domenica, febbraio 19, 2006

“La celeste”


Le maglie non sono tutte uguali.
Poco ma sicuro.

Premessa
Molti di voi avranno già sentito raccontare questa storia.
E’ una delle storie più classiche e più belle del calcio di tutti i tempi, così come Obdulio Varela, detto “el Negro”, è una delle figure più carismatiche del calcio sudamericano, un personaggio che trascende l’ambito calcistico per diventare il simbolo di un popolo.
Di lui c’è un formidabile ricordo in “Futbol”, una raccolta di scritti di Osvaldo Soriano, quindi sarebbe inutile cercassi di raccontarvelo io questo memorabile campione, soprattutto dal punto di vista del carisma.
Per conoscere Obdulio Varela leggete Soriano e lasciate perdere il resto.
Quella che cerco di raccontarvi, quindi, non è un’altra versione di come l’Uruguay sconfisse il Brasile “più forte di sempre”, né di quanto “el gran Obdulio” fosse capace di trascinare “con l’esempio e la parola” i suoi compagni di squadra.
Vi siete mai chiesti cos’è che trasforma undici campioni, o undici buoni giocatori (o anche undici schiappe) in una squadra di calcio ?
Cos’è che fa sì che nel calcio la somma spesso risulti superiore al valore degli addendi e rende questo sport, oggi sempre più spesso descritto coi numeri, così poco aritmetico ?
L’allenatore ? La tattica di gioco ?
Non credo che bastino queste cose a spiegarne certe altre.
C’è qualcos’altro che trasforma “undici debolezze in una fortezza”, che infonde coraggio e fiducia nei propri compagni, che crea quella che i latinoamericani chiamano “hermanidad”.
C’è qualcosa che trasforma un uomo in un “compagno di squadra”, in qualcuno col quale lottare, qualcuno da aiutare o da cui farsi aiutare. Qualcuno di cui fidarsi e in cui confidare. Lo chiamano “senso di appartenenza” ma è qualcosa che non si scatena per un tesserino aziendale. Perché ciò accada serve un simbolo, un qualcosa in cui identificarsi, qualcosa che dia continuità, che abbia un passato e che prometta un futuro.
Per dirla come Eugenio Finardi in certe cose è importante “riconoscersi dall’odore”, condividere un qualcosa che permetta di identificarsi con un’occhiata e che quindi abbia una fisicità, un colore, ma che al tempo stesso esprima molto di più.
Storia, tradizione, continuità, valori : le parole trovatele voi.
In guerra è la bandiera del reggimento, nel calcio è “LA MAGLIA”.
Adesso basta, ho parlato troppo: Rio de Janeiro, 16 luglio 1950 un grande paese sta aspettando una vittoria, undici uomini stanno cercando qualcosa che li faccia diventare quello che ancora non sono...

