giovedì, febbraio 02, 2006

IL PIU’ GRANDE MOMENTO IN ASSOLUTO

Liverpool-Arsenal
26/5/89
Da quando guardo il calcio, e sono ventitrè stagioni, solo sette squadre hanno vinto il campionato di prima divisione: il Leeds United, l’Everton, l’Arsenal, il Derby County, il Nottingham Forest, l’Aston Villa e, per ben undici volte, il Liverpool. Durante i miei primi cinque anni vinsero cinque squadre diverse, e così lo scudetto mi parve essere qualcosa che di tanto in tanto ti arrivava, anche se magari si faceva un po’ aspettare; ma dopo che gli anni Settanta iniziarono e finirono, e poi gli anni ottanta, cominciò a farsi strada in me l’idea che l’Arsenal potesse non vincere più uno scudetto durante tutta la mia vita. Non è così tragico come sembra. I tifosi degli Wolves che nel 1959 festeggiarono il loro terzo scudetto in sei anni non avrebbero potuto prevedere che la loro squadra avrebbe passato buona parte dei trent’anni successivi in Seconda e Terza divisione; i supporter del Manchester City che avevano pressappoco quarantacinque anni quando i blues vinsero per l’ultima volta il campionato nel 1968, adesso cominciano ad essere intorno alla settantina.
Come gran parte dei tifosi, la stragrande maggioranza delle partite che ho visto sono state partite di Campionato. E dato che l’Arsenal perde quasi sempre qualunque interesse al titolo di prima divisione da dopo Natale, senza d’altronde correre alcun rischio di retrocedere, mi sentirei di affermare che circa la metà di queste partite sono state pressoché insignificanti, se non altro nel senso in cui i giornalisti sportivi parlano di partite insignificanti. Niente ugnghie e nocche smangiucchiate e facce isteriche; niente orecchie dolenti perché sei rimasto attaccato alla radiolina per sentire cosa sta facendo il Liverpool; in verità, non sei preda né di disperanti angosce né di raptus estatici con gli occhi fuori dalle orbite per il risultato.
Qualunque sia il significato che si trae da incontri come questi, è più quello che gli attribuisci tu che non quello che deriva dalla classifica di Prima divisione.
E dopo magari dieci anni così, il Campionato diventa qualcosa in cui credi o non credi, come Dio. Ammetti che sia possibile, naturalmente, e cerchi di rispettare le opinioni di coloro che sono riusciti a rimanere fedeli. Io, tra il 1975 circa e il 1989, non credevo. All’inizio di ogni stagione speravo; e un paio di volte - a metà della stagione 86/87, per esempio, quando restammo in vetta alla classifica per otto o nove settimane - fui quasi sul punto di uscire dalla mia caverna di agnostico. Ma nel profondo del cuore sapevo che non sarebbe mai successo, proprio come sapevo che non sarebbero riusciti a trovare una cura contro la morte prima che io diventassi vecchio, come invece credevo da bambino.
Nel 1989, diciott’anni dopo che l’Arsenal aveva vinto il Campionato, per l’ultima volta stupidamente e con riluttanza mi lasciai andare a credere che l’Arsenal potesse davvero conquistare il titolo. Tra gennaio e maggio rimase in testa alla Prima divisione; nell’ultimo week-end a pieno ritmo della prolungata stagione di Hillsborough, era cinque punti sopra il Liverpool con tre partite ancora da giocare. Il Liverpool aveva una partita da recuperare, ma era opinione comune che Hillsborough e la tensione conseguente rendessero improbabile una serie ininterrotta di vittorie, e due delle tre partite dell’Arsenal erano in casa contro squadre più deboli. L’altra era contro il Liverpool, in trasferta, la partita che avrebbe concluso la stagione.
Ma ero appena diventato un apostolo della Chiesa dei Credenti al Campionato dell’Ultima Ora, quando l’Arsenal subì una catastrofica battuta d’arresto. Perse contro il Derby in una squallida partita in casa; e nell’ultimo incontro a Highbury, con il Wimbledon, sprecò due volte la vittoria per pareggiare 2-2 contro una squadra che nella giornata di apertura della stagione aveva sbaragliato con un secco 5-1. Fu dopo la partita con il Derby che mi scatenai in una furibonda discussione con la mia compagna per una tazza di tè, ma dopo quella contro il Wimbledon non mi rimaneva neanche la rabbia, solo cocente delusione. Per la prima volta capii le donne delle soap opera che, annientate da una precedente storia d’amore, non possono permettersi di innamorarsi di nuovo: non avevo mai visto questo come una questione di scelte, ma ora anch’io mi ero spogliato e messo a nudo quando avrei potuto rimanere duro e cinico. Non avrei permesso che mi risuccedesse, mai, mai e poi mai, ed ero stato uno stupido, adesso lo sapevo, come sapevo che mi ci sarebbero voluti degli anni per riprendermi dalla terribile delusione di esserci arrivato così vicino per poi fallire.
