giovedì, febbraio 23, 2006

Intervista a Ruggiero Rizzitelli





di : Francesco Maria Vitale



C’era una volta il piccolo Buitre venuto dai mari della Puglia


Uno dei migliori attaccanti italiani fine anni ottanta metà anni novanta, Ruggiero Rizzitelli nella sua importante carriera da calciatore ha deliziato la platea del Delle Alpi con la maglia granata del Toro e quella dell’ Olympiastadion con la gloriosa casacca del Bayern Monaco di Giovanni Trapattoni. Ma nel suo cuore d’oro batte la passione per Roma e per i colori giallorossi.




Come prima domanda visto che sei stato un ottimo attaccante, quale è stato il difensore che in assoluto nella tua carriera ti ha creato più difficoltà?
Ce ne sono stati tanti, ma quelli che mi hanno dato veramente del filo da torcere sono stati Wierchowod, Mannini, Filippo Galli, Maldini e Ciro Ferrara.


Tu sei nato a Margherita di Savoia in provincia di Foggia il 2 Settembre del 1967, ma sei cresciuto calcisticamente in Romagna con la maglia del Cesena, hai trovato inizialmente difficoltà nell’inserirti in un ambiente che non conoscevi, anche in virtù della giovane età?
Sì tantissimo perché sono andato via di casa ad appena 13 anni. Mi mancavano la famiglia e il mare. I primi tempi piangevo e appena c’era l’occasione me ne scappavo a casa, poi ho capito che stavo in un ottima piazza e in una bella località e grazie soprattutto alla gente che con me è stata molto cordiale sono riuscito ad ambientarmi.


Nei tuoi anni passati con la maglia cesenate dal 1985 al 1988, (due anni in serie B e uno in serie A, 62 presenze e 7 gol – ndr) qual è il ricordo che ti rimane più impresso nella mente?
Senza ombra di dubbio il campionato di serie B che ci ha permesso di conquistare la serie A, in una maniera davvero insolita attraverso addirittura due spareggi (Lecce, Cremonese), fu davvero emozionante.


Nel tuo periodo passato in Bianco – Nero hai avuto come compagno di squadra anche una leggenda della storia romanista, quell’ Agostino Di Bartolomei che purtroppo ora non c’è più. Ci sono dei ricordi che ti legano a lui? E che interpretazione hai dato al suo suicidio ?
Se ne sono veramente dette e scritte tante, io personalmente non sono riuscito a darmi ancora oggi una spiegazione, anche perché negli anni a seguire non l’ho più visto, però posso certamente dirti che in allenamento quando sentivo chiamarmi da un monumento del calcio come lui che veniva dal Milan “Piccolo Buitre”, la soddisfazione e l’emozione era enorme. Inoltre per me è stato davvero molto importante incontrarlo sulla mia strada durante il mio percorso calcistico, perché mi ha insegnato veramente molto: i movimenti, come tenere la palla, come smarcarmi. Il mio è un ricordo bellissimo.


Nella stagione 1988/89 passando alla Roma hai compiuto il salto di qualità, a suon di ottime prestazioni e precedentemente avevi anche conquistato la maglia azzurra di una nazionale con la quale non sarai molto fortunato: emblematico resterà il palo contro l’Unione Sovietica a Mosca il 12 Ottobre del 1991, che purtroppo in buona parte ci condannò a vedere gli Europei poi vinti dall’ outsider Danimarca in TV.
Il palo preso a Mosca contro l’ Unione Sovietica mi rimane purtroppo ancora dentro, perché oltre ad averci in parte condannato a non partecipare agli Europei, ha segnato la fine dell’era di Azeglio Vicini, con la quale ci divertivamo, mentre poi con l’avvento di Sacchi che decise di convocare prevalentemente tutti i suoi uomini non fu più così.


