domenica, febbraio 26, 2006

ANGELO FA A PUGNI COL PALLONE


Peruzzi, il portiere che pare Tyson, si è fatto tanto male ma sogna la Germania
Una volta era quasi magro. Angelo Peruzzi ora è Tyson, ma prima era Serafino. Non proprio snello, ma più slanciato di adesso. Lo chiamavano così perché faceva molto Adriano Cementano anni Settanta: la maglietta girocollo con i tre bottoni sbottonati. Cafoncello di campagna, come in quel film di Pietro Germi con il molleggiato e Francesca Romana Coluzzi. Adriano la cascina, Angelo il terreno scuro dell’alto Lazio e il fiume. Ora che ha 36 anni si può anche dire che il calcio è arrivato dal Tevere. Peruzzi portiere lo è diventato prendendo con le mani i pesci nell’acqua. Da ragazzino si divertiva a pescare così: i riflessi pronti e la presa ferma. La stessa che oggi blocca il pallone e se è bagnato non si fa fregare perché è abituata.
Sulla linea di porta Angelo è rimasto sempre lo stesso: non un figurino, ma uno tremendamente concreto, poco spazio all’estetica, molto alla pratica. Il portiere moderno dicono che l’Italia l’abbia scoperto con lui. Roma, invece, ha scoperto che un calciatore può anche nascere romanista, finire agli avversari di sempre della Juve, tornare a casa ma con la maglia dei nemici della Lazio, ma rimane sempre uno da rispettare.
Peruzzi non lo odia più nessuno, forse soltanto Stefano Tacconi, ma ormai anche quella storia sembra passata. Adesso non gli rimane alcun nemico. Nel derby Roma-Lazio ci sono emozioni che non smette di provare anche adesso che è grande. Anzi pensa solo se questo è l’ultimo della carriera da giocatore. Se lo chiede lui e forse anche il calcio italiano che quando Angelo smetterà avrà perso un testimone. Da
vent’anni bazzica lui sto mondo, ha passato cose che altri non passeranno mai. Ha parato l’ultimo Platini, Maradona, poi Baggio, Ronaldo e Rivaldo e Shevchenko e Kakà e Adriano. E’ passato dal pallone anni Ottanta, quello di Agnelli e Viola, a quello dei Tanzi e dei Cragnotti. Poi è stato il doping, la prima stagione dei controlli e delle nuove punizioni. Molto prima dello scandalo Nandrolone di qualche anno fa e oggi magicamente risolto. Prima anche della cocaina del Pibe de Oro.
Angelo Peruzzi è stato il primo squalificato celebre. Cioè all’epoca non era celebre, lo era molto di più il suo compagno Andrea Carnevale, squalificato anche lui. Lipopill: una parola maledetta, un farmaco. Dentro quel farmaco la fentermina. E’ un estratto dell’anfetamina che stimola i riflessi e la reattività muscolare e fa passare la fame. Peruzzi e Carnevale furono beccati positivi il 23 settembre del 1990. Si giocava Roma-Bari. Finì 1-0, con gol di Carnevale a pochi minuti dalla fine. Angelo fece un partitone, un paio di parate incredibili, una delle quali quasi inverosimile su colpo di testa di Giovanni Loseto. L’Olimpico era già come oggi: era appena finito Italia ’90 con lo strascico di delusione.
Bene bene l’affare Lipopill non s’è mai capito. Si disse che Peruzzi aveva avuto il farmaco dalla madre dopo la cena della sera del 22 settembre. Angelo confermò anche sotto giuramento: prese un anno di squalifica, poi un pm indagò su lui e Andrea. Ci poteva anche essere un reato penale. Allora un altro processo, stavolta con un giudice vero e con l’incubo della galera. La procura sosteneva che la fentermina era anfetamina e l’anfetamina era una droga. Chiese la prigione. Perse. Peruzzi e Carnevale
furono assolti. Angelo di questa storia non ha mai voluto parlare fino all’anno scorso. A novembre 2005 s’è tolto il peso: “Tanto adesso è passato tutto in prescrizione”. S’è sfogato: “E’ stato un momento
brutto. Fui squalificato non perché lo meritassi veramente, ma perché sia io sia Carnevale sia il presidente Dino Viola raccontammo un sacco di bugie. Non c’era stata nessuna cena, la pasticca me l’aveva data un compagno di squadra. Mi fu detto che prendendola non avrei parato di più e meglio, ma che non mi sarei rifatto male. Io fui ingenuo e stupido a crederlo e per questo meritai la squalifica. E’ giusto che chi sbaglia paghi, ma non era come s’è sempre detto, ovvero che mia madre mi aveva dato la pasticca. Mi dissero di dire così, anche se io non volevo che fosse tirata in ballo la mia famiglia. Dissero a Viola di portare avanti questa versione, così avrei avuto solo tre mesi di squalifica. Non andò così, qualcuno aspettava solo quel momento per massacrare Viola. Io accettai perché non contavo niente: così passò la teoria che era meglio bruciare un ragazzino”.