Non era ancora tutto finito. Al Liverpool mancavano due partite, contro il West Ham e contro di noi, entrambe a Anfield. Dato che le due squadre erano così vicine, i calcoli erano particolarmente complicati: con qualunque punteggio il Liverpool avesse battuto il West Ham, l’Arsenal avrebbe dovuto fare almeno la metà. Se il Liverpool vinceva per 2-0, noi dovevamo vincere per 1-0, e così via. Il caso volle che il Liverpool vincesse per 5-1: noi dovevamo vincere di due gol. “ARSENAL, NON HAI STORIA”, titolava il “Daily Mirror”.
Non andai a Anfield. L’incontro, inizialmente, era stato programmato prima nel calendario, in una giornata in cui il risultato non sarebbe stato di un’importanza così cruciale, e quando fu evidente che questa partita avrebbe deciso il Campionato i biglietti erano oramai spariti da tempo. La mattina andai a Highbury a comperare una nuova maglia della squadra, solo perché avevo bisogno di fare qualcosa, e anche se riconosco che indossare una maglia davanti al televisore non sembrava offrire alla squadra, almeno a giudicare dalle apparenze, un grande incoraggiamento, sapevo che mi avrebbe fatto sentire meglio. A mezzogiorno, circa otto ore prima del calcio d’inizio serale, intorno allo stadio c’erano già decine di pullman e di macchine, e ritornando a casa augurai buona fortuna a tutti quelli che incrociai: il loro ottimismo (”Tre a uno”, “Due a zero, senza problemi”, perfino un disinvolto “Quattro a uno”) in quella splendida mattinata di maggio mi faceva star male per loro, come se quei giovani uomini e donne allegri e coraggiosamente fiduciosi stessero partendo per la guerra e andando incontro alla morte, invece che a Anfield a perdere, nel peggiore dei casi, la fede.
Il pomeriggio andai a lavorare, e pur non volendo mi lasciai prendere dall’ansia: poi mi fiondai a casa di un amico tifoso dell’Arsenal, che abitava a poca distanza dal North Bank, a guardare la partita. Tutto, di quella serata, fu memorabile, a partire dal momento in cui le squadre scesero in campo e i giocatori dell’Arsenal corsero verso il settore Kop e offrirono ad alcuni spettatori dei mazzi di fiori. E man mano che il gioco proseguiva, fu chiaro che l’Arsenal aveva intenzione di combattere, mi venne in mente quanto conoscevo bene la mia squadra, i visi e gli atteggiamenti dei giocatori, e quanto ero affezionato a ciascuno di loro. Il sorriso con i denti spaziati in mezzo e i capelli scompigliati di Merson, i tentativi audaci e teneri di Adams di scendere a patti con le sue inadeguatezze, l’eleganza gonfiata di Rocastle, l’amabile diligenza di Smith…
Riuscivo a trovare la forza, dentro di me, per perdonarli di essere arrivati così vicini a vincere per poi mandare tutto all’aria: erano giovani e avevano fatto una splendida stagione, e come tifoso non puoi davvero chiedere di più.
Mi esaltai quando segnammo all’inizio del secondo tempo, e mi esaltai di nuovo a circa dieci minuti dal termine,quando Thomas ebbe una grande chance e tirò dritto su Grobbelaar, ma il Liverpool, verso la fine, sembrò crescere e creare più occasioni; così, con l’orologio nell’angolo dello schermo TV che mostrava i novanta minuti trascorsi, mi preparai a sfoderare un sorriso di coraggio. “Se l’Arsenal deve perdere il Campionato dopo averlo ampiamente dominato, è una sorta di giustizia ideale il fatto che l’ultimo giorno abbia ottenuto una vittoria anche se inutile”, disse David Pleat, il secondo cronista, mentre Kevin Richardson riceveva le cure in seguito a un infortunio e il Kop era già in tripudio. “Penso che la prenderanno come una magra consolazione, David”, rispose Brian Moore. Una magra consolazione davvero, per tutti noi.
Alla fine Richardson si alzò, eravamo oltre i novanta minuti adesso, e riuscì perfino a entrare in tackle su John Barnes in area di rigore; poi Lukic rinviò verso Dixon, Dixon inevitabilmente a Smith, uno splendido tocco di Smith… e improvvisamente, all’ultimo minuto dell’ultima partita della stagione, Thomas superò la difesa, da solo, e l’Arsenal ebbe una possibilità di vincere il Campionato. “E’ a portata di mano, adesso!” urlò Brian Moore; e anche allora scoprii che mi stavo trattenendo, memore dei recenti errori rimanevo chiuso in un temprato scetticismo, pensando, be’ , se non altro ci siamo andati vicini, invece di pensare: per favore Michael, per favore Michael, per favore mettila dentro, Dio fa che segni. E poi era lì che faceva capriole, e io ero lungo disteso per terra, e tutti in salotto saltavano sopra di me. Diciott’anni, tutti dimenticati in un secondo.
