi difetti alla Juventus. Non è detto che Marcello lo metta nei ventitrè che partiranno per la Coppa del Mondo. Non è detto, ma Angelo Peruzzi non ha proprio nulla da perdere.
Allora spera. E pensa a non farsi più male. Da quando è tornato a giocare in una squadra romana è ritornato anche a Blera. Gli piace perché è ruspante, come lui che nel 1995 da portiere della Juve e della Nazionale si venne a sposare qui con Alessandra e invitò solo gente del posto. Neppure un compagno di squadra. A Blera adesso ogni lunedì accompagna a scuola Alessia che ha nove anni. Fa le cose di quando era bambino. Guarda la Formula uno in televisione, tifa per la Ferrari, adora leggere libri di storia etrusca, continua a essere uno che ama la cucina: il suo piatto preferito pare sia il brodo di gallina, mentre odia le melanzane ed è allergico alle fave. Poi c’è il fiume. Allora la pesca da terra, d’estate, quando i Peruzzi vanno in vacanza, diventa subacquea. La sua città preferita è Madrid e una volta ha anche rischiato di andarci a vivere per un po’. E’ la preferita tra le città, però. Perché comunque il Tyson dell’alto Lazio adora la campagna. E Blera, ovviamente. Che è a soltanto trenta chilometri da Formello, dove tutti i giorni arriva per allenarsi con la Lazio. Formello è fuori dall’Urbe: il raccordo anulare non si vede neppure, l’Olimpico è una fotografia appesa a una parete, Roma è una vicina rumorosa con un Tevere nel quale non si può pescare.
Beppe Di Corrado

Liga: il Barcellona espugna Saragozza



Nell`anticipo della 25.ma giornata della Liga bel successo esterno del Barcellona che supera il Saragozza. Dopo un primo tempo in difficolta`, l`espulsione di Celades spiana la strada ai blaugrana che vincono 2-0 segnando nel giro di due minuti con Ronaldinho su rigore e Larsson.
Il centravanti blaugrana Samuel Eto`o durante la gara , stufo dei cori e degli insulti razzisti dei tifosi dei padroni di casa del Saragozza, ha minacciato di lasciare il campo .
E` successo nel corso del secondo tempo della gara e cosi` l`arbitro dell`incontro Victor Esquinas ha fermato la contesa facendo trasmettere all`altoparlante una richiesta di sospensione dei cori di scherno. Il giocatore africano e` stato poi persuaso a rimanere in campo dai propri compagni e dal tecnico dei catalani, Frank Rijkaard .
Clicca qui.
Il Barça sale a quota 58 punti, in attesa di conoscere i risultati delle dirette inseguitrici. .

sabato, febbraio 25, 2006

IL PALLONE QUELLA VOLTA SE LO RICORDO'

di Silvio Valanzano

Quando nella vita si prende qualcosa che non è nostro, il destino, prima o poi, se lo ricorda e lo restituisce al legittimo proprietario.

C' era una volta, non tanto tempo fa,una squadra forte che più forte non si può. Indossava una maglietta a strisce rosse e nere ed era composta da tanti grandi campioni. Un bel giorno di Primavera, questa grande squadra andò a giocare una partita importante, la semifinale di un torneo, contro una squadra di una piccola città che aveva la maglia a strisce di un altro colore, i giocatori giovani e pieni di entusiasmo, ed il nome come quello di una ninfa, una bella fanciulla dai capelli biondi, abile nella corsa e Regina degli animali. Era la partita di ritorno, all' andata era finita 1 - 1, per cui i campioni, se volevano arrivare in finale, erano costretti a vincere o a pareggiare facendo almeno 2 gol.

Mancavano pochi minuti alla fine e quella volta, nonostante tutti gli sforzi, questi grandi campioni non erano proprio riusciti a superare l' avversario. I piccoli si erano difesi con grande attenzione ed erano riusciti a mantenere il risultato sullo 0 - 0. Ancora un piccolo sforzo e la squadra con il nome di ninfa sarebbe così riuscita a correre con pieno merito verso la finale, un risultato clamoroso ed un evento bellissimo.

