martedì, marzo 21, 2006

Della Valle la Fiorentina la compro' cosi'...

Questa è la storia, vera e proprio per questo mai smentita, di come Diego Della Valle - l'imprenditore calzaturiero marchigiano la cui popolarità tra i suoi colleghi industriali si è potuta misurare concretamente lo scorso sabato 18 marzo nell'assise confindustriale di Vicenza - è diventato proprietario della Fiorentina, e del ruolo - come dire, non proprio secondario - svolto dal sindaco del capoluogo toscano Leonardo Domenici, diessino. Il tutto copiato e incollato da una vecchia inchiesta del sottoscritto pubblicata su Libero il 30 settembre del 2002, che mi sono guardato bene dall'aggiornare. All'epoca la Fiorentina si chiamava Florentia e militava nelle categorie inferiori.

di Fausto Carioti
Tanta è stata la fretta, tanto il pathos in cui si è consumata la vicenda della Fiorentina, culminata col fallimento della società, che sono passati inavvertiti molti aspetti della curiosa storia che ha visto intrecciarsi le mosse di Leonardo Doa Fiorentina la comprò così menici, sindaco ds di Firenze e amico di Massimo D'Alema, con quelle di Diego Della Valle, proprietario della neonata Florentia e amico di D'Alema. Già a questo punto il lettore più acuto avrà intuito che il fabbricante marchigiano di scarpe non è proprio piovuto dal cielo sulla cupola del Brunelleschi, visto che mister Tod's e il primo cittadino fiorentino hanno in comune un referente di tale spessore. Niente di male, ovviamente: se il presidente del Consiglio ha il Milan e l'Extraterrestre Rivaldo, figuriamoci se un amico di D'Alema non può avere una squadra di C2 e Soldatino Di Livio. Ciò che interessa è che il sindaco si è arrampicato sugli specchi e ha fatto il salto mortale con doppio avvitamento, senza guardare in faccia a nessuno, pur di portare sul vassoio a Della Valle un investimento tagliato su misura.
La Florentia è stata creata in fretta e furia il primo agosto da Domenici assieme al fido Eugenio Giani, esponente dello Sdi, assessore allo Sport e uomo vicino a Lamberto Dini. Domenici è il presidente della società, Giani fa il vice. I due, però, non intestano le quote della Florentia al Comune, ma a se stessi, fifty-fifty. E non agiscono come rappresentanti della città, ma come privati cittadini. Tanto che la prima sede della società è indicata nella casa del sindaco. Quattro giorni dopo Domenici, stavolta come sindaco di Firenze, emana un'ordinanza che impone di eseguire gli atti necessari per mettere a disposizione della società "Fiorentina 1926 Florentia" lo stadio denominato "Artemio Franchi", di proprietà del Comune, con effetto immediato. Solo in seguito, quando la Florentia sarà trasformata in società per azioni, le parti concorderanno le modalità per regolare il rapporto.
Ricapitolando: il sindaco intesta a una società da lui stesso posseduta a titolo privato il diritto di usare lo stadio di Firenze in cambio di un compenso da definire a babbo morto. Poi dicono il conflitto d'interessi. L'Artemio Franchi costa al Comune, solo per il mantenimento, circa tre miliardi di lire l'anno. A questo punto qualche mattacchione potrebbe ipotizzare che l'originale delibera produca un danno erariale all'amministrazione. Di norma spetta al presidente del collegio dei revisori dei conti del municipio esercitare simili pignolerie. Ma coincidenza vuole che il signore in questione, Giancarlo Viccaro, sia stato messo da Domenici sulla poltrona di presidente del collegio sindacale della Florentia. Prima ancora di avere comprato la società - il contratto sarà firmato il giorno successivo - Della Valle ha avuto così la certezza di usare il Franchi. Senza nemmeno aver dovuto presentare un'offerta al Comune.
Altro aspetto curioso è quello dell'azionariato popolare. Il 2 giugno Domenici annuncia che ai fiorentini sarà messo a disposizione il 20 per cento del capitale della nuova società. Il mattino dopo prende l'aereo privato di Della Valle che lo scodella vicino Cannes, nel cui lo porto lo attende lo yacht dell'industriale. Domenici torna a Firenze dopo aver raggiunto l'intesa, ma il 20 per cento è diventato il 19. La differenza? Il 20 per cento è la soglia minima per convocare l'assemblea degli azionisti e votare l'azione di responsabilità contro gli amministratori, insomma per contare qualcosa nella società. Così il premuroso sindaco risparmia a Della Valle pure la rottura dei focosi tifosi, pronti a trasformarsi in azionisti appena si presenterà l'occasione.
La parola d'ordine è che "non esiste continuità". L'intera operazione è stata fatta per dimostrare che da un punto di vista legale la neonata Florentia non è l'erede della Fiorentina. Nel caso contrario, Della Valle si troverebbe in conto i debiti degli ex viola (110 milioni di euro al passivo) e tutto l'affare finirebbe a ramengo. Però l'operazione ha senso, anche commerciale, solo se la Florentia appare come l'erede diretta della Fiorentina. Ne è nato un fantasioso kamasutra giuridico e societario che ha prodotto risultati spesso esilaranti. Ad esempio: il 7 agosto, con uno strappo a tutte le regole, la Florentia è stata ammessa dalla Federazione a giocare in C2, cioè tra i professionisti, a patto che si assumesse i debiti che la vecchia Fiorentina aveva verso il Fondo di garanzia calciatori e allenatori. Della Valle ha accettato. Domanda: a che titolo lo ha fatto, se la sua società rifiuta di avere qualsiasi cosa a che vedere con quella che fu di Vittorio Cecchi Gori? Nella stessa delibera si legge che la società è ammessa al campionato della C2 in quanto "espressione della città di Firenze". Ma perché una società appena nata deve essere "espressione" della città quando a Firenze ci sono gli onesti pedatori della Rondinella che da oltre mezzo secolo si dannano l'anima nei campi fangosi delle serie cadette? Perché la Rondinella (che ora sogna di aggiudicarsi all'asta il giglio della Fiorentina fallita) deve giocare nello stadiuccio "delle due strade", mentre l'ultima arrivata si sistema al Franchi? E perché alla Florentia è stato fatto "il grande regalo" di giocare tra i professionisti, come lo ha chiamato il presidente della Lega di C, Mario Macalli, mentre Brindisi, Catania, Livorno, Ravenna e Taranto, nella stessa situazione, dovettero ripartire dalle categorie dilettantistiche? La risposta è una per tutte le domande: perché la Florentia è l'erede della Fiorentina. Basta non dirlo a voce alta.
La commedia degli equivoci non risparmia il nome e la maglia della squadra. Che era nata come "Fiorentina 1926 Florentia", ma dopo poche settimane la parola "Fiorentina" è stata cancellata e il nome è cambiato in "Florentia Viola". Un blitz imposto dagli avvocati di Della Valle, preoccupati perché quella fastidiosa parolina rischiava di condurre alle porte della società i creditori della vecchia squadra. La Florentia, poi, è viola solo di nome. Scende in campo con un'imbarazzata maglia bianca, tanto è il terrore di essere scambiata dall'autorità giudiziaria per l'erede di quella di Cecchi Gori.
L'intera vicenda, ovviamente ha i suoi bei risvolti pratici. Domenici si è inventato salvatore in extremis della Florentia (o come si chiama) ed è rimasto consigliere d'amministrazione della società di Della Valle, assieme a Giani, iniziando così con largo anticipo la prossima campagna elettorale. L'imprenditore, che nel frattempo è diventato presidente onorario della Florentia e ha messo i suoi uomini alla guida della società, in cordata con Luca Cordero di Montezemolo e Alessandro Benetton sta pensando di comprarsi dallo Stato l'Ente Tabacchi. Che ha nel gigantesco complesso immobiliare (540 mila metri quadrati) della ex Manifattura Tabacchi di Firenze, realizzato da Pier Luigi Nervi, uno dei bocconi più interessanti. E ci sono pochi dubbi che Della Valle, messa la sciarpa viola al collo, abbia già in mente come usarlo.

mercoledì, marzo 15, 2006

Giacomo Ferri Cuore Granata


Si racconta qui. Clicca.

