giovedì, febbraio 09, 2006

Carlo Nesti intervista Mino Francioso



A volte il labile confine del successo è così vicino da non lasciar spazio a pensieri e parole smarrite in qualche rimpianto. Eppure, proprio quando il sogno sta per tramutarsi in realtà, la vita, seguendo un percorso incomprensibile per l'uomo, disegna parabole diverse e altrettanto emozionanti. Se il buon Cosimo Francioso fosse cresciuto in un settore giovanile di qualche grande formazione, forse, oggi di lui si parlerebbe con più enfasi e trasporto. Ma il centravanti capace di segnare a Genoa come a Ravenna, passando per Monza e Lecce, non ha mai dato peso ai numeri. Perché i sentimenti, gli stessi che lo hanno sospinto a tornare a casa per riabbracciare la sua amata terra, sono in grado di trasmettere passioni che non trovano spazio in un banale blocchetto di assegni. E sulle punte del Torino…

Domanda – Signor Francioso, lei ha segnato più gol di Pruzzo nel glorioso Genoa. Potesse tornare indietro nel tempo, quale momento della sua carriera ligure vorrebbe rivivere?

Risposta – Vorrei riviverla tutta. Dal primo sino all’ultimo giorno sono stato davvero molto bene. Ho avuto enormi soddisfazioni personali, e non cambierei niente di quello che è stato il mio passato a Genova. Mi avrebbe fatto piacere rimanere qualche anno in più, ecco.

Domanda – Lei è la lapalissiana dimostrazione che nel mondo del calcio esistono i sentimenti. Dopo tanti anni nel grande calcio, ha scelto di ricominciare nella piccola squadra della sua città.

Risposta – L’obiettivo era quello. Appena si è manifestata l’occasione io, insieme alla mia famiglia l’ho colta al volo.

Domanda – Quando si parla di lei, non si può non ricordare una figura carismatica come Franco Scoglio, storico allenatore genoano recentemente scomparso. Che ricordo conserva di lui?

Risposta – Ho buoni ricordi. Anche perché quando l’ho conosciuto attraversavamo un momento difficile. Eravamo al terzultimo posto in classifica, e la situazione era davvero molto delicata. Quasi non riuscivamo ad uscire di casa per le contestazioni. Poi arrivò lui e sembrava che la squadra fosse prima in classifica. Recuperammo entusiasmo, tranquillità e sicurezza nei nostri mezzi. D’altronde la città era legata a lui.

Domanda - Negli ultimi mesi si è parlato della possibile costruzione di un nuovo stadio, intitolato proprio a Franco Scoglio. Lei sarebbe contento?

Risposta – Sarei contento di uno stadio intitolato a Scoglio. Ma non di un nuovo stadio. Perché anche nel periodo in cui giocavo in Liguria si parlava della possibile costruzione di un nuovo impianto. Ma personalmente credo che il “Ferraris” sia lo stadio più bello d’Italia. E non deve essere toccato.

Domanda – In questo momento, soprattutto in serie B, ci sono molti giovani attaccanti nati proprio come lei a Brindisi. In una possibile staffetta tra ciò che lei ha rappresentato e ciò che rappresenteranno le nuove generazioni di bomber provenienti dalla sua terra, che cosa pensa di Iunco del Verona?

Risposta – Credo che si stia comportando bene. Per un ragazzo di vent’anni giocare per due stagioni consecutive in serie B non è per niente semplice, soprattutto in questo momento. E’ ancora giovane, ma ha tutte le qualità necessarie per sfondare.

Domanda – Su Della Rocca, scoperto dal Bologna, e Vantaggiato, invece, cosa può dire?

Risposta – Anche Della Rocca è un attaccante importante. Ha grandi potenzialità, senza dimenticare che ha già esordito nel massimo campionato, segnando anche diversi gol. E può ancora migliorare molto. Per quando riguarda Vantaggiato, ci tengo a sottolineare che è del mio stesso rione. Anche lui è molto forte e si sta comportando bene.

Domanda – Fare paragoni è sempre difficile. Ma, secondo lei, esiste un centravanti dalle sue stesse caratteristiche?

Risposta – Sono in molti. C’è Spinesi, ma anche Bucchi del Modena, che da un po’ di anni segna con regolarità. Hanno la fortuna di essere più giovani di me. E quindi potranno sfruttare più a lungo la loro forza e la loro vitalità. Io, invece, ho avuto poche stagioni a disposizione. Ma quei pochi anni credo di aver dato il massimo.

Domanda – Lei ha sottolineato l’aspetto dell’età. Nel corso della sua lunga carriera ha incontrato anche Giorgio Corona, bomber avvicinatosi tardi al grande calcio e protagonista della promozione in B con il Catanzaro. Che ricordo ha di lui?

Domanda – Mi sento spesso con Giorgio. L’anno di Brindisi fu molto importante per la sua maturazione. Gli ho sempre domandato perché, nonostante la grandi doti tecniche, non fosse riuscito ad emergere prima. Ma adesso sta dimostrando di meritare categorie superiori.

Domanda – Proviamo ad approfondire il discorso legato alle punte. Il Torino, nonostante annoveri tra le sue fila tre buoni giocatori come Fantini, protagonista della promozione con la Fiorentina, Stellone e Muzzi, ha deciso di intervenire nuovamente sul mercato, acquistando Lazetic e Vryzas. Secondo lei, che è stato un grande bomber, la presenza di molti attaccanti può nuocere alla serenità della squadra?

Risposta – Per prima cosa Stellone e Fantini sono ottimi giocatori. Tornando alla sua domanda non credo che le sconfitte derivino dal numero delle punte. Ma è indubbio che un gran numero di punte può dare fastidio a chi gioca. Perché il centravanti è sempre soggetto a sopportare forti pressioni psicologiche, dovute alla paura che un’eventuale prestazione poco felice possa mettere a repentaglio il posto da titolare. Insomma è un ruolo particolare, che richiede la fiducia di un allenatore. Personalmente credo che una formazione ha bisogno di due o tre attaccanti validi, e le altre punte devono essere consapevoli di andare in panchina. Se invece si hanno cinque o sei attaccanti, tutti di spessore, difficilmente renderanno al massimo. Perché ogni gara rischia di diventare un esame.

Domanda – Per quanto riguarda Carparelli, non crede che il suo ex partner d’attacco abbia raccolto meno rispetto a quanto seminato?

Risposta – Ha grandi qualità. Ma non credo sia stato sfortunato. Può dare molto. Lui comunque è una seconda punta.

Domanda – La prestazione più bella in carriera?

Risposta – Forse la tripletta che ho fatto a Genova contro il Pescara. Formazione tra l’altro che mi ha cercato diverse volte in passato. Ma il mio amore per i magici colori rossoblu, peraltro ricambiato dalla città e dall’ambiente, è sempre stato molto forte.

Domanda – Potesse affacciarsi sulla finestra del destino, cosa vorrebbe vedere nel suo futuro?

Risposta – L’importante è stare bene. Parlo di pace nel mondo così come nella famiglia. Dal calcio ho avuto tutto quello che potevo avere. E questo mi basta.