I tifosi di casa, assiepati nello stadio, avevano già cominciato a fare festa, anche perchè gli avversari, i campioni, sembravano rassegnati: erano talmente stanchi, infatti, che oramai non attaccavano più. Fu a questo punto, però, che accadde qualcosa di strano, di imprevisto, ed anche di molto brutto.

Esistono delle regole scritte, che bisogna sempre rispettare, ma esistono altre regole, a volte perfino migliori, che non stanno scritte da nessuna parte, che non sono dei doveri, ma soltanto parole della coscienza, che sono buone azioni e giornate di sole, piccoli sorrisi e strette di mano, ringraziamenti e gratitudini. Ce ne sono tante, basta guardarsi intorno, tanti piccoli aiuti che si possono fare a chi è meno fortunato, tante piccole restituzioni che si possono dare a chi ha dato un aiuto nei momenti difficili, giusto perchè il bene quello si , è un dono prezioso dal quale non bisognerebbe separarsi mai. Ma quella volta queste regole piene di buon senso furono tradite, i forti smisero di essere soltanto forti e si macchiarono di un gesto, brutto, una piccola macchia nascosta dal tempo ma ancora visibile, a ben vedere, sulle casacche di gioco, perchè la storia si dimentica ma non si cancella.

Eravamo quasi alla fine della partita, dunque, quando ad un certo punto uno dei campioni, in seguito ad uno scontro di gioco, cadde a terra. Passò qualche secondo ma non si rialzava. Passò ancora qualche attimo ma quello sempre lì, sdraiato, che si teneva la gamba con una smorfia di dolore, sembrava proprio essersi fatto male. Dato che la palla era rimasta in gioco, i medici non potevano entrare a soccorrerlo. Fu così, allora, che un giocatore dei piccoli, uno alto e biondo che veniva da un paese molto lontano, calciò la palla in fallo laterale, per permettere agli addetti di andare incontro all' infortunato e di medicarlo. Per fortuna non si era fatto niente di grave, ed il giocatore riuscì a rimettersi in piedi.

Il gioco poteva allora riprendere con un fallo laterale a favore dei campioni. Tutti i giocatori della piccola squadra, abituati ed educati alle buone maniere, aspettavano, fermi in campo, che venisse restituito loro quel pallone che poco prima avevano volutamente gettato via. Invece così non accadde. Invece il giocatore dei campioni, incaricato di battere il fallo laterale, passò ad un suo compagno di squadra, quest' ultimo lanciò la palla in area di rigore,il centravanti corse per andare a prendere il pallone e tirarlo in porta. Un difensore dei piccoli, sorpreso da quella scorrettezza morale, si gettò addosso a quest' ultimo per evitare che segnasse un gol tanto immeritato. L' arbitro, che pure avrebbe potuto sorvolare sul fallo, invece volle applicare il regolamento, era del resto un suo diritto, e fischiò il calcio di rigore, rimandando così la patata bollente di quella cattiva azione sui piedi dei campioni.

In campo si venne a creare una grande confusione. I giocatori della ninfa protestarono vivacemente:- ma come-, dissero- noi vi abbiamo fatto un piacere per soccorrere uno di voi che stava male e voi così ci ricompensate-. I giocatori dei forti trovavano inutili giustificazioni, uno disse che non s' era accorto di nulla, l' altro che si era dimenticato dell' azione, un altro ancora che aveva buttato la palla in area di rigore per restituirla, insomma tutti si proclamarono innocenti. Fatto sta che la palla, che valeva la finale, era ferma sul dischetto del rigore. I giocatori dei piccoli, allora, dissero che vabbene, i campioni si erano anche potuti sbagliare nella concitaziuone della gara, ma ora, per fortuna, si potevano rifare ampiamente. Tirando fuori il calcio di rigore, infatti, non solo avrebbero fatto giustizia, ma avrebbero potuto dimostrare tutta la loro signorilità. Quella sì che sarebbe stata proprio una bella azione, una di quelle destinata ad essere ricordata a lungo: i forti sarebbero rimasti forti, ma da lì in poi avrebbero avuto anche qualcosa in più.