Pedro "Perucho" Petrone


La Fiorentina ha spesso goduto del contributo di grandi centravanti: uno di questi fu sicuramente Pedro "Perucho" Petrone. Era un uruguagio di Montevideo, città dove nacque l' 11 giugno 1905. La sua tecnica era invidiabile e il suo tiro di una potenza spaventosa. Il cervello di centrocampo della celeste Scarone diceva di lui: " Basta lanciare la palla al centro per Perucho. Ed è gol ". Da un punto di vista tattico fu tra i primi attaccanti ad avvalersi delle modifiche della regola del fuorigioco nel 1925, rivoluzionando l' interpretazione del ruolo di centravanti fino a quel tempo concepito. Il suo palmares in nazionale fu invidiabile: campione olimpico con l'Uruguay nel 1924 e nel 1928, campione del mondo nel 1930, competizione che peraltro non giocò da protagonista per un problema di forma fisica che gli fece giocare una bruttissima partita iniziale contro il Perù. Perciò il commissario Suppicci lo tenne fuori squadra per il resto della manifestazione. Lo squadrone celeste di quegli anni era insuperabile e Petrone rappresentò il degno terminale delle azioni dei compagni. A livello di club giocò inizialmente nel Charley per poi passare dopo le Olimpiadi del 1924 al più blasonato Nacional. Nel 1931-32 il nobile presidente viola Ridolfi pensò a lui per creare un attacco esplosivo. In Sud America si raccontavano leggendarie storie sulla potenza del tiro del centrattacco uruguayano, al confine dell'incredibile (portieri svenuti, avversari feriti, reti lacerate dalla forza dei tiri). Quando nell'estate del 1931 arrivò in nave in Italia, la leggenda divenne realtà: si racconta che durante il suo primo allenamento al mitico campo del Giglio Rosso, Petrone scagliò subito la palla in rete con grande violenza. Il pallone sorvolò la traversa e ruppe la vetrata di un caseggiato distante trenta metri dal campo, con lo stupore di tutti i compagni ! La Fiorentina, appena neopromossa, arrivò quarta in campionato proprio grazie ai gol del nuovo bomber: 25 in tutto in quella stagione (al pari del bolognese Schiavio) che gli valsero il titolo di capocannoniere. La consapevolezza della forza del centravanti, determinò un atteggiamento molto permissivo della società nei suoi confronti. L'uruguagio si allenava poco, godeva di privilegi che creavano tensioni nello spogliatoio (licenze varie, ritardi non rimproverati, assenze dagli allenamenti), ma dalla sua aveva la passione della gente che per lui impazziva letteralmente. Probabilmente Petrone fu il primo campionissimo della storia della Fiorentina. Ma questo stato di cose non poteva durare. Nella stagione successiva la formazione di Firenze si piazzò al quinto posto, ma Petrone diede molti fastidi alla squadra. Non si allenava, si era appesantito, e subì le critiche del tecnico Fellsner che lo mise fuori squadra. Ritornò sui suoi passi grazie alla paziente opera diplomatica del vice-presidente Scipione Picchi, dietro la spinta dei tifosi che lo reclamavano di nuovo sul campo di gioco. Ma fu solo un palliativo. Appena ritornato in campo in una famosa partita contro la Triestina in marzo al comunale, l'allenatore Fellsner chiese a Petrone di mutare la sua posizione in campo con l'avanti Prendato. Non fosse mai accaduto ! Partirono insulti indirizzati verso Fellsner e una multa di 2.000 lire dell'epoca che la società comminò al giocatore per le offese da lui dirette all'allenatore. Quella fu l'ultima partita di Petrone nella Fiorentina dove in quell'anno segnò 12 reti su 17 partite. Egli, irato contro dirigenza e staff tecnico, preparò le sue cose e si imbarcò silente verso il paese natio. La Fiorentina lo denunciò alla Federazione Italiana che lo squalificò in modo pesante. Pensando che la sua bravata si fosse conclusa in un fuoco di paglia, Petrone ritornò in Italia, ma scoprì della squalifica e per racimolare qualche denaro lavorò come attrazione presso un teatro di Firenze. Ma ormai i rapporti con il club viola erano compromessi definitivamente. Ritornò in Uruguay al Nacional di Montevideo col quale fece in tempo a vincere il titolo nazionale del 1933, nonostante dovesse rispettare la sanzione disciplinare. Qui venne raggiunto dalla squalifica internazionale che gli stroncò la carriera a 28 anni. Amore e odio. Dopo il calcio visse una vita da divo. Ma povero e malato, scomparve precocemente. Morì in una clinica della capitale Montevideo il 13 dicembre 1964 ad appena cinquantanove anni. Un campione controverso se ne andava.

martedì, marzo 14, 2006

La settimana di Effe Lipper.

Ascoli 3 Roma 2

hanno fatto er record dei record pe' esse quinti.

MAVVIENI

e ricordateve che é meglio avé 'no zoppo drento casa che tre marchiciani davanti la porta


Champions League
Ho visto la sintesi di Liverpool-Benfica. Dominio totale dei reds. Pali, traverse, gol annullati, parate miracolose, salvataggi sulla linea.. insomma tutto il campionario di sfiga che normalmente ti accompagna durante una stagione, però concentrato in 90 minuti!
Il Benfica? Due gol straordinari, Simao e Miccoli (rovesciata alla Tare ), e tutti a casa..



Filippo Inzaghi.
Un grande. con una gamba sola segna dieci reti. Ma che volete di più? Definite l'anticalcio: uno che dei suoi limiti ha fatto mille cavalli di troia..




Record nella storia, a proposito


The glorious era of “Iron Sparta”. Coached by Englishman John Dick, this was the team that was almost unbeatable. The squad (from left): Johny Dick, Peyer, Pilát, Hojer A., Káďa, Perner, Janda, Sedláček, Kolenatý, Červený, Pospíšil, Šroubek.

Tra il 1920 e il 1923, lo Sparta Praga vinse 51 partite consecutive (conquistando quattro scudetti), mettendo a segno 237 reti complessive e subendone appena 40.
La squadra che portò a termine quella formidabile cavalcata viene ricordata come “Iron Sparta”.
(fonte : sito ufficiale Sparta Praha)



Nel 1931/32 il Ferencvaros vinse lo scudetto in Ungheria a punteggio pieno, vincendo tutte le 22 partite in programma, mettendo a segno 105 reti e subendone 18.
(fonte: sito ufficiale Ferencvaros )

Nel 1941 il Nacional di Montevideo s'impose nel campionato uruguayano vincendo tutte le 20 partite disputate, segnando 79 reti e subendone 22. Avendo vinto anche il campionato nel 1940, dove si era imposto consecutivamente nelle ultime 10 gare in programma, e avendo conquistato anche il campionato del 1942, trionfando nelle prime due giornate, il Nacional ha realizzato una striscia di 32 vittorie consecutive, l'ultima delle quali ottenuta con uno squillante 10-1 sul Defensor, prima di concedere il pari (3-3) al Racing Club Montevideo.


Juventus Milan vista da me
De Santis è un arbitro mediocre, il virtuoso del fallo di confusione.
Domenica ha adottato 2 pesi e due misure, se è da ritenere giusta l'espulsione di Gattuso, non ci si spiega perchè Viera non abbia seguito la stessa sorte.
A mio avviso poteva anche starci il rigore per il Milan, fallo di mano involontario, ma il tiro poteva essere considerato chiara occasione da gol. Certo, come è già stato detto, se adesso anche il Milan si trova a lamentarsi degli arbitri....




Walter Zenga: “Mai due portieri alla pari”

by FIFAworldcup.com

Walter Zenga, ex portiere della Nazionale azzurra ed attuale allenatore della Stella Rossa Belgrado, ha dialogato con FIFAworldcup.com riguardo alle sue esperienze ai Mondiali e alle prospettive di Italia e Serbia Montenegro a Germania 2006.

È davvero un piacere parlare di calcio con colui che, nel corso di una carriera che lo vide conquistare per tre volte il titolo di miglior portiere del mondo, fu soprannominato l’“Uomo Ragno” per le sue eccezionali qualità acrobatiche.

A differenza di altri campioni del passato, in Zenga si percepisce come il calcio, una volta appese le scarpe al chiodo, sia davvero rimasto parte integrante della vita e come ogni singolo ricordo di una carriera vissuta da protagonista sia ormai indelebile nella sua memoria.

FIFAworldcup.com l’ha intervistato al termine di un allenamento della sua Stella Rossa Belgrado, la squadra serba alla quale è approdato dopo le esperienze negli Stati Uniti ai New England Revolution ed in Romania, al National Bucarest ed alla Steaua Bucarest.

Se Walter continuerà a far bene come nelle ultime stagioni, fra qualche anno potremmo rivederlo sulla panchina di una delle sue squadre più amate, quelle nelle cui fila ha disputato le stagioni più esaltanti, ovvero l’Inter e la Nazionale italiana.

Parlando di Mondiali abbiamo obbligatoriamente dovuto accennare a quel gol di Caniggia nella semifinale di Italia ’90 su cui Zenga - votato, a scanso di equivoci, “miglior portiere" di quell’edizione iridata - non parve certamente privo di responsabilità. Anche in questo caso, proprio come caratteristica dei grandi portieri, Walter ha dimostrato di aver assimilato quell’errore, con la consapevolezza che solo chi si trova in certe situazioni può sbagliare e soprattutto che quella palla non era così semplice da agguantare come molti al contrario sostengono…

Il 2006 è l’anno del Mondiale, sono trascorsi vent’anni dalla tua prima volta in una Coppa del Mondo FIFA…
È vero, quell’esperienza messicana come terzo portiere fu fantastica. Peccato che la squadra fosse in fase calante e che negli ottavi di finale incontrammo una Francia con un centrocampo a dir poco fantastico…

Fu anche l’edizione del ballottaggio fra Giovanni Galli e Franco Tancredi…
Ebbene sì, ora che sono allenatore ho messo a frutto gli insegnamenti di quel periodo. Non bisogna mai mettere due portieri sullo stesso piano, a mio parere. In Messico, Galli e Tancredi furono consumati dallo stress. Posso rivelare che prima della gara contro la Francia il c.t. Bearzot ebbe la tentazione di puntare su di me. Non sarebbe stata una cattiva idea! Peccato…

Dopo il Messico cominciò l’epopea della Nazionale di Azeglio Vicini, figlia di una nazionale Under 21 indimenticabile e sfortunata…
In Italia tutti sono rimasti affezionati a quella squadra che nel 1986 perse ai rigori la finale del Campionato Europeo Under 21 contro la Spagna e poi, trapiantata quasi interamente in Nazionale maggiore, uscì in semifinale ad Euro 1988 e si presentò fra le favorite al mondiale casalingo. C’eravamo io, Donadoni, Ferri, De Napoli, Giannini, Vialli, Mancini…

Italia ’90, per ogni appassionato di calcio italiano è semplicemente l’evento sportivo per eccellenza…
Giungemmo al Mondiale in grande forma, imbattuti da tempo, subendo una sola sconfitta contro il Brasile a Bologna, dove mi fece gol André Cruz su punizione. Al Centro Tecnico Federale di Coverciano incontrammo molte difficoltà, non lo nego. Troppe polemiche legate al trasferimento di Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus. Una volta arrivati a Marino, nei pressi di Roma, cominciò invece un magico incantesimo che si interruppe solo nella semifinale di Napoli.

Quella maledetta semifinale…
Incredibile. Vincemmo sei partite su sette senza mai perdere e lasciammo strada all’Argentina che di partite, in tutto il Mondiale, ne vinse soltanto due nei centoventi minuti. Fallimmo tante occasioni quella sera e scontammo anche la lontananza dallo Stadio Olimpico. Napoli era con noi, ma anche con Maradona. Non fu irrilevante.

