venerdì, febbraio 24, 2006

Osvaldo e i pirati



di Giulio Giusti

Primavera del 1978. Ogni mattina, prima d'andare a scuola, provvedo, con un bel pennarello blu dalla punta grossa, a eliminare dal calendario il giorno che il sonno mi ha lasciato alle spalle. Lo faccio per contare il tempo che mi separa dall'inizio dei mondiali in Argentina e, con grande soddisfazione, realizzo che solo poche settimane mi dividono dall'evento.

Ho appena quattordici anni ed una fame ingorda di pallone. Non mi basta giocarlo, sono troppo scarso e grassottello. Non mi sazia guardarlo, anche perché da guardare c'è poco. Quasi tutto è concentrato alla domenica e sono lontane ed immaginabili le valanghe di palloni vomitate dalle televisioni attuali.

Con i mondiali alle porte mi si presenta l'irripetibile occasione di vedere in azione campioni stranieri di cui ho sentito favoleggiare (le frontiere in Italia sono ancora chiuse) e la cui esistenza è provata solo da qualche articolo sui giornali specializzati o da timidi e troppo veloci servizi sui due canali nazionali e su Tele Capodistria, vera panacea per gli appassionati sportivi di quegli anni.

Per questo, un semplice opuscoletto guida del torneo, graditissimo omaggio di un settimanale, è un boccone prelibato per il mio palato. Lo sfoglio e lo risfoglio, lo consumo con le mani, lo divoro con gli occhi. In un primo momento, mi perdo nel labirinto di immagini e notizie, ma, piano piano, riprendo il controllo della situazione e il mio sguardo si ferma, rapito, sulla formazione dell'Argentina. Mi colpiscono le facce, i fisici, le capigliature e alcuni baffi minacciosi.

Una schiera di sguardi torvi, che parlano di infanzie difficili e di partite con la vita giocate prevalentemente fuori da uno stadio.

In Italia siamo abituati ad altro: ci sono i belli come Cabrini, Tardelli e Antognoni, i volti rassicuranti da bravo ragazzo di Rossi o da galantuomini come Zoff e Scirea. Certo, in mezzo a loro troneggia Romeo Benetti, ma rispetto ai colleghi sudamericani assomiglia ad uno studente di teologia.

Gli argentini sembrano una selezione di pirati. A Luque e Kempes manca solo una benda sull'occhio o l'uncino al posto della mano. Gatti, il portiere (ai mondiali sarà defenestrato da Fillol), ha la sfrontatezza di posare con una maglia dolcevita ed una spessa fascia intorno al capo che argina capelli da indios. Un difensore addirittura ha un destino nel cognome: Killer. Passarella, poi, è il degno capitano del gruppo: le sue labbra sono serrate come il cancello di un lager e i suoi occhi socchiusi lasciano spazio a due feritoie da dove escono fiammate di pura cattiveria.

In mezzo a questa ciurma scorgo, però, una persona normale, diversa dai compagni, così normale che tutto sembra tranne che un calciatore. I suoi occhi sono vivi, intelligenti, ma velati di tristezza. Accenna quasi un sorriso. D'altronde, essendo scortato da certi compagni, la paura per lui deve essere un sentimento sconosciuto.

A differenza degli altri è pure ben pettinato con la riga di lato e i capelli domati dalla brillantina. Vado subito a vedere chi è. Nella foto è il secondo accosciato da destra, subito dopo Daniel Bertoni, si chiama Osvaldo Ardiles. Memorizzo il nome, non vedo l'ora di ammirarlo in azione.



I mondiali stanno per avere inizio. Il pennarello ha ormai esaurito il suo compito e va a riposarsi nell'astuccio per essere sostituito da una bella penna a punta fine, acquistata appositamente per segnare sull'opuscolo i risultati delle partite.

Il mio tifo è chiaramente tutto per l'Italia, ma seguirò con attenzione Osvaldo e i suoi pirati. L'Argentina, inoltre, è nel girone degli azzurri insieme alla Francia, guidata da un acerbo Platini, e all'Ungheria. Proprio i magiari sono i primi avversari della Selección. Ardiles con mia grande soddisfazione è in campo e porta il due sulla schiena. La numerazione degli argentini segue un rigido ordine alfabetico, che, nella sua casualità, premia però il più talentuoso della rosa: il numero dei grandi, il dieci, è sulla schiena di Mario Kempes.