Sul dischetto del rigore andò il capitano glorioso, una clase immensa, un condottiero della squadra, un faro, un esempio. Fu per quello che molti si sentirono sicuri che avrebbe calciato fuori il rigore. Ma al capitano, come a tutti i giocatori di quella squadra, era stato insegnato che bisognava vincere sempre, bisognava stritolare gli avversari, sempre e comunque, e che le sconfitte non erano parte del gioco, ma fallimenti, e che i forti devono trionfare sempre, altrimenti che forti sarebbero stati. Il capitano disse che un professionista come lui, lautamente pagato, non poteva esimersi dal cercare di segnare il calcio di rigore. Quella volta ci riuscì, ma il pallone non se lo dimenticò.Passarono molti anni e quel capitano si ritrovò in un altro continente, davanti ad un altro portiere, con la palla ferma sul dischetto del rigore. Era la partita più importante che avesse mai giocato prima. Tutto il mondo lo stava guardando. Anche sulla panchina c' era lo stesso allenatore di quella volta che i forti fecero un dispetto ai piccoli. Il capitano andò a tirare il calcio di rigore. Mirò la porta, il tiro partì. Il pallone fece una smorfia invisibile, una boccaccia, un marameo.

Il pallone, quella volta, si ricordò dello sgarbo passato ed in rete non ci volle entrare. Se lo ricordò anche il cielo che quel pallone, quella volta, si rubò.

Tratto dal libro" IL CALCIO E' UNA FAVOLA" raccolta di racconti per grandi e piccini.

E dire che e' stupenda e' poco. Baresi, Milan Atalanta , il furto clamoroso in coppa italia, i mondiali, Sacchi..ci sono tutti.
Complimenti all'autore.

Il Giaguaro


Luciano Castellini

* Nascita: Milano il 12/12/1945
* Ruolo: Portiere, altezza: m.1,80 peso: kg.80
* Squadre: Monza, Torino, Napoli
* Torino : 201 presenze, Campione d' Italia 75/76, 1 Coppa Italia
* Nazionale: 1 presenza

Luciano Castellini, portiere del Torino. Tra i più grandi, tra i più forti, tra i più.. tutto. Giaguaro, per tutti noi Luciano é Giaguaro Castellini. Agile, scattante, impavido, fortissimo, coraggioso, emotivo, spettacolare. Giaguaro feroce, determinato in campo, timido, riservato fuori. Il Giaguaro ama la sua pace, la sua giungla, il Giaguaro sa quando volare su un avversario, sa quando tirare fuori gli artigli. E Castellini era così: un giocatore del Borussia alzato di peso e sbattuto fuori dalla propria area, lacrime, lacrime al 90' di Torino-Cesena per uno scudetto appena vinto, il cuore.. L' immenso cuore di Luciano. Guardare Csstellini negli occhi e capire quanto poteva soffrire dentro, quanto poteva gioire dentro..Guardare come parava il Giaguaro.. I suoi voli, bellissimi, le sue uscite, kamikaze granata, la tua anima, il tuo cuore, ProfondoGranata


..Ragazzino dell' Inter
Luciano Castellini, piccolo tifoso interista, inizia la propria carriera nell' Inter Club di Menaggio, quindi nel 1965/66 arriva al Monza dove gioca per cinque anni. Diventa titolare biancorosso nel 1968/69 e il suo esordio, i suoi inizi sono straordinari.. Piccolo Giaguaro cresce..
Diventa il Giaguaro..
Nel Monza incontra Gigi Radice e Radix lo responsabilizza, crede nel Giaguaro, lo fa giocare e Castello sbalordisce tutti. Pianelli offre più degli altri, Luciano Castellini difende la porta granata.. Al Monza 218 milioni di lire. Esordio il 27-09-1970, Torino - Foggia 1-1. La gente granata lo ama subito. Castellini gioca per il Toro, Castellini é del Toro. Portiere spettacolare, miracoloso, fantastico e forte, stupendamente forte. Ragazzo sensibile e spietato tra i pali. Luciano diventa per tutti il Giaguaro. Vince la Coppa Italia, il campionato 75/76, conosce la Coppa dei Campioni, marchia i nostri ricordi..
Indimenticabile
Ci sono momenti che si imprimono per sempre nella nostra memoria, nel nostro subconscio. Castellini vola ancora davanti ai nostri occhi, le sue parate, il suo essere, il suo impegno scuotono ancora il cervello di chi lo ha vissuto. Luciano dopo otto anni va al Napoli dove conclude gloriosamente la sua carriera. Ci sono giocatori che consideri sempre tuoi.. Gli affetti si legano per sempre.. E il tuo estremo difensore ha sempre la stessa maglia verde, lo stesso numero 1, la stessa grinta, la stessa faccia.. la stessa gioia, il medesimo orgoglio vive nel mio cuore. Giaguaro, portiere grandioso, eternamente nostro, grazie.