Italia in vantaggio con Schillaci, poi il gol di Caniggia…
Su quelle palle sul primo palo il portiere è “morto”. Qualsiasi cosa faccia rischia di sbagliare ed io non fui né bravo, né fortunato. Cose che capitano anche ai giorni nostri…

I rigori…
Con i rigori l’Italia non ha un buon feeling, non so spiegare il motivo. Il portiere argentino Goychochea in quel periodo parava tutto. Sul tiro di Olarticoechea ebbi sfortuna, calciò dritto per dritto. Fu davvero triste uscire in quel modo…

Meglio tornare all’attualità! Vivendo a Belgrado, che idea ti sei fatto della nazionale serbo montenegrina in vista di Germania 2006?
È arrivata ai Mondiali vincendo un girone molto difficile e subendo un solo gol, su azione susseguente ad un calcio d’angolo. Il gruppo C è davvero insidioso, ma la mia triennale permanenza nei Balcani mi porta a dire che più le imprese sono complicate e più i giocatori provenienti da queste zone riescono a concentrarsi e ad ottenere grandi risultati. È l’unica considerazione che mi sento di fare.

E riguardo all’Italia e alle altre nazionali?
Conta molto in quali condizioni si arriva a giugno. Con giocatori come Buffon e Totti tutto è possibile, ma sarà la condizione psicofisica ad essere decisiva. Fra le altre squadre, inutile dire che saranno le solite note a contendersi il titolo ed il Brasile, se non incontrerà la classica giornata storta nella seconda fase, è sicuramente la squadra favorita.

Ti piacerebbe un giorno allenare una nazionale? Magari quella azzurra?
Perché no! È sicuramente un’esperienza entusiasmante, molto diversa rispetto a quella di allenare un club, ma altrettanto eccitante. I Mondiali, poi, hanno un fascino unico. Ora, comunque, sono tranquillo qui a Belgrado, in un club dalla grande tradizione e dal futuro assicurato, grazie a giovani con ottime prospettive. Il centrocampista difensivo Dusan Basta, ad esempio.

Ci potrebbe essere uno Zenga a guidare l’attacco azzurro nel prossimo futuro?
Lasciamolo crescere in pace! Vedremo…

Walter ci saluta sorridendo. L’ultimo riferimento al figlio Jacopo, promettente attaccante classe 1986 delle giovanili della Stella Rossa (con esperienze italiane a Monza e Genoa) non se l’aspettava, ma gli ha fatto piacere.

Tuttavia, da padre premuroso e che non vuole mettere troppa pressione su quella che è senza dubbio una speranza del calcio italiano, preferisce non creare troppe aspettative...


Oliver Bierhoff vede l'Italia tra le squadre favorite

by AFP/Datasport
Oliver Bierhoff, dal luglio 2004 team manager della nazionale tedesca, pensa al prossimo Mondiale e riconosce la forza dell'Italia: "È sicuramente tra le favorite, Marcello Lippi è un grande allenatore".

L'ex attaccante di Ascoli, Udinese, Milan e Chievo fa il suo pronostico sulla prossima rassegna iridata: "La Germania è una squadra molto rinnovata, con al suo interno giovani interessanti. Certo, dopo la pessima figura fatta contro gli azzurri a Firenze dobbiamo cercare soluzioni. Non siamo stati propositivi in fase offensiva e stavamo sempre troppo lontani dagli attaccanti avversari in fase difensiva. Con i campioni che ha l'Italia non te lo puoi permettere.

Bierhoff fa un plauso anche al c.t. Marcello Lippi: "È un grande allenatore, ha messo bene la squadra in campo e sa dirigerla ottimamente dalla panchina. Noi, comunque, ci crediamo. Toni? Un ottimo attaccante, spero non batta il record di 27 gol che ancora mi appartiene".

Grazie ad un suo golden gol, il primo della storia, la nazionale teutonica si aggiudicò Euro 1996 in finale contro la Repubblica Ceca (2-1). Nella sua carriera tedesca Bierhoff ha vestito le maglie di Bayer Uerdingen, Amburgo e Borussia Moenchengladbach. Esperienze anche in Austria (Austria Salisburgo) e Francia (Monaco).

Stabilì il record di 27 reti in serie A nella stagione 1997/98, quando vestiva ancora la maglia dell'Udinese. Ha vinto lo scudetto nel 1999 con il Milan.



La Svizzera sogna con il promettente Senderos

by FIFAworldcup.com

A 17 anni Philippe Senderos è diventato il primo giocatore elvetico ad alzare un trofeo internazionale. Quattro anni dopo è uno dei giocatori più importanti di una Svizzera tornata competitiva.

Lo scorso autunno, guardando il giovane difensore centrale dell’Arsenal dirigere la difesa della sua nazionale contro gli attacchi francesi, irlandesi e turchi, si stentava a credere che quel ragazzo fosse diventato giocatore internazionale da meno di nove mesi.

Tuttavia il ventunenne Philippe può già vantare un palmares importante, sin da quando, all’età di 13 anni, ha dapprima capitanato la nazionale svizzera Under 15 ed in seguito ha guidato la nazionale svizzera Under 17 alla conquista del titolo europeo in Danimarca, regalando ai rossocrociati la prima vittoria in assoluto in una competizione internazionale.

Nato a Ginevra da madre serba e padre spagnolo, Senderos – che parla francese, spagnolo, tedesco, serbo-croato e inglese – è senza dubbio il più rappresentativo membro di quel gruppo multiculturale di giovani atleti che hanno dato al calcio svizzero nuove speranze e nuove ambizioni.

Philippe ha esordito all’età di cinque anni nelle giovanili del Servette, passando tra le varie squadre giovanili della società ginevrina. Ha debuttato nella serie maggiore svizzera a soli sedici anni.

A quell’epoca, l'adolescente Senderos, cresciuto fino a raggiungere il metro e novanta di altezza, aveva già attirato l’attenzione di Arsene Wenger, dirigente dell’Arsenal. Tuttavia il club inglese ha dovuto sbaragliare la concorrenza di molte rivali di alto livello, come ad esempio Juventus, Real Madrid, Manchester United e Liverpool per ottenere la firma del giovane dopo le sue imprese nella nazionale svizzera Under 17.

Anche se ormai sembra un’inezia, all’Arsenal Philippe Senderos ha avuto un avvio di carriera frustrante, perché una serie di infortuni lo hanno tenuto fuori dal campo per quasi un intero anno.

Alla fine, è stato un infortunio al compagno di squadra Sol Campbell all’inizio del 2005, che ha dato al giocatore svizzero la sua prima grande opportunità nel club inglese. Anche se ha esordito in prima squadra prima di quanto Wenger avrebbe voluto, il giovane svizzero ha mostrato una incredibile maturità, riuscendo a conservare il posto al centro della difesa dell'Arsenal anche quando Campbell si è rimesso.

L’esordio del giovane in nazionale è avvenuto un paio di mesi più tardi, in circostanze simili, a causa di un infortunio al difensore centrale Murat Yakin che ha fatto entrare il ventenne nella mischia in vista di una difficile partita di qualificazione per i Mondiali in casa della Francia.

In questa occasione, Senderos ha nuovamente dimostrato la sua abilità, controllando agevolmente David Trezeguet e aiutando la Svizzera ad ottenere un pareggio a reti inviolate. Anche se ha dovuto affrontare una rinnovata concorrenza all'Arsenal, il suo posto di titolare della difesa svizzera non è più stato messo in dubbio.

Calmo e tranquillo fuori del campo, ma impetuoso e impulsivo quando gioca, si parla di lui come il futuro capitano sia dell'Arsenal che della nazionale elvetica. Avendo già guidato la Svizzera alla conquista del suo primo trofeo in assoluto con l’Under 17, il giovane difensore ha certamente il carattere e le capacità per spingere i propri compagni di squadra a cogliere altri successi su palcoscenici ben più importanti.

domenica, marzo 12, 2006

PERQUISITA LA SEDE GEA

L'inchiesta sulla Gea non si ferma. Anzi. Da oggi pomeriggio militari della Guardia di Finanza stanno perquisendo la sede romana della società che si occupa di assistenza dei calciatori, in vicolo Barberini a Roma, nel quadro degli accertamenti della Procura che vedono indagato il presidente Alessandro Moggi, figlio di Luciano (dg della Juve).
Il blitz è stato disposto dai pm Luca Palamara e Maria Cristina Palaia al fine di acquisire documentazione utile alle indagini, in particolare contratti di calciatori. La delega, secondo quanto si è appreso, riguarda in particolare l'acquisizione dei contratti di cessione di Fabio Liverani dal Perugia alla Lazio, e quelli dei calciatori Nakata (dal Perugia alla Roma) e altre compravendite gestite dalla Gea come quelle di Fresi, Zalayeta e Amoruso. "L'operazione - si legge in una nota dei legali di Alessandro Moggi, avvocati Giulia Bongiorno e Paolo Rodella - si è svolta con la piena collaborazione di Gea World e con l'auspicio e la convinzione che un esame approfondito della documentazione, ora in possesso della Procura di Roma, contribuisca definitivamente a chiarire la posizione di Alessandro Moggi".
L'inchiesta sulla Gea, dopo l'iscrizione di Alessandro Moggi avvenuta nei mesi scorsi per l'ipotesi di reato di illecita concorrenza con minacce e violenza, ha preso nuovo vigore dopo le dichiarazioni, affidate ai media, dell'ex-patron del Perugia Luciano Gaucci - latitante a Bavaro Beach a Santo Domingo - su presunte irregolarità nella gestione e compravendita di calciatori gestiti dalla società che annovera tra i suoi azionisti anche Chiara Geronzi, figlia del banchiere Cesare.
In particolare Gaucci aveva parlato di versamenti di denaro, in percentuale sull'importo delle compravendite, fatti alla Gea. Circostanze che sarebbero state confermate ai pm romani anche dai figli di Gaucci, arrestati dalla Procura umbra per il crac del Perugia Calcio, e sentiti il mese scorso proprio dai magistrati capitolini. I pm, dopo le perquisizioni di oggi, potrebbero ascoltare anche i calciatori che hanno avuto rapporti con la Gea a cominciare proprio da Fabio Liverani.
A proposito del quale, in merito alla sua cessione dalla Perugia alla Lazio, Gaucci affermò di aver dovuto pagare una quota del 15% alla stessa Gea. L'ex-patron della squadra umbra nelle scorse settimane aveva annunciato la presentazione di un memoriale anche sulla trattativa, fallita, intrapresa nell'estate 2004 per rilevare il pacchetto azionario del Calcio Napoli, dopo il fallimento della società che era controllata dalla famiglia Naldi.
(GAZZETTA.IT)

venerdì, marzo 10, 2006

Record

Undici vittorie di seguito sono una bella cosa, non c'è che dire. Un record strepitoso ed importante: se chiedete agli esperti, agli statistici, ma anche all'ultimo dei giornalisti sportivi chi detiene questo record in Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra, Germania, vi risponderanno prontamente e senza fallo.