Guardando il positivo della tua esperienza in azzurro contrassegnata da 9 presenze con 2 goal, l’esordio e il primo goal rimangono i ricordi più belli,oppure ce ne sono altri?
L’esordio è una cosa che non potrò mai dimenticare per i forti brividi e le forti emozioni che mi ha dato, come del resto non posso dimenticare anche il mio primo goal contro la Danimarca, un altro bel ricordo è il secondo goal, che ho segnato a Genova contro la Norvegia nella prima partita di Sacchi sulla panchina della Nazionale, dove ero entrato nel secondo tempo trovando ad otto minuti dalla fine la rete del pareggio.



Nella stagione 1990/91 facevi parte della rosa della Roma vincitrice della Coppa Italia, che impedì alla Sampdoria di centrare la grande accoppiata con il campionato. Che sensazione hai provato quando hai alzato al cielo il tuo primo trofeo?
Bellissima. Perché all’epoca la Coppa Italia contava molto più di adesso e per me e per i miei compagni la soddisfazione fu doppia, perché alla vigilia tutti erano convinti che la Sampdoria ci avrebbe lasciato vincere in quanto appagata dalla conquista del campionato, invece non fu così perché furono due finali vere e noi per portare a casa quel trofeo abbiamo davvero dato il massimo meritando di vincere contro la nostra avversaria che era davvero una grande squadra. (Ruggiero mi parla anche della sofferta partita di Coppa Italia di oggi, che ha visto la Roma staccare il visto per la semifinale contro una Fiorentina battuta ai calci di rigore, io quindi di conseguenza gli ho chiesto se è rimasto legato alla squadra al punto tale da esserne diventato un tifoso a tutti gli effetti, lui mi ha risposto con un sì e un Forza Roma con l’accento romano, dicendomi anche di aver sofferto davanti alla Tv proprio come un vero tifoso.)


Quello fu anche l’anno della doppia finale di Coppa Uefa persa contro l’Inter. Nel ritorno dell’Olimpico segnasti anche la rete della speranza per una Roma che all’andata aveva perso 2-0. Rimane quella per te la delusione più grande della tua carriera?
Sicuramente sì perché eravamo molto più forti di loro e convinti che avremmo potuto vincere la coppa. Inoltre nella partita di andata a Milano ci furono due episodi incredibili con rigore abbastanza dubbio assegnato all’Inter che ci tagliò le gambe, perché poi loro raddoppiarono. Nella partita di ritorno giocammo novanta minuti all’attacco; io in apertura, tanto per cambiare, presiun altro palo, solo verso la fine riuscii a segnare ma ormai era troppo tardi.


Sempre con la maglia Giallo – Rossa il 6 Ottobre 1991, hai provato la grande gioia di segnare contro la Lazio in un derby poi terminato 1-1 dove hai pareggiato la rete del vantaggio Bianco – Celeste che era stato firmato da Kalle Riedle , a Torino con la maglia del Toro hai segnato 5 goal in 4 derby disputati, due dei quali vittoriosi proprio nell’anno del primo scudetto juventino targato Marcello Lippi, nel complesso tra tutti i derby sia di Roma che di Torino qual è la partita a cui rimani più legato? E quale tra le due stracittadine senti più tua a livello emozionale?
Io il derby trallaltro l’ho giocato anche in Germania con il Bayern, che dire sono tutti derby totalmente diversi tra loro, ho segnato nelle varie stracittadine tutti goal sempre importanti, ma il derby a cui rimango più legato è quello di Roma per le forti emozioni che riesce a trasmetterti il pubblico e perché non potrò mai dimenticare il goal del pareggio di cui parlavi prima contro la Lazio che ho segnato sotto la Curva Sud.


Nel tuo magico 1994/95 dove hai segnato la bellezza di 19 goal, hai segnato alla Roma sia all’andata che al ritorno, che sensazione hai provato in quei momenti, forse per te un po’ particolari visto il grande attaccamento che hai sempre dimostrato verso la maglia e la tifoseria dell’allora tua ex squadra?