Angelo all’epoca aveva vent’anni. Era anche poco protetto: veniva da Blera, una settantina di chilometri da Roma, in provincia di Viterbo. E’ burino, Angelo. Burino perché è uno di fuori Roma. Nella capitale da giocatore ci è arrivato attraverso Viterbo. Dino Viola lo prese piccolo per farlo crescere: primavera e poi prima squadra. Con i grandi Peruzzi cominciò per caso, nel 1988. Aveva diciotto anni e il titolare era Tancredi. Quel giorno però a San Siro un petardo infame colpì il compagno in porta. Lo chiamarono: “Angelo vai”. La Roma vinse due a zero. Peruzzi, però, non ha avuto lo slancio di Buffon. Gianluigi per una botta di fortuna così sempre con il Milan è diventato il numero uno del Parma e poi il numero uno del mondo. Peruzzi, invece, tornò in panchina. E due anni dopo fu spedito in prestito al Verona. “Si deve fare le ossa”. Certo. Angelo ha subito il nonnismo imperante nel mondo del calcio, per il quale l’esperienza conta più del talento. Così il ragazzino anche se è bravo viene mandato in una squadra più piccola. E lì sono affari suoi: se non emerge resta nell’anonimato per l’eternità. Nessuno pensa che nelle piccole è più difficile: non hai i campioni e un portiere prende un sacco di gol. Il Verona del campionato 1989/90 non era quello dello scudetto 1985 con Osvaldo Bagnoli: era una squadretta che lottava per non retrocedere. Peruzzi si diede da fare e a un certo punto fece il miracolo: parata sul rigore di Roberto Mancini a Marassi. La deviazione della salvezza: “La parata più importante della mia vita”. L’anno dopo il rientro a Roma, il Lipopill e la squalifica.
A 22 anni Angelo sembrava dimenticato. Nemmeno il tempo di esplodere e già bruciato. Lo prese la Juventus per fargli fare il secondo di Tacconi, dato che Luciano Bodini era troppo avanti con gli anni. A luglio del 1991 Peruzzi era a Torino per una stagione che non fu come quella della squalifica, ma neanche bella. Colpa di Tacconi: forse Stefano sapeva che il nuovo arrivato gli avrebbe tolto il posto, forse era semplicemente il suo carattere guascone. Cominciò una battaglia sotterranea, col titolare a denigrare il secondo: “Non è un portiere da Juventus”. In due anni insieme non si parlarono quasi mai, se non per motivi strettamente professionali. La cosa infastidì l’avvocato Agnelli: “Non sapete quanto mi manchi Zoff”. Poi Tacconi se ne andò e la situazione cambiò: Peruzzi titolare e Michelangelo Rampulla in panchina. Michelangelo l’amico, Michelangelo “il miglior compagno che abbia mai trovato”. Insieme hanno fatto stagioni da favola: tre scudetti, una coppa Uefa, una Coppa dei campioni, una Intercontinentale. Gli anni più belli, il ’96 e il ’97. Quelli della Champions League a Roma, dell’Intercontinentale a Tokyo e della nascita di Alessia, sua figlia. Nacque il 27 maggio 1997, lui si fiondò dal ritiro alla clinica dove c’era la moglie Alessandra. Il tempo di due baci, poi il ritorno dalla squadra. Un anno prima c’era stata la finale di Champions contro l’Ajax. Che notte: il gol di Ravanelli, il pareggio di Litmanen. I supplementari. I rigori. Peruzzi lì s’è ricordato di Mancini: David, parata; Siloy, parata. Jugovic gol. Coppa. I compagni ad abbracciarlo, l’Olimpico che canta, Roma, l’Italia, l’Europa, il mondo, Alessia e Alessandra.