Con undici vittorie e un pareggio, nel 1998-'99 (nove vittorie, poi un pari, poi ancora due vittorie), la Lazio rimontò dalla dodicesima posizione al primo posto: quest'anno, la bella serie è valsa all'AS Canem et Circenses Tiburtino Terzo ben due punti due mangiati alla capolista Juventus e ben quattro recuperati sul Milan. Verrebbe da dire che in questo straccio di campionato inanellare serie di questo genere è piuttosto facile: 9 iniziali la Juventus, record tra l'altro anche questo, ma del quale pare non ricordarsi nessuno e certamente non celebrato sul momento e se non come curiosità statistica; il Milan e l'Inter mi pare 8 ciascuna, 7 la Fiorentina, e in corso c'è un'altra serie che chissà. Verrebbe anche da dire che queste serie sono anche piuttosto inutili: in un campionato più equilibrato, come è sempre stata la nostra serie A, con undici vittorie schizzi in testa di certo: ma la Canem et Circenses è ancora lì al quinto posto.

Certo, nessuno toglie nulla al rendimento elevato (più che vincere sempre non si può!) della Canem et Circenses, e alla curiosità statistica del record: ma alla fine, come sempre, conterà la classifica, e solo quella.

Ma visto che i record valgono più degli scudetti - conceto curioso, perché chi fa Atletica Leggera, per esempio, preferisce da sempre le Medaglie d'Oro a un record che "è fatto per essere battuto" - prendiamo atto che negli Albi d'Oro, ai primati, andrà dato il giusto rilievo.

I record sono importanti. Ma come sappiamo, esistono anche i record negativi. Per esempio:

lo sapete che, nella storia della Serie A, c'è stata una squadra che per 943 minuti non è MAI andata in gol? Nove partite intere più un bel pezzo di altre due. TRE MESI senza esultare mai. Quasi sedici ore consecutive di gioco, senza mai buttarla dentro. Impressionante, vero? Vi chiederete chi possa essere l'autore di una simile mostruosità: chi possa aver perpetrato questa negazione totale e così prolungata dell'essenza stessa del calcio, il gol. Forse il Varese '71-'72, quello di Petrini e Braida, che vinse la prima partita alla penultima e stabilì una serie di primati negativi? Forse un Legnano, una Cremonese, un Lecce? E chi li allenava? un qualche misconosciuto alla Oronzo Pugliese indegnamente assurto alle cronache del grande calcio?

Macché. Il simpatico primato appartiene nientemeno che alla Roma 1972-'73: e il suo allenatore era tale Helenio Herrera, forse qualcuno di voi lo ha sentito nominare.

Dal 32' di Fiorentina-Roma 2-1 del 24/12/1972 al 75' di Roma-Torino 1-0 del 18/3/1973, i simpatici cugini non segnarono MAI. Ecco la serie:

XII Fiorentina-Roma 2-1 (58 minuti)
XIII L.R.Vicenza-Roma 0-0
XIV Roma-Palermo 0-0
XV Juventus-Roma 1-0
XVI Roma-Verona 0-1
XVII Sampdoria-Roma 0-0
XVIII Roma-Bologna 0-1
XIX Napoli-Roma 1-0
XX Roma-Cagliari 0-0
XXI Lazio-Roma 2-0
XXII Roma-Torino 1-0 (75 minuti)

E pensare che in quel campionato, i cuginetti alla V di andata erano in testa, e naturalmente si preparavano a vincere lo scudetto: capirai, come allenatore avevano un Mago, chi li avrebbe fermati? Ci pensò Nanni, invece, a fulminarli, e non si ripresero più...

Questo record resiste da 33 anni, e lo vedo difficilmente attaccabile.

Andreas Moeller

Moeller, coetaneo di Baggio, si ritiro' alla fine del 2004. Ha giocato due stagioni in Italia, con la Juve, vincendo con i bianconeri la Coppa UEFA del 1992/93 e lasciando un ottimo ricordo, come calciatore e come uomo. Il calciatore tedesco lasciò la Juve¹ per andare al Borussia Dortmund alla vigilia del ciclo Lippi, nell'estate del 1994. In realtà Moeller non si perse niente, perché nel 1997 con il Borussia Dortmund batté proprio la Juve (sicuramente la Juve più bella di sempre, vedasi le due semifinali con l'Ajax, dove gli olandesi furono letteralmente schiacciati) nella finale di Champions League di Monaco di Baviera. Con la Juve Moeller ha collezionato 78 presenze e 30 gol in totale (56 con 19 gol in Serie A). Moeller è anche stato campione del mondo (a Italia '90) e campione d'Europa (a Inghilterra '96) con la sua nazionale.

giovedì, marzo 09, 2006

IL COMMENTO DI GIOVANNI VAVASSORI DOPO L' ESONERO DA MISTER DEL GENOA

Giovanni Vavassori, il tecnico esonerato dopo la prima sconfitta in campionato e con la sua squadra prima in classifica anche se a pari punti con lo Spezia, nel tardo pomeriggio ha tenuto una breve conferenza stampa in un albergo di Arenzano. Vavassori è deluso ed esprime tutta la sua amarezza: "Il mondo del calcio è cambiato; ora si allontanano gli allenatori vincenti. Non capisco perché lo abbia fatto, ma il presidente Preziosi avrà avuto i suoi motivi. Noi tecnici, da professionisti, non possiamo altro che prenderne atto". Poi sull'onda di qualche applauso di suoi simpatizzanti, prosegue: "Questa esperienza al Genoa è stata incredibile per come eravamo partiti, con appena otto giocatori, credo che si sia fatto un lavoro straordinario. Chi ha vissuto dall’interno quei momenti può capire cosa si era riusciti a fare in così poco tempo. I presidenti di una volta erano diversi; quel calcio ormai non esiste più, ma devo anche riconoscere che non è affatto semplice, al giorno d’oggi, gestire una società. Giocare in serie C, è durissimo: quando si affrontano squadre forti come il Genoa o il Napoli, squadre abituate alla serie cadetta e con un pubblico di tutto rispetto, gli avversari, moltiplicano le forze. In questa categoria, poi, ci sono troppi falli che, spezzando il ritmo, penalizzano le formazioni più dotate tecnicamente. Ora riposerò un po’, in attesa di tornare nuovamente ad allenare”. Il Genoa con Giovanni Vavassori ultimamente aveva perso un po' di lucidità al giro di boa del campionato, realizzando solo tre punti nelle ultime 4 partite. Attualmente la tifoseria si è divisa sulla decisione del presidente Preziosi, tanti erano favorevoli a Vavassori, altri sostengono che era necessaria una sferzata alla squadra; girando fra i vari "muri" in internet dei tifosi rossoblù se ne vedono già delle "belle"; ai posteri l'ardua sentenza.

mercoledì, marzo 08, 2006

Bomber rosanero


Tanino Troja

Palermitano purosangue. Centravanti che si era fatto le ossa nel Paternò. In rosanero dal 1964 al 1973. Subito ribattezzato "il reuccio di Resuttana". Eterni problemi di peso perché amante di specialità culinarie locali, quali il pane con le panelle (frittelle), le arancine, panini ca meusa (con la milza), frittola (frattaglie) e stigghiole (stigliole, ovvero budella di capretto). Nei ritiri precampionato, Troja era costretto a lunghe diete per ritrovare il suo peso-forma. Nei nove anni di militanza in maglia rosanero mise a segno - tra campionato e Coppa Italia - 44 reti, che non è poco. Si trasferì al Napoli e - racconta la storia - appartenne alla Juventus per un solo giorno!

Breve ritratto di Sergio Brighenti, bomber blucerchiato.


Il capocannoniere della stagione 1960-61
E’ un bomber ruspante, Sergio Brighenti, non raffinato nei fondamentali ma eccellente nello sfondamento. E’ cresciuto nel Modena quando declinava il fratello, prolifico bomber di provincia, e sembrava avviato subito ad una grande carriera: ingaggiato dall’Inter, chiuso da Lorenzi, dopo tre stagioni si ritrovò a ricominciare da capo nella Triestina, sempre in A, dove tuttavia le sue polveri parvero ormai bagnate. Lo volle con sé Nereo Rocco per il suo Padova, che riciclava gli scarti altrui e con la coppia Hamrin-Brighenti portò i biancoscudati e il “catenaccio” al terzo posto.

Passato alla Sampdoria in questa stagione, Brighenti ha segnato 27 reti in 33 partite.

Tornerà al Modena nel 1963 e chiuderà nel Torino, nel 1964-65, con un totale di 134 reti in 309 gare in serie A.

Lamberto Boranga...


..e un calcio che non c’è più

Recentemente sono stati pubblicati alcuni libri molto interessanti aventi il calcio come oggetto. Non parliamo delle stucchevoli e edulcorate biografie di notissimi campioni o delle celebrazioni di squadre arcinote a tutti, ma di alcuni testi che guardano al mondo del pallone da un’ottica diversa, disincantata, di chi ama questo sport, nonostante tutto, e che prova ad offrire ancora oggi delle pagine vive e dei ricordi indelebili, quel "calcio che non c’è più" come lo definisce Ferdinando.

Citiamo alcuni titoli letti di recente:

"Le reti di Wembley. Viaggio nostalgico nella Londra del calcio" di Roberto Gotta (Libri di Sport Edizioni), un testo imperdibile per tutti gli amanti del calcio, quello inglese in particolare. Una sorta di giusto completamento a "Febbre a 90°" scritto da Nick Hornby e recensito su queste pagine appena pubblicato, a tempo di record, credo nel 1997 o 98. Questa volta è un tifoso italiano, malato di calcio inglese (ne conosco diversi!) che ci consegna una passeggiata per gli stadi di Londra, alla ricerca di aneddoti, ricordi, piccole storie, sensazioni, il tutto in rigoroso disordine, come se si fosse a tavola con amici appassionati di calcio inglese e sorgessero in continuazione curiosità e domande senza regola e senza criterio.
Da Wembley e le sue reti accoglienti ad Underhill, dalle maglie del West Ham al Subbuteo, da Willie Young ad un passato che nel ricordo viene visto sempre migliore e più romantico di quanto non fosse, ma che ha il merito di essere, perlomeno, lontano dall'apparente caos e dalla mercificazione di oggi.