Sono stati due momenti molto diversi tra loro, quando ho segnato all’andata ero felice, ma era una felicità dettata dalla rabbia che avevo verso Mazzone con cui avevo litigato, no verso i tifosi che si sono sempre comportati con me in maniera splendida, invece nel mio ritorno da avversario all’ Olimpico c’era stato il mio saluto alla Curva nella festa organizzata dai tifosi, ma purtroppo (Rizzi fa una risata ironica) li ho freddati dopo pochi minuti ed andata come andata, in quel momento ero un professionista e non potevo fare sconti a nessuno.


Un anno dopo nel campionato 1995/96 il Toro retrocede in serie B, la stagione seguente tu ti trasferisci in Germania al Bayern di Monaco, dove diventi il primo ed unico italiano nella storia a vestire la storica maglia dei bavaresi, quanto ti rende orgoglioso questo?
Tantissimo, mi volle fortemente Trapattoni che già mi voleva quando allenava l’Inter, inizialmente non volevo andarci anche perché mi sarei dovuto trasferire all’ estero, ma il Trap riuscì alla fine a convincermi e accettai la sua proposta di lavorare finalmente con lui, in quella che ritengo una magnifica società a livello mondiale sotto qualsiasi aspetto.


In Baviera prima di tornare in Italia per concludere la tua carriera con la maglia del Piacenza ci sei rimasto due anni, nel primo anno per l’appunto con Trapattoni in panchina, Matthaus capitano e con Jurgen Klinsmann tuo partner d’attacco vinci la Bundesliga, possiamo dire a chiare note che è il trofeo più importante della tua carriera?
Certamente si perché uno Scudetto è sempre uno Scudetto, inoltre vinto in una squadra straniera, in un campionato dove c’è sicuramente molto meno stress rispetto all’ Italia, dove gli stranieri non sono ben visti, non nel mio caso perché sono stato accolto alla grande, è una grande soddisfazione e mi riempie di felicità perché sento di aver dato qualcosa ad una città dove si ricordano ancora tutti di Rizzitelli, come calciatore ma soprattutto come persona, che ritengo sia la cosa più importante.


Tu hai avuto molti allenatori, al Cesena Buffoni, Bolchi e Bigon, alla Roma Liedholm, Radice, Ottavio Bianchi, Boskov e Mazzone, al Torino Sonetti e Scoglio, al Bayern Monaco Trapattoni, al Piacenza Simoni e Bernazzani, in Nazionale Vicini e Sacchi, se devi fare un nome a quale rimani più di tutti legato in assoluto?
Diciamo che ognuno di loro mi ha dato qualcosa, anche quelli con cui non andavo d’accordo a loro modo gli devo essere grato, perché in certe situazioni maturi e reagisci, cercando di dimostrare all’allenatore in questione che si sta sbagliando tirando fuori il meglio di te stesso, quindi alla fine credo di aver preso sia il positivo che il negativo.


Cambiando completamente discorso, che opinione personale ti sei fatto per quanto riguarda il processo doping ancora in atto che vede implicata la Juventus?
E’ duro dare dei giudizi, se ne è parlato tantissimo e non è detto al 100% che siano cose del tutto vere, io per la grande paura che avevo facevo addirittura fatica a prendere l’Aspirina, con il rischio che magari fosse anche scaduta, quando giocavo io dove sono stato non ci facevano prendere niente, al solo pensiero di prendere qualcosa mi sarebbe venuta la pelle d’oca.


Infine in conclusione ora che ti sei ritirato dal calcio giocato come stai vivendo l’esperienza televisiva a Quelli che il Calcio nel Maifredi Team?
Molto bene perché siamo riusciti a comporre una squadra a tutti gli effetti , in questi ultimi due anni dopo che ero stato un anno fermo senza fare niente, è stato davvero molto bello rivivere le emozioni di uno spogliatoio, dove si gioca, si ride, si scherza e si sparano stronzate, dove logicamente non c’è lo stress come quando giocavamo, la cosa più bella in assoluto di questa magnifica esperienza,credo sia il fatto che ultimamente io insieme ai miei compagni ci stiamo occupando di beneficenza, per cercare a nostro modo di aiutare gente che non è stata fortunata come noi, credo che sia una cosa che ti apre il cuore e ti fa vedere orizzonti a cui prima neanche pensavi.