Omaggio a Enrico Ameri.


Qui

Il Napoli di Vinicio, Clerici e Savoldi


Giorni fa abbiamo messo on line un post dedicato a Beppe Savoldi e al suo arrivo a Napoli. Proseguiamo nella scoperta del Napoli di Vinicio con questo articolo preso da Pagine70.
Effe Lipper per Fondazione Bonarda

Luis Vinicio arrivò a Napoli, come allenatore, nella stagione 1973/74. Reduce dai successi da calciatore con la stessa maglia, per i quali era stato soprannominato "O' lione", fu subito considerato come la panacea per risolvere gli annosi problemi della squadra partenopea, che non era mai riuscita a vincere il sospirato scudetto. Il Napoli giocava a zona, precursore di quello che avrebbe poi fatto la Roma di Liedholm circa 10 anni dopo, e unanimemente veniva considerata la squadra che giocava il calcio più bello a vedersi. In pratica, tutti avanti e tutti indietro, a seconda dei casi e delle necessità. Il primo Napoli di Vinicio, comunque, arrivò terzo. I gol di Sergio Clerici, brasiliano soprannominato "Gringo", non bastarono per il salto di qualità, ma il pubblico comunque apprezzava la squadra, dimostrando un affetto che non si riscontrava da nessun'altra parte in tutt' Italia. Una stagione incredibile e sfortunata fu però quella 1974/75. Il Napoli aveva in porta "Gedeone" Carmignani, venuto a Napoli dopo un breve soggiorno alla Juventus, Bruscolotti e la Palma terzini. Tarcisio Burgnich era venuto dall'Inter che aveva 34 anni perchè a Milano lo consideravano finito. All' ombra del Vesuvio, invece, rinacque, rappresentando un baluardo spesso insormontabile per gli attaccanti avversari. Anche Vavassori, l'attuale allenatore dell'Atalanta, era rinato, ma da un bruttissimo infortunio. Libero giocava "Birillo" Orlandini. Qualcuno diceva che si era montato la testa perchè, convocato in Nazionale dalla coppia Bernardini-Bearzot, aveva marcato (male) il mitico Johan Cruiff. Ala destra era Peppiniello Massa, napoletano emigrato all'Inter e poi rientrato in patria. "Totonno" Juliano era il numero otto per eccellenza. In città, una specie di divinità. Era pur sempre vice-campione del mondo, avendo giocato con l'Italia che in Messico, nel 1970, aveva ceduto solo di fronte al Brasile di Pelè, in finale. Il numero dieci lo portava "Ciccio" Esposito, altro napoletano, pure lui con una piccolissima presenza in Nazionale, mentre la maglia numero undici era appannaggio di "Long John Guitar" Giorgio Braglia, una specie di Gesù Cristo (solo per l'aspetto fisico, per carità). Era l'anno buono, quello. Se non fosse stato per la Juventus, però. Un testa a testa entusiasmante, con alcune giornate storiche, indimenticabili. Al San Paolo era ogni domenica una festa. Colorata e passionale. Umile e superba. Insomma, quelle che erano le caratteristiche della gente, si ritrovavano ogni settimana sugli spalti dello stadio. Erano domeniche di riti incancellabili. Il caffè "Borghetti" lo vendevano in bottigliette di plastica circolari. Alla fine della partita, a terra ne rimanevano tappeti. E poi c'erano i cuscini. Quelli li compravano i "signori", quelli che non si volevano sporcare il pantalone buono della domenica. E poi, ancora, il rito della pipì "in faccia al muro", come si diceva. I gabinetti o non c'erano o nessuno li frequentava. Fare pipì così, all'aperto, vicino alle mura dello stadio, rigorosamente all'interno, senza vergogna o paura di oltraggiare qualsivoglia