"Il terzo incomodo" dell’ex calciatore Ferruccio Mazzola, fratello del celeberrimo Sandrino: ricordi familiari scomodi e poco lusinghieri soprattutto nei confronti del mitico papà ed una spietata analisi di un ambiente in cui doping e partite combinate gettano pesanti ombre anche su periodi da noi più lontani, come gli anni ’60. Un testo che avvalora le tesi sostenute da Carlo Petrini con il suo più datato "Nel fango del dio pallone" (Edizioni Kaos) e nei successivi capitoli pubblicati negli ultimi anni.

Ecco, questa è la tipologia di libri sul pallone che tutti gli appassionati di calcio come noi amano leggere e si sentono di consigliare. Ma è tempo di passare la parola a Ferdinando!

Un libro che riconcilia con il calcio.

Una frase forse abusata, ma che calza a pennello con "Il cappotto spagnolo" (Limina Editore, 2005), il libro di Andrea Bacci che narra le vicende calcistiche e non di Lamberto Boranga. Anzi, del dottor Lamberto Boranga, uno dei primissimi calciatori che sia giunto alla laurea e che esercita attualmente il mestiere di medico a Perugia.

Specializzato in medicina dello sport, Boranga è da sempre un profondo innamorato del calcio, oltre che essere stato calciatore professionista per tanti anni. Perugia, Fiorentina, Reggiana, Varese, Parma, Cesena sono state alcune delle sue squadre. Ma la passione genuina per lo sport lo ha portato, per esempio, a tornare in campo con il Foligno a 40 anni passati vincendo il campionato di serie D. Non contento ha continuato a giocare sino a 50 anni e oltre in varie squadre dilettanti umbre: Mugnano, Bastardo, Bettona, Tavernelle, sono nomi di paesini che non dicono nulla ai più, ma che per me che ho giocato quattro anni in quelle contrade e in quel calcio durante la mia permanenza perugina, identificano luoghi e personaggi autentici di un "mondo" calcistico che non c’è più nemmeno fra i dilettanti. Pensare che Boranga, ormai affermato medico ed ex calciatore professionista di fama, a più di 50 anni abbia accettato di tornare in campo per puro divertimento e per aiutare degli amici, fa comprendere lo spirito di un uomo decisamente fuori dagli schemi, sia da calciatore che non. Una personalità poliedrica, ragazzino scapestrato, grande portiere, contestatore della prima ora ma anche studente modello laureatosi in medicina a 38 anni mentre ancora giocava nel Parma di un giovane Carlo Ancelotti con un rispettabilissimo 106/110. Per Boranga peraltro questa fu la sua seconda laurea, ottenuta dopo quella in Biologia: un vero record per un calciatore.

L’atmosfera che si respira leggendo la storia della vita di Lamberto Boranga è quella del calcio ruspante, fatto a pane e salame, che anche ai livelli più alti ancora conservava il calore e il fascino di un gioco che aveva per protagonisti uomini animati dalla passione e non solo dai guadagni.

Soprattutto intorno non c’era il clima esasperato che c’è oggi; anche i personaggi errano ancora vicini alla gente, "umani" fra gli umani, non stelle del calcio – system lontane anni luce dalla realtà e dagli stessi tifosi.

Personaggio sanguigno, ma di estrema generosità, Boranga è rimasto famoso oltre che per la sue parate per i tanti aneddoti che ne hanno connotato la carriera.

Ormai nella leggenda del calcio sono entrati alcuni suoi comportamenti: A Cesena si faceva portare una tazzina di caffé dal massaggiatore che beveva a metà secondo tempo accanto alla porta con il gioco in corso.

Giocando nel Cesena di Marchioro sperimentò il training autogeno, usando il classico cappellino da portiere per un richiamo post ipnotico. Insomma una pratica che aiuta la concentrazione e che, nel caso specifico, prevedeva che Boranga si togliesse ad intervalli fissi il cappello, lo buttasse nella porta e poi lo raccogliesse per indossarlo di nuovo.

Nel 2003, a 61 anni, Boranga viene chiamato nella Maifredi Band, la squadra che replica in diretta "i goal" nel programma televisivo "Quelli che il calcio …" e quindi torna in campo spesso per beneficenza.

Da medico Lamberto Boranga si è interessato quasi da subito al fenomeno del doping e si è reso protagonista di una serie di campagne per combatterlo. Ha appoggiato Zeman nelle sue battaglie contro l’uso eccessivo di farmaci e anche di recente è uscito pubblicamente allo scoperto con delle denunce specifiche. Anche ultimamente dalle colonne de "La Stampa" del 23 ottobre scorso Boranga è partito di nuovo all’attacco del fenomeno doping, davvero il suo peggior nemico:

Mondo del calcio in subbuglio per le accuse di Lamberto Boranga che ha sollevato un nuovo polverone sulla questione doping. Per l'ex portiere del Cesena e ora medico sportivo alla Asl di Perugia nel calcio il doping c'è e c'è anche la droga. ''L'uso dell'Epo produrrà conseguenze devastanti. Nel calcio di oggi c'è molta cocaina'' ha detto Boranga in un'intervista al quotidiano 'Avvenire'.

''Dalla fine degli anni '70 al 1985 circa - dice - l'hanno fatta da padrone gli stimolanti, i cortisonici e le anfetamine. Poi da lì a tutti gli anni '90 è stata l'era degli anabolizzanti. Ora il doppio controllo antidoping (sangue-urine) ha quasi fatto sparire gli anabolizzanti e siamo entrati nel tempo dell'Epo.

Le conseguenze di abuso di eritropoietina sulla salute degli atleti si vedranno fra una ventina d'anni ma posso tranquillamente dire già adesso, senza peccare di allarmismo, che saranno devastanti''. Per Boranga, però, ''forse il problema più grave al momento è dato dalla cocaina. Dopo 2 giorni che si è assunta la sostanza, è impossibile che i controlli rilevino tracce. Per riscontrarla si dovrebbe ricorrere all'esame del capello. "Se lo facessero, credo che i positivi sarebbero parecchi''. Parole pesanti come pietre, provenienti da chi ha vissuto in prima persona l’esperienza del calciatore professionista ma che conosce a fondo anche le implicazioni mediche del problema, grazie alle sue lauree in Biologia e Medicina.

La passione nel combattere il doping è la stessa che metteva nell’affrontare bomber come Riva, Boninsegna, Bettega, Chinaglia e, in qualche caso, anche nel rispondere per le rime sul campo. Un esempio ? Eccolo.

Verona – Parma del 16 marzo 1980, con Boranga fra i pali degli emiliani, è lui stesso che racconta:

"Il mio difensore Caneo fece un fallo su Vignola, quello che poi ha giocato nella Juventus e che mise su un teatrino mai visto. L’arbitro espulse del tutto ingiustamente Caneo a causa delle sceneggiate di Vignola. Si riprese il gioco con la punizione per il Verona, io uscii in presa alta e proprio Vignola mi colpì con una gomitata. Mi incazzai come una bestia ! Rinviai la palla, andai da Vignola e lo colpii con un cazzottane. Lui cadde di nuovo a terra, ma stavolta almeno c’era un buon motivo. Se dovesse ricapitare un’occasione simile lo rifarei. Anzi glielo darei più forte! Anche se poi fui espulso".

Firmato Lamberto Boranga, uno che le cose non le manda a dire.


Nella foto I'imperturbabile Boranga beve
il suo caffé durante la partita!!!

Lo strano caso del signor Szolti

In Italia la notizia non ebbe molta eco, smorzata dai tragici fatti di cronaca e dalla pressante attualità del calcio televisivo, ma qualche tempo fa la stampa inglese ha rilanciato, con una certa evidenza, una vecchia storia che regge all'usura del tempo e che, periodicamente, torna ad occupare le prime pagine dei tabloid inglesi da ormai oltre trent'anni: quella di Mister Szolti.