Dai muri dello spogliatoio, in certi punti con l’intonaco ancora fresco con sopra graffiate le scritte “Brasil Campeao”, arrivavano le vibrazioni di un amore incontenibile e travolgente. Vociavano, cantavano, suonavano, ridevano e sfottevano da ore.
L’allegria dall’immensa ciambella sotto il “Pao de azucar” rotolava verso il campo, si divideva in rivoli gioiosi passando in quel labirinto di corridoi di cemento, fino a sfiorare la porta verniciata di gialloverde con la targhetta Uruguay.
Quelle musiche ritmate con lo schiocco delle mani, quei canti allegri, quelle esplosioni di gioia erano diventati una sorta di tortura psicologica, come il “De Guello” suonato ininterrottamente per giorni durante l’assedio di Fort Alamo.
Dietro quella porta di legno verniciato, immersi nel silenzio e negli odori dello spogliatoio, gli undici uruguagi aspettavano come una liberazione che l’arbitro inglese li chiamasse. Erano undici uomini con indosso i pantaloncini neri e la canottiera, ognuno, apparentemente almeno, indaffarato in faccende futili svolte con cura maniacale o con movimenti indolenti e meccanici.
Obdulio Varela dalla sua posizione, l’angolo alla sinistra della porta d’ingresso, aveva una visione panoramica di quella che sarebbe dovuta diventare la squadra alla testa della quale doveva difendere l’onore del calcio uruguagio nella partita conclusiva della quarta edizione del Campionato del Mondo.
Quello che stava vedendo non gli piaceva.
Ancor meno quello che sentiva nell’aria, dove, misto all’odore del balsamo per i massaggi, c’era quello della rassegnazione, ancora peggiore di quello della paura.
In quel silenzio vuoto stavano aspettando il fischio d’inizio di una finale mondiale che i loro dirigenti consideravano già persa. Si trattava di perdere “limpiamente” aveva detto loro il dottor Jacobo, “lider maximo” della delegazione uruguagia, nel suo pistolotto frettoloso. Era uscito da tempo, il capo-delegazione, per guadagnare la tribuna d’onore e la compagnia delle belle signore, ma aveva lasciato in quella stanza le sue ultime parole secondo le quali perdere “por cuatro goles, no mas” sarebbe stato già buono, purchè si lasciasse una buona impressione come comportamento. Perdere “limpiamente” , ma “por cuatro goles, no mas” e senza troppe botte. Soprattutto perdere senza mostrare la temutissima “garra”, l’arma degli orientales, che spesso aveva fatto abbassare la cresta a squadre anche più forti, ma non disposte a rischiare stinchi ed articolazioni.
L’allenatore Lopéz era uscito borbottando qualcosa, forse perché non riusciva a sostenere quel silenzio vuoto dopo quelle parole che non condivideva. Prima aveva dato le sue indicazioni, che tutti avevano ascoltato con l’attenzione del rispetto. Era un buon tecnico, ma nessun buon tecnico può compiere miracoli, nessun allenatore può infondere coraggio. Senza “garra”, senza quel sentimento che trasforma undici campioni in una squadra, Obdulio Varela, “el Negro”, sapeva che non avrebbero avuto scampo. Diede un altro sguardo allo spogliatoio. Alcide Ghiggia stava lisciandosi i baffi avendo cura di non incrociare gli occhi da furetto con quelli di nessun compagno, tanto meno con quelli di Obdulio.
Oscar Miguez, il centravanti, si aggiustava i calzettoni forse per la decima volta, cercando un allineamento impossibile fra le due balze nere che dovevano nascondere il nastro bianco. Juan “Pepe” Schiaffino, “Esciafino” come lo chiamavano i compagni, stava accarezzando le scarpe, de “verdadero cuero vacuno” cucitegli appositamente da un artigiano, senza mostrare nessuna voglia di indossarle e senza trovare un’allacciatura soddisfacente.
La sua faccia scavata e gli occhi intelligenti esprimevano una rabbia che ancora non soccombeva alla rassegnazione.
Gli altri, con le gambe lucide per il massaggio, sedevano sulle panche, gli occhi fissi, le orecchie piene di quel samba che anticipava la festa. Aspettavano di perdere.
Soprattutto uno, un ragazzo di diciotto anni, Ruben Moran, il sostituto dell’ala sinistra titolare Ernesto Vidal, sembrava intimidito dall’atmosfera carica di tensione negativa che gravava come una cappa di piombo. In cuor suo pensava con sollievo al fatto che perdere “por cuatro goles, no mas” sarebbe stato possibile.
Poi tutto sarebbe finito.
All’altro angolo undici magliette celesti, ripiegate con amore e rispetto, aspettavano di essere indossate.
Per Ruben Moran quella “camiseta” sarebbe stata la prima della sua carriera, ma i suoi occhi dimostravano che ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Fu allora che “el Negro”, Obdulio Varela, si alzò dal suo posto.
Mentre il silenzio, se possibile, diventava ancora più assoluto attraversò con lentezza lo spogliatoio.
Nessuno muoveva gli occhi dalle proprie fatue occupazioni, ma tutti lo stavano guardando. Arrivato alla pila di maglie prese la sua “camiseta celeste” e la indossò. La stoffa aderì al suo torace, all’altezza del cuore apparve il “sol uruguayo” con le due spighe.
Poi prese la fascia nera e se la aggiustò al braccio sinistro, qualcosa sembrò attutire il samba.
Adesso era “el capitan”.
Prese la maglia destinata a Moran con la lentezza di un sacerdote officiante si avvicinò e la porse al ragazzo, che la indossò.
Poi, con un rito studiato, distribuì le “camisetas” anche agli altri compagni.
Cominciò da Alcide Ghiggia, i cui occhi indossandola divennero meno sfuggenti, poi toccò al grande Schiaffino che invece non mutò espressione, ma si infilò le scarpe bullonate allacciandole in una maniera che lo soddisfece subito.
Poi, via, via toccò al portiere Maspoli, a Schubert Gambetta detto “el Mono”, a Oscar Miguez, che, miracolosamente trovò l’equilibrio dei suoi calzettoni.
Quando ebbe finito, mentre i compagni si aggiustavano le maglie ed il rumore dei tacchetti contrastava finalmente quello del samba, si rivolse ai compagni mostrando la “camiseta”, la “celeste”, e pronunciò una frase destinata ad entrare nella leggenda del calcio. Poche parole che ebbero il potere di consolidare quell’atmosfera magica :- “Muchachos, los de afuera son de palo “.
”Quelli di fuori non contano”, questo era il senso.
E fra questi, lo capirono tutti, non c’erano solo i duecentomila brasiliani chiassosi, c’erano anche, anzi soprattutto, il capo-delegazione e gli altri dirigenti della federazione uruguagia.
Contava solo la maglia e le maglie non si onorano perdendo “por cuatro goles, no mas”.
Quei duecentomila brasiliani che gremivano il Maracanà erano “de palo” , non più di un fondale di scena.
Obdulio Varela era “el negro”, ma soprattutto era “el capitan”, e le parole di “el capitan” per la nazionale uruguagia avevano più importanza di quelle di qualsiasi dirigente e nessuno pensò più di perdere “limpiamente” .
Quella volta, forse, le parole non sarebbero bastate neppure se le avesse pronunciate Hector Scarone che aveva messo in ginocchio Zamora, o Nasazzi che faceva paura a guardarlo.
Non avrebbero avuto lo stesso effetto senza quelle maglie celesti e quelle spighe dorate.
Volontariamente o meno aveva ripetuto il rito che, vent’anni prima, nelle viscere di un altro stadio con il cemento ancora fresco, il “Centenario” di Montevideo, aveva dato a “el manco” Castro il coraggio di affrontare “El tigre” Monti.
Erano gli stessi gesti compiuti, prima di lui, da altri capitani negli spogliatoi delle finali olimpiche di Parigi e Amsterdam; gli stessi gesti che compirà vent’anni dopo, a Guadalajara, Luis Ubina prima di mettere paura perfino a Pelè.
Obdulio Varela, “el capitan”, tornò al suo posto.
Adesso c’era un’altra aria nello spogliatoio, il samba sembrava non filtrare più.
Nessuno pensava più a perdere “limpiamente” e la “garra oriental” ora si respirava intensa, più dell’olio canforato.
Quando l’arbitro inglese li chiamò per l’ingresso in campo nello spogliatoio non c’erano più undici uruguagi, ma “la Celeste”.