pudore, era una sorta di liberazione per tutti. I più piccoli, mano nella mano dei padri, guardavano quella folla di gente quasi con invidia, perchè a loro non era permesso fare pipì come facevano i grandi. Altro appuntamento fisso era con la "voce" del San Paolo. L'altoparlante è stato sempre una spina nel fianco dei tifosi: non funzionava mai bene. Quello che si sentiva era come se si dovesse solamente intuire. I nomi dei calciatori, scanditi uno per uno con enfasi e passione, erano seguiti da lunghi applausi e ovazioni da brividi. C'era sempre qualcuno che, a seconda del momento, di applausi ne prendeva di più, e lo speaker doveva fermare la lettura. Alla fine, quando pure i giocatori della panchina erano stati nominati, scattava l'applauso liberatorio, quello più fragoroso, che faceva venire i brividi. Ed erano balli, danze, canti. Lo stadio tremava, e con esso tutti i palazzi attorno. Quando le squadre entravano in campo era un tripudio di bandiere, fumogeni, fotografie, urla, incitazioni, cori. Una festa, dicevamo. Rovinata, ma solo per pochi secondi, qualche volta dallo speaker che al grido di "attenzione, attenzione" comunicava che il signor Tal dei Tali era atteso urgentemente a questo o quel varco. Non c'erano i cellulari, all'epoca, ma in quel modo si poteva sempre rintracciare, quasi come se però si cercasse un ago in un pagliaio, il parente o l'amico di turno. Comunque, dicevamo dell'anno 1974/75 e del testa a testa con la Juventus. La Juventus di Zoff che a Napoli era diventato grande e da Napoli se n'era andato qualche anno prima lasciando un mare di rimpianti tra i tifosi. Il Napoli quell'anno era davvero forte, fortissimo. Pure la Juventus, però. E fu quello il peccato per gli azzurri. Azzurri che furono capaci di segnare anche 7 gol in una sola partita (7-1 al San Paolo con la Ternana, primo gol di La Palma al 13° con un tiro quasi da centrocampo che beffò il portiere Nardin, pure lui ex). Ma azzurri che furono capaci pure di prenderne 6 di gol, al San Paolo, proprio dalla Juventus, in una partita che fece infuriare i tifosi con l'arbitro Gino Menicucci. Ne fece le spese Binzaghi, il guardalinee, colpito da una bottiglia in testa e costretto a uscire sanguinante dallo stadio. La partita delle partite fu però a Torino, nel girone di ritorno. Fu Josè Altafini, "core 'ngrato", a rovinare la festa al Napoli, il suo ex Napoli. Nella città partenopea aveva fatto coppia nientemeno che con Sivori. Poi, l'aveva voluto la Juventus di Agnelli. Lo pagavano, si diceva, a cottimo. Una specie di gettone di presenza per ogni minuto giocato e, perchè no, per ogni gol. Mise la gamba, così, per vedere che succedeva. Il pallone gli rimbalzò addosso e finì dietro Carmignani. Era il 2 a 1. Si videro scene di sconforto e disperazione, ma la frittata era fatta. Vinicio non riuscì più a riprendere la Juventus, che vinse il campionato a 45 punti, con due punti di vantaggio sul Napoli, che dovette accontentarsi di qualche record più...terra terra, anche se di prestigio, come quello dell'attacco più prolifico con 50 gol segnati. L'anno dopo occorreva il salto di qualità. Un salto serio, però, non fumo negli occhi. Ferlaino, il presidente più presidente che il Napoli, nel bene e nel male, abbia mai avuto, ci pensò a lungo. Aveva messo gli occhi su Gigi Riva. "Rombo di tuono" era sul finire della carriera, ma a Napoli lo avrebbero accolto comunque come un Dio. Non se ne fece niente. Poi, alla fine del calcio-mercato, il colpaccio del secolo (prima che arrivasse Maradona, ovvio). Nel Bologna giocava Savoldi. Giuseppe Savoldi, da Gorlago, in provincia di Bergamo. Goleador puro, fortissimo nei colpi di testa, specialista dei calci di rigore. Insomma, una forza della natura. Sondato il terreno, Ferlaino fiutò bene. E fu scandalo. 