Questa vicenda ha dell'incredibile, questo personaggio galleggia, a mio avviso, a metà fra cronaca e leggenda.
E' una sorta di Yeti, di mostro di Loch Ness, di Araba Fenice del calcio europeo: che sia realmente esistito vi sono pochi dubbi, sono le sue opere che ne destano molti.
Ma chi era, o almeno chi dicono che fosse, questo "signor Szolti" ?
Appena si formula una domanda così precisa, per quanto estremamente semplice, ecco che usciamo dal campo delle certezze.
Di nome si chiamava (o si chiama ancora? non sono riuscito a stabilire neppure se sia ancora vivo…) Deszo.
Da qualche parte ho letto che fosse un ungherese fuggito assieme a molti connazionali famosi dopo i fatti di Budapest, del '56.
Non fu il solo, con lui espatriarono i campioni della Honvéd : Czibor, Kocsis ed il grande Puskas.
Le (relative) certezze finiscono qui.
Se in un qualsiasi motore di ricerca su Internet inserite il suo nome completo, Deszo Szolti, non avrete risposta.
Sembra quindi impossibile che un personaggio così oscuro possa aver riempito, seppur saltuariamente e per brevi, ma intensissimi, periodi, le prime pagine dei principali quotidiani inglesi e suscitato le attenzioni di giornalisti come Brian Glanville.
Invece è così, e d'ora in poi quello che vi posso raccontare è frutto di ricordi e di "sentito dire".
Perché i giornali inglesi si sono occupati nuovamente di costui ? A questa domanda la risposta è facile.
E' una storia (o una leggenda ?) nata negli anni '60, legata alle vittorie di una squadra destinata al mito : l'Inter di Moratti, Herrera ed Italo Allodi, la "Grande Inter".
Ma facciamo un passo indietro.
Abbiamo lasciato il misterioso "signor Szolti" in fuga dall'Ungheria, invasa dai carri armati sovietici, assieme a Puskas.
Il celebre campione magiaro si rifugia nella Spagna franchista, il nostro signor Szolti fa meno strada e, pare, che si fermi nella vicina Vienna.
Andando avanti in questa storia la scelta della capitale austriaca sembrerà inevitabile in una specie di "remake" del "Il terzo uomo", il cult-movie di Orso Welles ambientato nella Vienna del dopoguerra, autentico crocevia del gioco di spie negli anni della guerra fredda.
Il signor Szolti, per misteriosi motivi , assume incarichi (siamo sempre ai "si dice") in seno alla federazione calcistica austriaca.
Di lui si parlerà anni dopo come di un "ex arbitro internazionale" , ma pochi, per non dire nessuno, confermeranno il fatto che lo fosse stato davvero.
Abbiamo detto che assieme a lui erano fuoriusciti dall'Ungheria i vari Puskas, Czibor e Kocsis, andati a fare la fortuna dei grandi club spagnoli: il Real ed il Barcelona.
A posteriori, pare, che anche il signor Szolti, sia pure con altri mezzi, contribuisse anche lui alle fortune del Real Madrid in misura anche maggiore del suo connazionale Puskas.
Connazionale ? Siamo sicuri ? No, neppure di questo, siamo sicuri.
In realtà il signor Szolti pare fosse "apolide", nel senso che, come esule, non possedeva un passaporto, o meglio, secondo altri, non ne aveva solo uno… Nell'Europa di quegli anni, il signor Szolti, non è il solo a vivere questa condizione, al giorno d'oggi praticamente sconosciuta.
Limitandosi all'ambiente calcistico, anche il grande attaccante dell'Inter Stefano (Istvan) Nyers era "apolide", ma mentre "le Grand Stefano", come lo avevano ribattezzato al Racing di Parigi da dove lo "importò" l'Inter, segnava dei gol, l'altro fa in modo che "le cose accadano".
Oggi lo definiremmo "un faccendiere" , all'epoca vive in una sorta di limbo dorato, coperto dagli interessi, molto più limitati di quelli attuali, ma pur sempre cospicui, dei grandi club del calcio internazionale.
E' amico di tutti gli arbitri d'Europa, ha entrature presso le principali federazioni, viaggia al seguito, ora del Real Madrid, ora del Barcelona, alloggia in alberghi di lusso dei quali conosce i direttori.
Durante uno di questi viaggi incontra Angelo Moratti, ambizioso petroliere che da anni sta cercando di portare ad un successo, paragonabile a quello suo personale, la squadra per cui fa il tifo : l'Inter.
E' qui che inizia la storia che gli inglesi raccontano.
Pare che fra i due nasca un rapporto di amicizia, di certo accade che l'Inter, che fino ad allora non ha raccolto nulla, ingaggi un allenatore reputato magico, Helenio Herrera, ed un giovane manager che ha portato il Mantova dalla quarta serie alla Serie A: Italo Allodi.
L'Inter vince il campionato, poi gioca, per la prima volta, la Coppa dei Campioni, il cui prestigio lievita anno dopo anno.
Qui entra in scena il nostro signor Szolti.
Secondo gli inglesi accompagna l'Inter in giro per l'Europa, ufficialmente come una sorta di facoltoso supporter, in realtà come una sorta di eminenza grigia, di "dirigente addetto all'arbitro" come si malignerà già all'epoca.
Infatti si narra che gli stanzini dei direttori di gara di tutta Europa per lui non siano mai chiusi.
Il signor Szolti diventa una sorta del Mackie Messer brechtiano: dove accade qualcosa di poco chiaro, lui c'è.
Vediamo qualche esempio.
Nella semifinale col Borussia Dortmund a Milano, la partita destinata a spalancare all'Inter le porte della sua prima finale di Coppa Campioni, Suarez perde la testa e colpisce un avversario con un calcio al basso ventre.
San Siro trattiene il fiato.
Il fallo sarebbe da espulsione, ma sembra che l'arbitro ammonisca soltanto, lo spagnolo suscitando le ire dei tedeschi.
All'epoca non ci sono ancora i cartellini rossi e gialli da mostrare al giocatore e al pubblico, l'arbitro scrive soltanto il nome sul taccuino, ed alla fine su quel taccuino non figurerà il nome di Luis Suarez che , altrimenti, sarebbe stato comunque squalificato per la finale.
Finale che si disputa nella "sua" Vienna contro il Real Madrid una società che Szolti ha servito in passato e che è maestra a gestire certi rapporti con i direttori di gara.
Szolti, raccontano, fa in modo che quella volta l'arbitro non sia troppo affascinato dall'avversario dell'Inter che trionfa.
Angelo Moratti gli è grato e Deszo Szolti diventa, secondo gli inglesi almeno, una sorta di "factotum" della società nerazzurra.
Scorrazza per l'Europa, organizza le trasferte, sceglie gli alberghi, contatta gli arbitri, secondo qualcuno li sceglie addirittura, ma il suo nome non figura sui libri paga dell'Inter, nè su quelli delle altre aziende di Angelo Moratti.
Vent'anni dopo Allodi risponderà con un sorriso alla domanda di un giornalista che definiva Szolti una sorta di "ministro degli esteri" della Grande Inter.
Pare infatti che offra i suoi servigi anche ad altre squadre : quando il Bologna, impegnato in uno spareggio con l'Anderlecht in Coppa Campioni rifiuta qualche consiglio, perde "alla monetina".
Secondo il giornalista inglese che trent'anni fa lanciò per primo questa storia si trattò di qualcosa più di una coincidenza.
Ma gli inglesi puntano soprattutto il loro indice accusatore su due fatti che li riguardano direttamente.
Maggio 1965, l'Inter affronta nella gara di ritorno delle semifinali di Coppa Campioni il Liverpool che l'ha travolta all'andata per 3-1.
In un San Siro gremito l'Inter fa il miracolo : 3-0, ed una partita che diverrà leggenda.
Una leggenda alla quale, secondo gli inglesi, non è estraneo il nostro "signor Szolti".
Andiamo con ordine : l'Inter va in vantaggio con una punizione di Mario Corso dopo pochissimi minuti Un'esecuzione splendida, ma gli inglesi sostengono che l'arbitro avesse esplicitamente indicato che il tiro era "indiretto" e quindi che il gol non doveva essere convalidato.
Due minuti dopo, Peirò rimetteva la bilancia in equilibrio con un gol storico, ottenuto rubando la palla al portiere inglese che stava per rinviare.
Anche in questo caso l'arbitro decide di convalidare il punto.
La stampa inglese insorge, ma tutto viene abilmente messo a tacere puntando sul fatto che "gli inglesi non sanno perdere" .
Aprile 1973, un'altra squadra italiana ed un'altra squadra inglese si affrontano in una semifinale di Coppa Campioni.
Stavolta sono Juventus e Derby County a sfidarsi.
Nel frattempo sono cambiate molte cose, Szolti e l'Inter si sono lasciati anni prima dopo qualche incomprensione.
Angelo Moratti ha lasciato la presidenza, Helenio Herrera sverna da qualche anno a Roma ed Italo Allodi è approdato alla corte della Juventus.
La gara di Torino lascia strascichi polemici pesantissimi.
Secondo Brian Glanville, prima firma sportiva del Daily Mirror, l'arbitro Schulenburg, tedesco occidentale, viene avvicinato nell'intervallo dal connazionale Helmut Haller, che gioca nelle file bianconere e, nella ripresa, ammonisce Mc Farland e Gemmill , che , già diffidati, non potranno giocare la gara di ritorno.
A fine gara Peter Taylor, vice allenatore inglese, viene addirittura fermato dalla Polizia mentre cerca di assalire l'arbitro, ma, misteriosamente, del fatto sembra non esservi traccia del referto arbitrale.
La gara di Derby promette di essere incandescente, tuttavia, dopo una dura battaglia la Juve strappa lo 0-0 che la qualifica, ma il bello deve ancora venire.
Il giorno dopo la partita, infatti, un articolo di Brian Glanville rivela che l'arbitro della partita di Derby, il portoghese Marques Lobo, avrebbe denunciato all'UEFA di essere stato avvicinato "nei giorni precedenti la gara" da un non meglio precisato "funzionario della Juventus".
Il club italiano smentisce sdegnosamente le accuse, ma quando, in un articolo successivo, viene fatto il nome del personaggio identificato come "funzionario" bianconero si scopre che si tratterebbe ancora di lui, del signor Szolti.
Lo scandalo dilaga.
Il Daily Mirror scatena la sua battaglia contro gli "imbroglioni italiani", la nostra stampa fa quadrato e difende a spada tratta il buon nome del nostro calcio, ma in qualcuno si insinua, profondo, il tarlo del dubbio.
Qualcuno ricorda quel nome, e fra i molti "si dice", vi è anche quello secondo il quale il signor Szolti abbia l'anno prima aiutato, "in nome della vecchia amicizia" , l'Inter ad uscire dal pasticcio della lattina col Borussia, facendo in modo che l'arbitro Dorpmans si ricordasse molte più cose di quelle scritte nel primo rapporto.
L'impressione che resta , dopo un paio di mesi di polemiche infuocate, è che il signor Szolti abbia agito per suo conto.
Tradito dal cambio dei costumi intervenuto nel calcio : mai, infatti, si sarebbe sognato che un arbitro da lui contattato, finisse per denunciare l'accaduto.
In un certo senso è la fine per Deszo Solti e la sua epoca .
Il suo nome è diventato troppo noto , così come le sue gesta, vere o presunte.
Le porte di spogliatoi e tribune d'onore cominciano a chiudersi, qualcuno , magari gli stessi che in prossimità delle grandi sfide di Coppa gli facevano recapitare l'invito "tutto compreso" ad assistervi, gli fa sapere che adesso non è più il caso.
Nel suo mestiere la pubblicità è controproducente e quando il suo nome finisce per mesi sulle prime pagine dei giornali le cose si complicano fino a diventare impossibili.
Si chiude così la carriera clandestina del signor Szolti, una carriera ricca di successo in un campo nel quale dei successi non si può menar vanto, specialmente se se ne vogliono ottenere altri.
Da allora, periodicamente, il suo nome, un nome cui quasi sempre nessuno riesce ad associare un volto, torna sulle prime pagine dei tabloid nell'intento, mal celato, di infangare questo o quel successo del calcio italiano.
Resta il dubbio che quello che si racconta sia vero, d'accordo, ma la storia di questo Mackie Messer del calcio europeo è affascinante e meriterebbe comunque di non essere dimenticata, anche se si trattasse di una leggenda.

