giovedì, febbraio 09, 2006

Fabio Capello-seconda puntata



Mentalità vincente “made in Pieris” (Gorizia). Colto, curioso, gaudente, incredibilmente antipatico, in tv si direbbe, non buca il video, nel linguaggio propriamente mediatico. Eppure il tecnico goriziano, vanta una carriera che per certi versi ha dell’incredibile, specialmente, in un mondo che trita anche i suoi eroi. La storia non conta, guardiamo ai bilanci, il mix ideale è: guardare all’utile con Fabio Capello in panchina. Debutta come calciatore a diciotto anni con la Spal, nel 1964, già da atleta vanta un temperamento roccioso, non dai piedi fatati, ma dall’ottima visione di gioco. La Roma lo acquista nel 1967. Lo vuole a tutti i costi il presidente Franco Evangelisti. I suoi allenatori, sono tra gli altri: il verace Oronzo Pugliese e il mitico Helenio Herrera, diventando così nel giro di poco tempo, una delle “ colonne doriche ” della Roma, insieme agli altri pezzi pregiati dell’organico: Spinosi, e Landini. Capello passava alla Juventus, dopo una cessione dolorosa, per motivi di bilancio, optata dall’allora presidente Alvaro Marchini, noto costruttore edile capitolino. Arrivano i successi, vince tre scudetti e diventa inamovibile in Nazionale. Resta nell’immaginario collettivo il suo goal contro l’Inghilterra a Wembley il 14 novembre del 1973. Nel 1976, lascia la Juventus, per il Milan dove resta altri due anni. Detto questo, ripassando la carriera del sergente di ferro da Gorizia, non può non sfuggire la dovizia del particolare e la scommessa da futuro allenatore, tant’è che il Presidente Silvio Berlusconi lo arruola alla Fininvest. Capello, infatti, si occuperà dal 1985 al 1991 del settore giovanile del Milan, come dirigente, di Hockey e di strategie di marketing, prima di raccogliere le ceneri della stella cadente di Arrigo Sacchi. Infatti, nel 1991, lascia il grande Arrigo e subentra Fabio Capello, tra lo stupore degli addetti ai lavori. Guiderà quel Milan di Franco Baresi, di Paolo Maldini, e in cinque stagioni vince quattro scudetti, tre supercoppe di lega, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa Europea. Il segreto è stato quello di adattare il gioco ai calciatori che aveva a disposizione, optando per un gioco meno offensivo, cercando di non subire reti. La forza mentale è la difesa, oltre che il suo carattere, da bordocampo. Lascia il Milan nel 1996, dopo uno scudetto vinto e passa nella Liga, a Madrid, sponda Real. Capello si innamora di Madrid, reciprocamente condiviso dai sostenitori madrileni. Si appassiona alla corrida e diventa un frequentatore della “Meson Txistu”, il celeberrimo ristorante, noto per le “cocochas con angulas” (branchie del pesce cucinate con le anguille), scopre il Jambon (il prosciutto crudo, buonissimo) e nei momenti di relax, lo si incontra al Museo Prado, davanti alle opere d’arte. Come dire, non c’è niente di meglio che, prendere appunti davanti ai disegni preparatori di “Guernica”, maestoso capolavoro di Picasso, e trasferire tutte le energie, nella gestione di uno spogliatoio, lavorando sull’aspetto psicologico e sulla capacità di sentirsi sempre “coscienti del fatto”, di essere degli uomini e dei campioni. L’anno successivo, il Milan fa “mea culpa” e richiama Don Fabio, alla corte di Via Turati, ma l’idillio non si ripete, cosicché, Capello si concede l’anno sabbatico, lontano dai campi di gioco. Nel 1999, Franco Sensi, presidente della Roma, lo chiama, affidandosi a lui per aprire un nuovo ciclo, dopo l’esperienza di Zeman. Con gli acquisiti mirati del 2000, Emerson, Batistuta e Samuel, prepara il terreno per vincere lo storico terzo scudetto, l’anno successivo. Il giorno è da brividi, è il 17 giugno del 2001. Alla fine del 2004, Don Fabio lascia la Roma, per approdare da promesso sposo alla Juventus, insieme ad Emerson, Zebina, e al fido Italo Galbiati, fin dai tempi del Milan, prezioso secondo. Desta curiosità, questo ombroso allenatore goriziano, profondamente concreto. Con lui si bada alla sostanza, a discapito dell’estetica. Come dargli torto, quando, nell’ultimo decennio, ha imposto la sua figura praticamente ovunque. Stiamo parlando anche, di un uomo, che pensa molto, legge, trae spunti ovunque, perchè nella vita la sfida non si vince solo con la furbizia (per fortuna), ma anche con il proprio bagaglio culturale, laddove, non arrivano le aquile, arriva la sagacia di Capello, che interpellato sul suo ritorno a Torino dichiara: “Ho riscoperto la Mole, è stupenda. Torino è cambiata: quando giocavo trent’anni fa, era la città dei meridionali, del nuovo lavoro. Adesso ci sono gli stranieri, è multietnica. Mi piacerebbe andare alla prima del Teatro Regio, in cartellone c’è la “Bohème”e al Museo del Cinema ”. Antipatia a parte, complimenti Don Fabio, per lo Jambon, il Prado e per la mentalità vincente.