sabato, febbraio 25, 2006

IL PALLONE QUELLA VOLTA SE LO RICORDO'

di Silvio Valanzano

Quando nella vita si prende qualcosa che non è nostro, il destino, prima o poi, se lo ricorda e lo restituisce al legittimo proprietario.

C' era una volta, non tanto tempo fa,una squadra forte che più forte non si può. Indossava una maglietta a strisce rosse e nere ed era composta da tanti grandi campioni. Un bel giorno di Primavera, questa grande squadra andò a giocare una partita importante, la semifinale di un torneo, contro una squadra di una piccola città che aveva la maglia a strisce di un altro colore, i giocatori giovani e pieni di entusiasmo, ed il nome come quello di una ninfa, una bella fanciulla dai capelli biondi, abile nella corsa e Regina degli animali. Era la partita di ritorno, all' andata era finita 1 - 1, per cui i campioni, se volevano arrivare in finale, erano costretti a vincere o a pareggiare facendo almeno 2 gol.

Mancavano pochi minuti alla fine e quella volta, nonostante tutti gli sforzi, questi grandi campioni non erano proprio riusciti a superare l' avversario. I piccoli si erano difesi con grande attenzione ed erano riusciti a mantenere il risultato sullo 0 - 0. Ancora un piccolo sforzo e la squadra con il nome di ninfa sarebbe così riuscita a correre con pieno merito verso la finale, un risultato clamoroso ed un evento bellissimo.

I tifosi di casa, assiepati nello stadio, avevano già cominciato a fare festa, anche perchè gli avversari, i campioni, sembravano rassegnati: erano talmente stanchi, infatti, che oramai non attaccavano più. Fu a questo punto, però, che accadde qualcosa di strano, di imprevisto, ed anche di molto brutto.

Esistono delle regole scritte, che bisogna sempre rispettare, ma esistono altre regole, a volte perfino migliori, che non stanno scritte da nessuna parte, che non sono dei doveri, ma soltanto parole della coscienza, che sono buone azioni e giornate di sole, piccoli sorrisi e strette di mano, ringraziamenti e gratitudini. Ce ne sono tante, basta guardarsi intorno, tanti piccoli aiuti che si possono fare a chi è meno fortunato, tante piccole restituzioni che si possono dare a chi ha dato un aiuto nei momenti difficili, giusto perchè il bene quello si , è un dono prezioso dal quale non bisognerebbe separarsi mai. Ma quella volta queste regole piene di buon senso furono tradite, i forti smisero di essere soltanto forti e si macchiarono di un gesto, brutto, una piccola macchia nascosta dal tempo ma ancora visibile, a ben vedere, sulle casacche di gioco, perchè la storia si dimentica ma non si cancella.

Eravamo quasi alla fine della partita, dunque, quando ad un certo punto uno dei campioni, in seguito ad uno scontro di gioco, cadde a terra. Passò qualche secondo ma non si rialzava. Passò ancora qualche attimo ma quello sempre lì, sdraiato, che si teneva la gamba con una smorfia di dolore, sembrava proprio essersi fatto male. Dato che la palla era rimasta in gioco, i medici non potevano entrare a soccorrerlo. Fu così, allora, che un giocatore dei piccoli, uno alto e biondo che veniva da un paese molto lontano, calciò la palla in fallo laterale, per permettere agli addetti di andare incontro all' infortunato e di medicarlo. Per fortuna non si era fatto niente di grave, ed il giocatore riuscì a rimettersi in piedi.

Il gioco poteva allora riprendere con un fallo laterale a favore dei campioni. Tutti i giocatori della piccola squadra, abituati ed educati alle buone maniere, aspettavano, fermi in campo, che venisse restituito loro quel pallone che poco prima avevano volutamente gettato via. Invece così non accadde. Invece il giocatore dei campioni, incaricato di battere il fallo laterale, passò ad un suo compagno di squadra, quest' ultimo lanciò la palla in area di rigore,il centravanti corse per andare a prendere il pallone e tirarlo in porta. Un difensore dei piccoli, sorpreso da quella scorrettezza morale, si gettò addosso a quest' ultimo per evitare che segnasse un gol tanto immeritato. L' arbitro, che pure avrebbe potuto sorvolare sul fallo, invece volle applicare il regolamento, era del resto un suo diritto, e fischiò il calcio di rigore, rimandando così la patata bollente di quella cattiva azione sui piedi dei campioni.

In campo si venne a creare una grande confusione. I giocatori della ninfa protestarono vivacemente:- ma come-, dissero- noi vi abbiamo fatto un piacere per soccorrere uno di voi che stava male e voi così ci ricompensate-. I giocatori dei forti trovavano inutili giustificazioni, uno disse che non s' era accorto di nulla, l' altro che si era dimenticato dell' azione, un altro ancora che aveva buttato la palla in area di rigore per restituirla, insomma tutti si proclamarono innocenti. Fatto sta che la palla, che valeva la finale, era ferma sul dischetto del rigore. I giocatori dei piccoli, allora, dissero che vabbene, i campioni si erano anche potuti sbagliare nella concitaziuone della gara, ma ora, per fortuna, si potevano rifare ampiamente. Tirando fuori il calcio di rigore, infatti, non solo avrebbero fatto giustizia, ma avrebbero potuto dimostrare tutta la loro signorilità. Quella sì che sarebbe stata proprio una bella azione, una di quelle destinata ad essere ricordata a lungo: i forti sarebbero rimasti forti, ma da lì in poi avrebbero avuto anche qualcosa in più.

Sul dischetto del rigore andò il capitano glorioso, una clase immensa, un condottiero della squadra, un faro, un esempio. Fu per quello che molti si sentirono sicuri che avrebbe calciato fuori il rigore. Ma al capitano, come a tutti i giocatori di quella squadra, era stato insegnato che bisognava vincere sempre, bisognava stritolare gli avversari, sempre e comunque, e che le sconfitte non erano parte del gioco, ma fallimenti, e che i forti devono trionfare sempre, altrimenti che forti sarebbero stati. Il capitano disse che un professionista come lui, lautamente pagato, non poteva esimersi dal cercare di segnare il calcio di rigore. Quella volta ci riuscì, ma il pallone non se lo dimenticò.Passarono molti anni e quel capitano si ritrovò in un altro continente, davanti ad un altro portiere, con la palla ferma sul dischetto del rigore. Era la partita più importante che avesse mai giocato prima. Tutto il mondo lo stava guardando. Anche sulla panchina c' era lo stesso allenatore di quella volta che i forti fecero un dispetto ai piccoli. Il capitano andò a tirare il calcio di rigore. Mirò la porta, il tiro partì. Il pallone fece una smorfia invisibile, una boccaccia, un marameo.

Il pallone, quella volta, si ricordò dello sgarbo passato ed in rete non ci volle entrare. Se lo ricordò anche il cielo che quel pallone, quella volta, si rubò.

Tratto dal libro" IL CALCIO E' UNA FAVOLA" raccolta di racconti per grandi e piccini.

E dire che e' stupenda e' poco. Baresi, Milan Atalanta , il furto clamoroso in coppa italia, i mondiali, Sacchi..ci sono tutti.
Complimenti all'autore.