lunedì, marzo 06, 2006

La cronaca della vergogna


Pro Patria: I bustocchi schiantano il Genoa

Articolo a cura di Andrea Macchi - C1siamo.net
E' successo. Il Genoa perde l'imbattibilità proprio su uno dei campi più ostici della C1 che rimane inviolato.
Grande clima allo Speroni con circa 3500 spettatori, molti genoani al seguito divisi tra tribuna e settore ospiti.
La Pro Patria deve rinunciare a numerosi uomini tra cui Valtolina e Artico ma recupera capitan Tramezzani a sinistra, posiziona Ticli (oggi straripante) a destra e mette Trezzi a supporto dell'unica punta Temelin.
Vavassori risponde con la migliore formazione possibile schierando contemporaneamente il possente Dante Lopez, lo sgusciante Grabbi e l'imprevedibile Iliev davanti, mentre affida la difesa all'esperienza di Baldini e Stellini, coperti dalla cerniera di centrocampo guidata da uno spento Mamede.
Si parte e si intuisce il clima da grande evento, spalti gremiti, coreografie, cori... una bella domenica di calcio.
Parte bene la Pro Patria con Trezzi che perde l'attimo per servire Temelin e l'azione sfuma.
Il Genoa sembra poter controllare facilmente e al primo errore castiga una incerta retroguardia bustocca: è il 5' quando Citterio perde palla al limite dell'aria, Lopez la cattura e si invola tutto solo di fronte a Capelletti ma viene atterrato dallo stesso Citterio nel cuore dell'area. E' rigore netto. Batte Grabbi e rete.
La Pro Patria, guidata da un grande Tramezzani, non si scompone e inizia a macinare gioco, soprattutto sulla destra dove un grande Ticli mette in difficoltà Moretti.
Al 19' giunge il meritato pareggio: punizione di Tramezzani dalla trequarti diretta sul secondo palo, sul pallone interviene di prepotenza Citterio che, incrociando di testa, batte Gazzoli proteso in tuffo.
Spinta sulle ali dell'entusiasmo alla Pro Patria pare di volare e tre minuti più tardi confeziona il sorpasso dopo una pregevole azione. Imburgia scappa via sulla sinistra e dialoga con Tramezzani che, dopo aver servito Trezzi, subisce una entrata vergognosa di Ambrogioni, l'arbitro lascia proseguire perchè Trezzi ha i piedi caldi e una palla da modellare. Entra in area e punta Baldini, finta e controfinta, pallone liftato alla sinistra di Gazzoli che non può nulla: esplode lo Speroni.
Nell'azione del gol si infortuna momentaneamente Tramezzani, Pro Patria in dieci per pochi minuti ma minuti che bastano al Genoa per trovare il pari: cross dalla sinistra di Iliev che rimane a centro area, il più lesto di tutti è Mamede che, complice una deviazione di Perfetti, fa secco Capelletti: 2-2.
La Pro Patria non ci sta e, recuperato Tramezzani, riprende a tessere una splendida tela che irretisce il Grifone. Ticli salta per l'ennesima volta Moretti e viene steso da Stellini. Punizione dal limite ma defilata, se ne incarica Tramezzani: tiro a girare maligno che si infila alla destra di Gazzoli che nel tuffo disperato di schianta contro il palo ed è costretto ad uscire per un trauma facciale. Entra Barasso.
Sul 3-2 i ritmi rallentano ma al 40' la Pro potrebbe fare poker: incertezza Baldini-Stellini, pallone che capita sui piedi di Temelin che spara a botta sicura, Stellini si immola e salva con il corpo.
Inizio ripresa con i medesimi 22 della prima frazione, si intuisce che sarà il Genoa questa volta a condurre le danze.
Cross di Rossi dalla destra e testa di Iliev da pochi passi che fa tremare lo Speroni.
La Pro agisce di rimessa e sa come far male al vecchio Grifone. Invenzione di Boscolo per Trezzi che brucia Ambrogioni in velocità, cross rasoterra per Temelin che deve solo appoggiare in rete: 4-2 al 60'.
Vavassori gioca le carte De Vezze e Caccia ma senza costrutto, Discepoli toglie invece Trezzi e Tramezzani (stremati) per Dato e Marino.
Il Genoa decide di adottare il calcio più semplice, calcio di pressione per dirla alla Sandreani, lanci lunghi dalle retrovie per mettere in difficoltà i centrali bustocchi: la tattica fallirà grazie alla regia splendida di Citterio e Franchini.
Quando per la Pro Patria sembra fatta arriva un piccolo omaggio arbitrale per il Grifone: Ticli anticipa secco Iliev al limite dell'area ma per l'arbitro è fallo. Punizione pericolosissima battuta da Grabbi che incoccia sulla barriera e batte Capelletti: 4-3 all'89'.
Un minuto più 4 di recupero ancora di passione per i tigrotti, Discepoli inserisce il possente Rosso al posto di un esausto Temelin nel tentativo di tenere il pallone lontano.
Non succederà più niente, triplice fischio e grande festa per una grande Pro Patria.

Una triste notizia è giunta al termine della gara. Si è appreso che lo zio di Stellini, difensore del Genoa, è deceduto nel corso della partita, mentre assisteva alla stessa in tribuna, colpito da infarto.
Da parte mia e di tutta la redazione di C1siamo.net le più sentite condoglianze alla Famiglia Stellini.

Errata Corrige

Il genoa ha perso 4 a 3. Non cambia la sostanza : Preziosi Fabiani e Vavassori vaffanculo. Contestazione !!!

domenica, marzo 05, 2006

Pro Patria 4 Genoa 2

Per stasera non commentiamo l'ennesima vergogna firmata Enrico Preziosi e C.
Mi limito a postare qualcosa tratto dal forum di Grifoni.net..lo zoccolo duro, i fedeli a Preziosi.
Ma questa volta il giocattolo si e' rotto...



silvia59scrivi a silvia59 05/03/2006 - 19:14

Un film già visto.....

Un film già visto, rivisto, replicato troppe volte. Da troppo tempo ogni stagione è la solita sceneggiatura, la stessa trama, cambia qualche attore, cambia la regia ma per il resto è sempre uguale, anzi peggio ora siamo al film dell'horror. Gli spettatori sono sempre gli stessi, pazienti, comprensivi, calorosi pronti a scrosciare applausi. Povero Grifone! Questa è una tragedia, se continuiamo così non si sale in B. Non è per una partita persa, ci mancherebbe, proprio non c'è squadra, non c'è gioco, tutti gli anni si arriva a dicembre e poi il declino fino alla fine del campionato, si ricomincia speranzosi e poi...
Basta ora cominciamo a farci sentire, a protestare!!!!!

Freddie - BresciaRossoBluscrivi a Freddie - BresciaRossoBlu 05/03/2006 - 19:14

TORNATO DA BUSTO

da più di un'ora. Ho sbollito la rabbia. Sarò telegrafico per non annoiarvi.
Difesa improponibile anche in C, hanno perso la testa completamente.
Il resto della squadra è un'accozzaglia di elementi validi senza un minimo gioco. Io non ho visto gli allenamenti di vavassori, ma suppongo che si allenino poco in fase offensiva, perchè questa squadra NON HA GIOCO e non l'ha mai avuto in tutto il campionato. E l'ho sempre ripetuto.
Capitolo arbitro: indecente, ci ha dato il rigore ma chirurgicamente ci ha annientato invertendo falli.
Ultimo appunto: ai tifosi bustocchi. Mi aspettavo che fossero un popolo più civile e intelligente. Per tutta la partita in tribuna ci hanno rotto le palle con insulti grautiti ecc ecc. Pensavo che ci fosse gente civile che vuole vedersi una partita di pallone in allegria e invece ho trovato una massa di frustrati che si sfogano così. Poverini. Se non altro voglio ringraziare tutti i genoani (la maggior parte) che non hanno reagito alle provocazioni per prendendo 4 sberle. Questa è classe. Ciao ragazzi alla prossima.

babi, belina n.245scrivi a babi, belina n.245 05/03/2006 - 19:12

D?accordo con corra

purtroppo questo è il punto più basso di una discesa lenta ma costante sul piano atletico ma specialmente tecnico-tattico, e io che non sono di certo un'intenditrice ma che vedo da anni il Genoa, credo che purtroppo, in questi casi, le colpe ricadano sull'allenatore, grande uomo e professionista serio, importantissimo all'inizio del campionato per come erano messe le cose, ma incapace di dare gioco corale ad una squadra fatta di giocatori ottimi ma che non gioca da squadra.
Mi dispiace ma con lui non riesco a pensare a come possa avvenire un cambiamento di rotta.
Un sostituto che mi piacerebbe sarebbe Somma, se è ancora libero, comunque rispetto quelle che saranno le decisioni del Presidente per cui nutro la massima fiducia.


ReArtùscrivi a ReArtù 05/03/2006 - 19:11

Presidente ascolta:

bisogna fare di tutto per andare in B quest'anno.
Ora siamo pari allo Spezia, con una partita da recuperare fuori casa ma con lo scontro diretto a La Spezia e con l'ultima a Teramo.
Da stasera tutti in ritiro, mi auguro!!!!
in panchina mi piacerebbe vedere Onofri e Torrente. sicuramente infonderebbero ai nostri la grinta che dall'inizio del campionato non hanno mai dimostrato.
grazie di cuore comunque a Vavassori.

BigShowscrivi a BigShow 05/03/2006 - 16:01

Portasfiga eh!