Quel Peruzzi era già Tyson. Il primo a chiamarlo così era stato Nils Liedholm, suo allenatore a Roma. Tyson perché robusto ai limiti, un po’ tarchiatello e con la faccia schiacciata da pugile. Questo nomignolo se lo porta in giro anche adesso che cominciano a chiamarlo nonno. Tyson gli piace così e così. Gli piace di meno da quando l’hanno fatto fuori alla Juventus per far posto a Van Der Sar. Era il 1999. Lui, in un tira e molla estenuante, finì all’Inter. Un anno solo, il tempo di prendere un gol da Kovacevic della Juventus e di non prendere quello di Cassano nella notte del 18 dicembre 1999: si era appena infortunato e al suo posto era entrato Ferron. Gli infortuni, appunto. Angelo ne ha avuti una marea. Gli infortuni gli hanno tolto la Nazionale. Doveva essere sua nel 1994, come terzo portiere. Aveva 24 anni, perfetto. Gli avevano già detto che la tradizione era quella: da terzo a primo. Era successo a Giovanni Galli, terzo nel 1982 e titolare nel 1986; a Zenga, terzo nel 1986 e primo nel 1990; a Pagliuca, terzo nel 1990 e primo nel 1994. Invece nel Mondiale americano lo fecero fuori, gli preferirono Luca Bucci, mister sigaretta spenta in faccia al dirigente avversario. Ci rimase male, Angelo.
Sacchi lo amava: “E’ un portiere moderno, sa vedere il gioco, sa leggere l’azione, sa stare al limite dell’area, sa giocare con i piedi”. Lo fece titolare nel 1996 in Inghilterra. Fu un Europeo disastroso, terribile, inguardabile. Impresentabile. La rivincita doveva essere il mondiale di Francia del 1998. Ecco, un mese prima un altro infortunio. Aveva 28 anni e ancora un Europeo davanti, quello del 2000. Solo che l’allenatore era Zoff. Il commissario tecnico lo convocò come terzo. Avrebbe preferito non essere chiamato affatto, Peruzzi: “Non vedo il motivo di una convocazione, mi sembra che la mascotte dell’Europeo sia già stata scelta”. Non fu un’estate semplice. Un’altra trattativa lunga per il suo trasferimento, tante voci: il Milan, il Real, la Lazio. Lo prese Sergio Cagnotti per un valore di 35 miliardi di lire. Una cifra enorme, uno dei quindici acquisti più cari della storia della Lazio. Angelo accettò perché a trent’anni, con una bimba di tre, gli piaceva l’idea di poter tornare a casa. In più prendeva quattro miliardi a stagione. Erano i tempi folli del pallone, quando nessuno immaginava che sotto quei soldi non c’era la base, c’era solo aria e pure fritta. Non se ne accorse neanche Peruzzi per due anni.
Fino al 2002, fino agli stipendi non pagati dal club: uno, due, cinque mesi di ritardo. Visto che Angelo era uno dei più anziani cominciò a chiedere spiegazioni. “Ehi non ti preoccupare, i soldi arrivano il mese prossimo”. Bugie. Solo bugie. Allora a fine dicembre del 2002, Peruzzi chiamò il suo avvocato e fece spedire alla Società sportiva Lazio una richiesta di messa in mora: “Nessuno di noi calciatori vuole andare via da questa società. Vogliamo rimanerci, questo è solo un segnale che la squadra ha voluto mandare a Cragnotti. Io sono stato uno dei primi a chiedere la messa in mora del club e l’ho fatto per due motivi. Il primo è che sono cinque mesi che il presidente non ci paga: parla con noi e ci promette che i soldi arrivano, ma poi questo non succede mai. Il secondo motivo, invece, è stato il voler dimostrare di non essere venuto qui per soldi, ma per scelta. Sono venuto qua perché la Lazio era una squadra che mi piaceva e per avvicinarmi a casa. Comunque nell’ultimo incontro Cragnotti ci aveva dato la certezza che il 5 dicembre ci avrebbe pagato. Questa cosa non è avvenuta. Sono un uomo di campagna e per me basta la parola data oppure una stretta di mano. Se lui ci avesse detto che ci avrebbe pagato a maggio, nessuno di noi avrebbe chiesto la messa in mora. Bastava essere chiari. Il presidente era stato informato della mia decisione e in più ho aspettato altri dieci giorni prima di agire”.