Qual è il miglior paragone per un momento come questo? Pete Davies, nel suo brillante libro sulla Coppa del Mondo del 1990, All played out, osserva che quando i giocatori cercano di spiegare come ci si sente quando si segna un gol ricorrono a metafore sessuali. A volte riesco a capirlo, per alcuni dei momenti trascendentali più comuni. Il terzo gol di Smith nella partita da noi vinta contro il Liverpool nel dicembre del 1990, per esempio, quattro giorni dopo che eravamo stati battuti per 6-2 in casa del Manchester United, mi fece sentire piuttosto bene, uno splendido senso di liberazione dopo un’ora di eccitazione crescente. E quattro o cinque anni fa, a Norwich, l’Arsenal segnò quattro volte in sedici minuti dopo essere stato all’inseguimento per la maggior parte della partita, e anche in quel quarto d’ora raggiungemmo una sorta di estasi dei sensi.
Il guaio dell’orgasmo come metafora, in questo caso, è che l’orgasmo, anche se ovviamente piacevole, è una cosa familiare, ripetibile (nel giro di un paio d’ore, se mangi tanti spinaci) e prevedibile, specialmente per un uomo: se stai facendo sesso, sai cosa sta per venire, per così dire. Forse, se non avessi fatto l’amore da diciott’anni, e se avessi abbandonato ogni speranza di farlo per altri diciotto, e poi all’improvviso, del tutto inaspettatamente, si presentasse l’occasione… forse in queste circostanze sarebbe possibile ricreare con una certa approssimazione quel momento a Anfield. Pur non essendoci alcun dubbio sul fatto che il sesso sia un’attività più piacevole che guardare le partite di calcio (niente pareggi 0-0, niente trappole del fuorigioco, niente risultati imprevisti, e sei al caldo), di solito i sentimenti che genera non sono così intensi come quelli innescati da una vittoria di Campionato all’ultimo minuto che capita una sola volta nella vita.
Nessuno dei momenti che la gente descrive come i migliori della propria vita mi sembrano analoghi. Dare alla luce un bambino dev’essere straordinariamente emozionante, ma di fatto non contiene l’elemento cruciale della sorpresa, e in tutti i casi dura troppo a lungo; la realizzazione di un’ambizione personale - una promozione, un premio, quello che vuoi - non presenta il fattore temporale dell’ultimo minuto, e neppure l’elemento di impotenza che provai quella sera. E cos’altro c’è che potrebbe dare quella subitaneità? Una grande vincita al totocalcio, forse, ma la vincita di grosse somme di denaro va a toccare una parte completamente diversa della psiche, e non ha niente dell’estasi collettiva del calcio.
E allora non c’è proprio niente che possa descrivere un momento così. Ho esaurito tutte le possibili opzioni. Non riesco a ricordare di aver agognato per due decenni nient’altro (cos’altro c’è che sia sensato agognare così a lungo?), e non mi viene in mente niente che abbia desiderato da adulto come da bambino. Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste.
Quando l’arbitro fischiò la fine della partita (un altro attimo mozzafiato: Thomas si voltò e ci fece soffrire con un retropassaggio terribilmente casuale a Lukic, molto sicuro, ma con una freddezza che io non provai), mi precipitai fuori dalla porta verso il negozio di superalcolici di Blackstock Road; avevo le braccia a squadra, come un bambino che fa l’aeroplano, e mentre volavo giù per la strada alcune vecchiette uscirono sulla soglia ad applaudire la mia corsa, come se fossi Michael Thomas in persona; per una bottiglia di champagne da quattro soldi il negoziante che, come più tardi scoprii, aveva notato subito dagli occhi che il lume dell’intelligenza mi aveva abbandonato, mi pelò crudelmente. Dai pub, dai negozi e dalle case intorno provenivano strepiti e grida; e man mano che i tifosi cominciavano a radunarsi davanti allo stadio, alcuni avvolti nelle bandiere, altri seduti sul tetto di macchine strombazzanti, tutti che abbracciavano tutti, e che arrivavano le telecamere a riprendere i festeggiamenti per il telegiornale della notte, e che i dirigenti del club salutavano dalle finestre la folla esultante, mi venne in mente che ero contento di non essere andato a Anfield, perché mi sarei perso questa esplosione di gioia quasi latina davanti alla porta di casa mia. Dopo ventun anni non sentivo più, come mi era successo l’anno della Doppietta, di non avere il diritto di partecipare ai festeggiamenti perché non ero stato alla partita; avevo lavorato anch’io, per anni e anni, e dunque la vittoria mi apparteneva.
Nick Hornby
Fever Pitch
(Febbre a 90′)