2 miliardi lo pagò per portarlo a Napoli. A dire il vero, di soldi ne sborsò 1 miliardo e 400 milioni. Al Bologna dovette dare però pure la comproprietà di Clerici e Rampanti. Ne parlarono i giornali, le televisioni. Scrissero le penne più importanti del Paese. Napoli doveva fare i conti con l'immondizia ammassata ai lati delle strade, con la disoccupazione, con la criminalità, la disoccupazione e tanti altri problemi, e che ti faceva Ferlaino? Spendeva due miliardi per un giocatore. Savoldi venne subito soprannominato "Beppe-Gol". Sulla fiducia, è ovvio. A Napoli i soprannomi ai calciatori erano un obbligo, allora più che oggi. Chissà, forse c'era più fantasia anche nei tifosi. Le curve erano i settori dello stadio più folckloristici, più passionali. "Palummella" era della curva B. Zompa e vola dicevano di Gennaro Montuori. Il capo dei tifosi. Guardava la partita negli occhi dei suoi sudditi, spalle al campo, e così li incitava. Ogni domenica un canto nuovo, per la gioia anche dei calciatori che poi quelle canzoncine se le cantavano tra di loro. Insomma, Savoldi. I napoletani corsero ad abbonarsi per paura di restare fuori dallo stadio senza poterlo vedere. Già nelle partite del precampionato si registrò il tutto esaurito ovunque giocasse il Napoli. L'esordio in campionato fu da brividi, ma cominciarono le sofferenze. Al San Paolo scese il Como. Pioveva, il cielo era plumbeo. L'arbitro assegnò un rigore al Napoli. Sul pallone, ovviamente, Savoldi. Tiro e gol. Savoldi, però, quando calciava i rigori, aveva una particolarità. A metà rincorsa, sembrava fermarsi. Lo faceva per studiare le mosse del portiere e spiazzarlo. Lo fece pure quella volta. L'arbitro, prevenuto, gli fece ribattere il rigore. E lui sbagliò. Aveva già sbagliato un paio di rigori nelle partitelle estive, ma nessuno ci aveva dato peso. E meno male che pochi minuti prima che la partita finisse il Napoli ne ebbe un altro di rigore. Sul dischetto, ancora lui. E stavolta il gol arriva. Per la gioia dei tifosi. Ma la stagione 1975/76 non fu quella che ci si aspettava. Neppure Savoldi fece fare il salto di qualità. Giocava in maniera diversa da Clerici. Il "Gringo" giocava con la squadra. Savoldi voleva che la squadra giocasse per lui. Le occasioni da gol, quindi, erano di meno rispetto all'anno precedente. Tutto il gioco di Vinicio ne risentì. "O' Lione" se ne accorse e non se la sentì di proseguire la stagione. Senza che nessuno se lo aspettasse, l'allenatore fece le valigie e lasciò la squadra in mano al suo vice, il buon Alberto Delfrati, dai capelli eternamente bianchi. In un ritorno di fiamma, gli azzurri andarono avanti perlomeno in Coppa Italia, e riuscirono a sconfiggere in finale, per 4 a 0, il Verona. In campionato, invece, sconfitte inaspettate e tonfi inattesi fecero svanire il sogno dello scudetto. Dovranno passare ancora altri dieci anni, da allora, per vedere il triangolino tricolore a Napoli. Ma quella è un'altra storia.



Per PAGINE 70:
Mario Amitrano