Tre anni e mezzo dopo, Sergio Cragnotti non c’è più e Peruzzi è sempre nella Lazio. Ha avuto altri problemi, qualche scaramuccia. Una con Roberto Mancini, suo ex compagno diventato poi allenatore. Lo stesso Mancini al quale parò il rigore che fece salvare il Verona. Le discussioni con il Mancio, Angelo le ha sempre smentite, poi il tempo e l’andata via di Mancini hanno sistemato comunque tutto. Non ha mai smentito, invece, le accuse fatte a Cesar che l’anno scorso sputò in faccia al compagno Giannichedda: “Nella mia carriera non ho mai visto una cosa del genere”. Qualcuno lo ha accusato di dividere lo spogliatoio: “Io sono stato in tante squadre e non mi sono mai considerato una bandiera. Qualcuno può definirmi mercenario, ma anche un mercenario può dare il cuore alla sua società. E’ quello che ho fatto io sempre”. Non c’è nessuno del pubblico laziale che critichi Peruzzi. A 36 anni s’allena come se fosse un Primavera, poi va in campo e se capita ci rimette la faccia per salvare una palla. Solo che non riesce a sganciarsi dal cliché.
C’ha messo dieci anni per ripulirsi dal doping, ma non è mai riuscito ad abbattere la vulgata: “Infortuni, tagliatelle, cinghialone”. Adesso è diventato anche un po’ stucchevole, il ritornello. E forse qualcuno l’ha capito. Altrimenti non si riconquista la Nazionale quando c’è Buffon, De Sanctis, Roma e volendo anche Toldo. Peruzzi c’è riuscito, ha convinto Lippi e spera ancora in un posto al Mondiale tedesco. Stavolta non ci saranno battute sulla mascotte, se il ct lo dovesse chiamare, ci andrebbe anche a piedi. Anche se non è che il calcio gli piaccia più come prima, anche se ne ha viste tante, forse troppe, anche se negli ultimi cento anni è stato l’unico a giocare con la maglia di Roma, Juventus e Inter. Non potrà mai dire di no. Ne ha parlato anche con Negrisolo, che lo ha fatto diventare portiere ai tempi della Roma ed è rimasto uno dei confidenti preferiti, e con Bordon che lo ha allenato e ha corretto la maggior parte dei suoi difetti alla Juventus. Non è detto che Marcello lo metta nei ventitrè che partiranno per la Coppa del Mondo. Non è detto, ma Angelo Peruzzi non ha proprio nulla da perdere.
Allora spera. E pensa a non farsi più male. Da quando è tornato a giocare in una squadra romana è ritornato anche a Blera. Gli piace perché è ruspante, come lui che nel 1995 da portiere della Juve e della Nazionale si venne a sposare qui con Alessandra e invitò solo gente del posto. Neppure un compagno di squadra. A Blera adesso ogni lunedì accompagna a scuola Alessia che ha nove anni. Fa le cose di quando era bambino. Guarda la Formula uno in televisione, tifa per la Ferrari, adora leggere libri di storia etrusca, continua a essere uno che ama la cucina: il suo piatto preferito pare sia il brodo di gallina, mentre odia le melanzane ed è allergico alle fave. Poi c’è il fiume. Allora la pesca da terra, d’estate, quando i Peruzzi vanno in vacanza, diventa subacquea. La sua città preferita è Madrid e una volta ha anche rischiato di andarci a vivere per un po’. E’ la preferita tra le città, però. Perché comunque il Tyson dell’alto Lazio adora la campagna. E Blera, ovviamente. Che è a soltanto trenta chilometri da Formello, dove tutti i giorni arriva per allenarsi con la Lazio. Formello è fuori dall’Urbe: il raccordo anulare non si vede neppure, l’Olimpico è una fotografia appesa a una parete, Roma è una vicina rumorosa con un Tevere nel quale non si può pescare.
Beppe Di Corrado