giovedì, febbraio 16, 2006

FACCHETTI, LA STORIA


Lorena Lathrop racconta la vita del grande terzino neroazzurro dagli esordi al 1966

Sono passati quarant'anni dal giorno in cui Helenio
Herrera, guardando una prova non soddisfacente di un
terzino, disse: "Questo ragazzo sará una colonna
fondamentale della mia Inter" Lo spilungone
bergamasco, nato il 18 luglio 1942, era al suo esordio
assoluto in serie A, (21 maggio 1961, Roma-Inter 0-2)
Non aveva convinto troppo, ma quella profezia si
riveló abbastanza azzeccata, e una volta inserito nel
meccanismo d'orologio che erano i nerazzurri, vide
pentirsi i critici.


Alla Trevigliese dei suoi esordi Giacinto Facchetti
non era terzino, bensí attaccante, ma una volta
arrivato in nerazzurro il Mago lo piazzó in difesa. Il
dono della sua antica posizione, lo scatto, era l'arma
in piú che cercava: un terzino diventato
all'improvviso ala, avanzando alla porta rivale.
Inatteso goleador oltre che forte nei recuperi,
Facchetti si fece un nome prestissimo nella compagine
bausciá ed inscrisse il proprio nome in tutte le
prodezze degli anni di oro della Grande Inter.

Senza paura a sbagliarsi, chiunque poteva dire che
per il laterale sinistro c'era un Prima e un Dopo
Facchetti. Infatti, la sua ascesa fu presa in
considerazione presto per il nuovo Commisario Tecnico
Edmondo Fabbri, che lo chiama per le qualificazioni
della Coppa Europea di Nazioni il 27 marzo 1963 contro
la Turchia ad Istambul (vince Italia per 1-0) Per il
primo gol deve aspettare 20 mesi, sbloccando il
risultato al primo minuto (!) della gara ad
eliminazione con la Finlandia, finita 6-1 per gli
azzurri.

La annata 1963 é speciale Con 49 punti, 4 di
vantaggio sulla Juventus - vendicando la situazione
del 1961 - 19 vittorie, 11 pareggi e 4 sconfitte, 56
gol fatti e 20 subiti, l'Inter vince lo scudetto ed
arriva l'anno successivo in CoppaCampioni, trovandosi
di fronte il Real Madrid e battendolo con due gol di
Mazzola ed uno di Milani. Dopo batte anche
l'Independiente di Avellaneda in tripla finale (0-1,
2-0, 1-0 a Madrid) ed él il primato interista ad
opporsi alla prima CoppaCampioni milanista: campioni
del mondo. Il terzino bergamasco riceve lodi in tutte
le lingue, ma c'e perplessitá rispetto al suo impiego
in un ruolo difensivo, dove la velocitá viene dosata
in ben altra maniera.


La mobilitá che Fabbri si auspicava dei suoi terzini
in Nazionale, e che Facchetti aveva, non arrivó,
principalmente perché i primi due anni in maglia
azzurra non significarono per lui la grande svolta che
molti si aspettavano, il Club Italia che rinverdirebbe
i fasti con una Nazionale interamente italiana. Tanto
piú che durante il 1965 l'Inter continuava a vincere
ancora, rinnovando il titolo nazionale dopo la Pasqua
di Sangue con il Bologna dell'anno scorso,
continentale contro il Benfica, e mondiale ancora sul
Independiente, stavolta in doppia finale (3-0, 0-0)
Tre lunghezze sul Milan, 54 punti, 22 vittorie, 10
pareggi e due sconfitte, 68 gol fatti 29 subiti,
questi i numeri del campionato. Si ripeterá di nuovo
nel 1966 con 50 gol, 20 vittorie, 10 pareggi e 4
sconfitte, 70 gol fatti e 28 subiti s'incorona
campione di nuovo.

Nel Inter c'era un altro fattore negativo, oltre ai
trionfi: la novitá della sua posizione lo fa soffrire
una strana dualitá con Sandro Mazzola, se uno dei due
non segna, si comincia a parlare di crisi. Come se non
bastasse questo tormentone, i rapporti tra lui e
Fabbri si incrinano.

Scoppia tutto dopo il primo amichevole, giá ottenuti i
biglietti per Inghilterra. Uno 0-0 con la Francia che
sollevò le ire dei tifosi proprio come un 0-0 a
Varsavia undici mesi prima. Era il momento propizio
per far sí che il gruppo interista - marginato come
blocco dalla nazionale di Fabbri e sentendosi
bacchettato dal allenatore - passasse proprio allora al
contrattacco. Il CT sosteneva di non poter trapiantare
un modulo senza il giocatore cardine - Suárez - e i
giocatori (Corso e Facchetti in primis) si lagnavano
delle scelte del tecnico romagnolo.