Osvaldo gioca a centrocampo, ma il termine è riduttivo perché un sudamericano se gioca bene a centrocampo è un artista. Avrei capito, anni dopo, che l'esatta definizione del suo ruolo era volante. Termine bellissimo e, purtroppo, non più usato, che riporta ad un calcio antico dove il giocare in certe posizioni equivaleva quasi a un titolo nobiliare. Osvaldo è il direttore d'orchestra dei biancocelesti, uno splendido ponte che unisce una difesa di terroristi ad un attacco di artisti. Mette in atto sul campo i voleri dell'allenatore, Luis Cesar Menotti, soprannominato el flaco. Menotti e Ardiles si conoscono bene, insieme hanno fatto grande l'Huracan, una squadra lontana dall'eterno strapotere di Boca e River. Per questo, una volta giunto alla guida della Seleción, il tecnico faticherà ad imporre all'opinione pubblica la presenza, in un ruolo così delicato, del suo allievo. Ardiles ripaga alla grande la fiducia e diventa l'insostituibile pacemaker dell'Argentina. A prima vista, vedendolo giocare può apparire buffo: è magrissimo e corre in un modo strano con il petto proteso in avanti e in perenne torsione su se stesso. Sembra quasi un serpente e, a conferma della mia impressione, scopro che in patria è noto come "el piton". Lentamente, però, la sua classe s'impone e diventa il signore del centrocampo. Quando il gioco è fermo la telecamera l'inquadra raramente, le primedonne sono Kempes e Passarella. Eppure, Osvaldo ha un volto cinematografico, che assomiglia ad un altro eroe della mia adolescenza: John Cazale, lo straordinario Fredo del "Padrino" e il nevrotico compagno di sventura di Al Pacino in "Un pomeriggio di un giorno da cani".

Ardiles non si cura della notorietà, lui lavora nell'ombra, cuce il gioco dei suoi e scuce quello degli altri. I suoi piedi vanificano le azioni avversarie come un soffio un castello di carte. Guardandolo giocare, abbandono la mia adolescenza calcistica e vedo aprirsi il sipario su nuovi orizzonti. Come tutti i bambini impazzisco per i grandi cannonieri e i portieri che volano da un palo all'altro, grazie al Piton inizio ad amare i giocatori poco appariscenti e utili alla causa comune.

Quell'Argentina è forte ma aiutata in modo spudorato. Gioca in casa avvolta in un clima particolare. Il regime dei generali vuole la vittoria e vittoria sarà. Lo sanno tutti, arbitri compresi, e quelli che non l'hanno capito (Brasile e Olanda) lo sperimenteranno sulla lora pelle. A molti eroi di quella squadra il titolo mondiale porta gloria, soldi e biglietti aerei per allontanarsi dai problemi del Paese. Anche Osvaldo viene notato e s'imbarca per l'Inghilterra dove approda al Tottenham.

Sono tempi duri tra Inghilterra e Argentina. Scoppia, infatti, la guerra delle Isole Malvine. L'evento segna particolarmente Ardiles che perde un fratello nel conflitto. Nonostante i pessimi rapporti tra sudamericani e inglesi, Osvaldo diventa un beniamino dei tifosi del Tottenham, che lo chiamano affettuosamente "Ossie".

La mia soddisfazione è grande quando nel 1981 vedo che il suo volto cinematografico, dimenticato dai registi della tv argentina che preferivano ghigne più vicine al regime tipo quella di Passarella, non passa inosservato a un principe della macchina da presa come John Huston che lo vuole in "Fuga per la vittoria". Nel film, forse il più bello sul calcio che sia mai stato realizzato, Osvaldo duetta sul campo con Pelè e realizza pure un bellissimo goal.



La soddisfazione più grande, però, deve ancora venire. Volano altri anni e invecchiando non ho cambiato abitudini: ho comprato una penna nuova per un'intervista particolare con Osvaldo Bagnoli.

Come detto, dal 1978 in poi ho iniziato ad amare i personaggi tutta sostanza. Da questo punto di vista, il tecnico lombardo è per me inarrivabile. E poi si chiama Osvaldo. Un nome che nel calcio è sinonimo di qualità: Ardiles, Bagnoli e il grande scrittore argentino Soriano.

Nel corso del colloquio chiedo al mago della Bovisa quale campione straniero avrebbe allenato volentieri. Lui mi risponde con decisione: "L'argentino Ardiles. Durante i mondiali del 1982 lo contattammo con i dirigenti del Verona per portarlo in Italia, ma, purtroppo, l'affare sfumò".

La penna si è così fermata sulle parole di Bagnoli e la mia mente è andata a sfogliare quel prezioso opuscolo -ancora gelosamente conservato- per far riemergere quella foto del 1978 dove un uomo normale, ben pettinato e col viso da attore si apprestava a vincere un mondiale con i suoi pirati.



Osvaldo Ardiles, dovunque tu sia, i campi di tutto il mondo sono più poveri senza la tua classe.