Epilogo
Come andò a finire lo saprete certamente tutti.
La “Celeste” uscì da quello spogliatoio seguendo Obdulio Varela e battè il Brasile, quel Brasile che nessuno credeva potesse perdere.
Quella partita è passata alla storia come “el maracanazo” e per i brasiliani fu un evento luttuoso, una tragedia nazionale.
Jules Rimet ebbe difficoltà a pronunciare il discorso di premiazione, ma alla fine riuscì a consegnare la sua coppa al capitano in maglia celeste, senza tradire la sua sorpresa.
-”La gente” - raccontò anni dopo– “lasciava lo stadio come dopo un funerale”. -
La leggenda vuole che Obdulio Varela quella notte l’abbia passata bevendo birra assieme ai tifosi brasiliani, indossando un impermeabile sopra la “camiseta celeste”.
La storia invece racconta che non si sia mai vantato di quella impresa:- “Gli abbiamo rovinato la festa” - raccontava le poche volte che parlò di quella partita – “ non ne avevamo il diritto e se rigiocassimo cento volte perderemmo tutte e cento.”-
Per festeggiare la vittoria la Federazione Uruguagia regalò ai calciatori una medaglia d’argento. Il dottor Jacobo e gli altri dirigenti, invece, ebbero una medaglia d’oro

da postadelgufo.it

Nella foto la Maglia dell'Uruguay 1950.