“Il vero calcio italiano é quello dell’Inter e non
quello della Nazionale italiana”, apre i fuochi alla
stampa francese un - a dir poco - insoddisfatto
Facchetti, che spiega non aver realizzato reti, sua
specialitá cardine “perché il signore Fabbri ci
proibisce andare avanti. Lui vuole solo pareggiare, e
con i soli pareggi non arriveremmo da nessuna parte in
Inghilterra”.

Profetiche parole. "Giacinto Magno", como lo chiamó
Brera, ebbe dura vita ai mondiali inglesi,
specialmente di fronte al russo Cislenko, l'ala che
segnó la rete della vittoria dell'Urss, e non meno
contro i coreani. Si macchia cosí della caduta
sportiva piú vergognosa del calcio italiano, ma anche
questa volta risorge. Dopo la Corea, é fatto capitano
a soli 24 anni e riprende con la solita forza la
strada.

Mentre l'Inter nel 1967 andava incontro a Mantova e
falliva a conquistare una storica tripletta, Facchetti
avanzava verso la gloria mondiale. E se qualcuno prima
e dubitava del suo ruolo, e parlava di crisi e della
cosidetta "alimentazione di guerra", presto dovette
ricredersi. La rivincita giungerà sotto forma
della prima e sin qui unica Coppa Europea di
Nazioni vinta dall'Italia (1968).

Una Coppa segnata dall' azzardo, una
semifinale giocata sul lancio della monetina che
Facchetti stesso scelse. Capitano nel bene e nel male,
dunque, è tra i giocatori di rilievo ad aver giocato
in tutte e tre le Nazionali: Giovanile, B (1 partita
ognuna) e naturalmente A

In Messico, tre anni dopo, sembrava la volta buona per
mettersi in mostra. Smarrito all'inizio come la
maggioranza degli azzurri per la altezza, pressione e
caldo, via via il suo gioco andò migliorando, e anche se
la finalissima lo vide con il solito "animus pugnandi",
finì con un 4-1 sfavorevole agli azzurri, ma con
l'orgoglio rifatto. Tra i tanti della Corea che
volevano rivincita, Facchetti fu uno che agli occhi di
tutti cresce e rinasce.

Anni dopo ricorderà questa altalena: "Mi volevano
condannare allo ergastolo quando ci sconfisse la Corea
ai Mondiali d'Inghilterra, e quattro anni dopo, quando
vincemmo sulla Germania per 4 a 3 in Messico,
raggiungendo la finale con i brasiliani, la polizia
dovette fare un operazione di sicurezza per evitare che
i tifosi prendessero mia moglie ci portassimo in trionfo. Comunque, fra
dei tanti difetti, il calcio é una delle poche cose
che all'estero fanno parlar bene degli italiani"

La Vecchia Guardia interista chiude il ciclo di
Herrera: vincerà uno scudetto con Invernizzi nel 1971
ma non sarà mai lo stesso. Giacinto ammira il Mago
oltre ogni limite: la visione e la competenza del suo
allenatore lo esaltano. Ne diventa amico, ne canta le
imprese, resta affascinato della maniera di affacciarsi
al gioco che ha l'argentino-spagnolo -
francomarocchino.

E Facchetti si avvia alla ripartenza. I Mondiali di
Germania sono il suo canto del cigno, attorno a lui,
all'Inter e nella Nazionale i compagni di molte
battaglie vanno via oppure si ritirano. E lui resta,
consapevole di poter ancora smentire chi lo definisce
vecchio e finito.

Nella metà degli anni Settanta, Facchetti chiede a
Suárez - diventato allenatore del Inter - di provare a fargli
fare il libero. Lo spagnolo resta convinto delle
qualità del suo antico compagno: un libero mobile,
plastico, un po' troppo "cavalleresco" per i suoi
gusti ma infine un grande libero. In questa veste
riconquista il posto di diritto e, incredibilmente,
ritorna in Nazionale per arrivare al suo quarto
mondiale.

Qui arriva la tragedia. Giocando per l'Inter Facchetti
s'infortuna e, stringendo i denti, torna, anche se non
in piena forma. Quando Bearzot chiama i 22 per andare
in Argentina, in un atto di grande sincerità sportiva, il
capitano gli fa sapere di non stare nella forma
migliore e chiede al tecnico di scegliere un altro al posto suo.
Andò ugualmente, l'Italia arrivò quarta e per lui fu
la prima volta da dirigente accompagnatore.

Il 16 novembre 1977, con 94 partite da capitano
azzurro, Giacinto Facchetti lascia la Nazionale con
questo record, superato solo da Zoff e Maldini II.
L'addio per l'Inter arriva il 7 maggio 1978, vincendo
2-1 sul Foggia: nel arco della pulitissima carriera
era stato espulso una volta sola. Fa il dirigente,
lascia l'Inter solo per fare il vicepresidente all'Atalanta, poi
torna al suo grande amore Inter di cui oggi e' il Presidente.