Ok, bene, all'alba del 4-2 voglio darvi retta.
Grande Genoa! Una partita da brividi! I nostri eroi si stanno battendo come dei leoni! La difesa è regolare, ben messa, Stellini e Baldini sciolti, Moretti un furetto e Ambrogioni un siluro, mamede gioca sulla seta, lopez un raffinato, un fine dicitore, e grabbi calibra dei cross al pennello!!!
MA ANDATE A CAGARE!!!!!
Bravi, parlate quando tutto è finito, facile vero!?
Io non sopporto di prendere 4 pere (per il momento) da Ticli temellin e cappelletti!
Dopo quanto suceeso quest'estate ESIGO una squadra incazzata su ogni palla ed un allenatore che ragioni!
E' tutto uguale alla scorsa stagione, ve ne rendete conto?!
Preziosi non deve, però, commettere gli errori dello scorso anno!!!
Non deve, ha il dovere di urlare nelle orecchie prima di tutto all'allenatore, dopo ai giocatori!!!
Altrimenti FUORI!!!!
Ma fuori che non da tutto!!! Non fori perchè un giocatore ha discusso con l'allenatore!!!!
VERGOGNA!!!

ziotuboscrivi a ziotubo 05/03/2006 - 15:57

La misura è colma....

O sbaglio.....
Preziosi dimettiti come Florentino Perez. Se non sei capace di fare tirare fuori i coglioni a questa squadra, vuol dire, mi dispiace, che non ce li ahi manco tu

Roland Deschainscrivi a Roland Deschain 05/03/2006 - 15:56

4-2

non lo ha ancora sctitto nessono?
Vavassori Vattene!!!!!!!!!


Nei prossimi giorni riprendiamo a parlare di Vavassori, Preziosi e il Genoa.
Non siamo mai stati umiliati cosi' in tutta la nostra storia.

Preziosi vattene !

Liga: i risultati della 26.a giornata

Il Barcellona supera il Deportivo La Coruna per 3-2, mentre il Real si impone nel derby di Madrid. A segno Cassano.
Barcellona-DepLa Coruna 3-2

Marcatori: 2° Ronaldinho (Bar); 15° Juanma (Dep); 28° Andrade (Dep); 33° Larsson (Bar); 61° Eto`o (Bar)

Cadiz-Espanyol 2-0

Marcatori: 72° Paz (Cad); 87° Jonathan Sesma (Cad)

Celta-Osasuna 05/03/2006

Getafe-Betis Siviglia 05/03/2006

Malaga-Valencia 05/03/2006

Racing Santander-Maiorca 05/03/2006

Real Madrid-Atletico Madrid 2-1

Marcatori: 4° Cassano (Rea); 27° Kezman (Atl); 40° Baptista (Rea)

Una giornata speciale per Antonio Cassano sabato al `Santiago Bernabeu`: gol e spettacolo rilanciano il barese. L`ex giocatore della Roma, volato al Real Madrid nel mercato di gennaio, e` stato osannato dal pubblico al momento dell`uscita dal campo durante il derby di Liga contro l`Atletico. Per lui una prestazione importante: prima il gol, arrivato al 4` per l`1-0 delle `Merengues`, poi lo zampino sulla seconda rete dei `blancos`, segnata da Baptista al 40` con tocco decisivo del barese. Gli applausi dei tifosi madrileni, e forse una ritrovata speranza in vista dei Mondiali di Germania a giugno. Sembrava che per Cassano le porte della Nazionale del ct Lippi fossero ormai chiuse, invece il barese ha voluto dirlo a chiare lettere: c`e` anche lui per l`Azzurro, non dimentichiamolo.

Altre partite :

Real Sociedad-Saragozza 05/03/2006

Siviglia-Athletic Bilbao 05/03/2006

Villarreal-Alaves 3-2

Marcatori: 10° Aloisi (Ala); 19° Riquelme (Vil); 35° Lucas (Ala); 63° Riquelme (Vil); 82° Franco (Vil)

Classifica

Barcellona 61; Real Madrid 51; Valencia 50; Osasuna 46; Villarreal 42; Celta 42; Siviglia 41; DepLa Coruna 40; Atletico Madrid 38; Saragozza 33; Getafe 31; Racing Santander 28; Espanyol 27; Betis Siviglia 25; Cadiz 25; Maiorca 25; Real Sociedad 25; Athletic Bilbao 23; Alaves 23; Malaga 20

1982: Italia - Germania


Data: 11 luglio 1982
Stadio: Stadio Santiago Bernabeu
Città: Madrid, Spagna
Capacità: 90.000
ITALIA 3:1 GERMANIA DELL'OVEST
[ROSSI Paolo (ITA) 57', TARDELLI Marco (ITA) 69', ALTOBELLI Alessandro (ITA) 81', BREITNER Paul (GER) 83']

Gli italiani trionfano in grande stile

Sotto l'azzurro cielo di Spagna, le due migliori compagini del Mundial '82, Italia e Germania Ovest, si contesero al Santiago Bernabeu quella che per entrambe sarebbe stata la terza Coppa del Mondo della storia. Con un secondo tempo al limite della perfezione gli Azzurri riconquistarono il titolo che mancava dal 1938, mentre ai tedeschi non restò che attendere Italia '90 per realizzare il magico tris.
Entrambe le squadre vantavano una miriade di talenti nelle loro fila: Zoff, Bergomi, Gentile, Tardelli e un certo Paolo Rossi da una parte; Briegel, Breitner, Forster, Littbarski e Rummenigge dall'altra. Novanta entusiasmanti, spettacolari minuti di calcio attendevano gli spettatori e nessuno rimase deluso.

Fin dall'inizio
La Nazionale Azzurra diede il calcio d'inizio e cercò immediatamente di imporre il proprio ritmo alla partita. Ma gli avversari tedeschi, allenati da Jupp Derwall, crearono la prima occasione a soli due minuti dall'avvio: Littbarski irruppe sulla sinistra e indirizzò un passaggio diagonale a Klaus Fischer, il quale ripassò a Littbarski. L'ala soprannominata 'Litti' tirò in porta, ma il leggendario Dino Zoff bloccò la sfera senza grandi difficoltà.

Pochi minuti dopo fu il capitano tedesco Karl-Heinz Rummenigge a farsi vivo nel cuore del match, si liberò di Bergomi e Cabrini nell'area di rigore e, con una sorta di rovesciata tentò di mettere in rete, ma la palla uscì di poco.

Al 5' la panchina italiana balzò in piedi dopo uno scontro a centrocampo tra Wolfgang Dremmler e Francesco Graziani. Graziani cadde a terra dopo una vigorosa spallata da parte del robusto tedesco ed ebbe la sfortuna di atterrare sulla spalla destra. L'arbitro brasiliano Arnaldo Coelho fece segno di non interrompere il gioco e la Germania Ovest imbastì un'azione di affondo sulla sinistra, mentre l'attaccante italiano era ancora prono sulla linea di centrocampo, in una maschera di dolore.

Alla fine Graziani riuscì a rialzarsi in piedi e a proseguire a fatica per un altro paio di minuti, ma era in evidente difficoltà e fu prontamente sostituito da Alessandro Altobelli.

Su un binario morto
Dopo il furioso avvio il corso della partita si assestò e la Germania tentò l'affondo decisivo penetrando sulla destra un paio di volte. Ma Littbarski e Rummenigge non furono in grado di superare la difesa italiana che schierava il diciottenne Giuseppe Bergomi.

Dopo un quarto d'ora nessuna delle due squadre era stata capace di modificare la situazione di stallo, mentre le formazioni si contrastavano sempre più a centrocampo e non accadeva nulla degno di nota accadeva davanti alle rispettive porte. Al 23' il portiere tedesco Harald 'Toni' Schumacher ebbe un brivido quando Bernd Förster nel tentativo di allontanare la palla, indirizzò sopra la traversa della propria porta, generando un calcio d'angolo. Bruno Conti eseguì una conclusione da manuale, ma la difesa tedesca non si fece sorprendere.

Subito dopo gli italiani sfondarono sulla sinistra: Altobelli crossò in area di rigore verso Conti, marcato strettamente da Briegel. Conti cadde per un'evidente spinta del tedesco e l'arbitro non ebbe esitazioni ad indicare il dischetto. I giocatori tedeschi circondarono Coelho, rivendicando l'innocenza del difensore, ma il rigore era ormai accordato.

Schumacher e Antonio Cabrini si ritrovarono faccia a faccia, ma il portiere tedesco era visibilmente meno nervoso del suo avversario. Cabrini iniziò la rincorsa, tirò e indirizzò la palla a lato. L'Italia aveva perso l'occasione di portarsi in vantaggio.

La prima ammonizione di una partita fino a quel punto altrimenti tranquilla, fu comminata a Bruno Conti al 31', dopo un fallo su Karl-Heinz Förster. L'ammonizione e il rigore mancato furono tra i pochi episodi degni di nota in un primo tempo altrimenti abbastanza deludente.

Entrambe le squadre dovevano mostrare maggiore energia per poter alzare la coppa alla fine della partita. Il fischio finale del primo tempo concesse all'allenatore dell'Italia Enzo Bearzot e alla sua controparte tedesca Jupp Derwall quindici minuti per rimettere a punto le rispettive tattiche per la restante parte della gara.

Prova di forza
Il secondo tempo si aprì con Rummenigge e Kaltz che provavano a rendere dinamica la manovra tedesca cercando la profondità nella metà campo italiana ed aumentando il ritmo offensivo. Il tutto portò soltanto ad un'innocua punizione da venti metri, poi il centrocampo italiano riprese gradualmente il controllo del gioco. Gli uomini di Jupp Derwall tentarono di contrastare la superiorità tecnica degli avversari con la forza fisica, ma gli Azzurri non potevano essere bloccati così facilmente. Partendo dalle retrovie, grazie, in particolare, all'elegante Scirea, le precise trame di gioco italiane concretizzavano sempre più un pericolo crescente per la difesa tedesca.

Al 57', mentre la partita stava prendendo una piega sempre più confusa, Stielike atterrò Conti sulla sinistra. La difesa tedesca non riuscì a respingere in maniera adeguata il seguente calcio di punizione e Conti si impadronì della palla a trenta metri dalla porta.

Karl-Heinz Rummenigge agganciò il fantasista romano da dietro e l'arbitro concesse un altro calcio di punizione. Mentre i tedeschi stavano ancora contestando la decisione, Marco Tardelli battè rapidamente la punizione e trovò Claudio Gentile libero sulla destra. Gentile crossò dal vertice dell'area di rigore e, con Alessandro Altobelli impossibilitato a raggiungere la palla, era arrivato il momento per Paolo Rossi di confermare la reputazione di uno tra i migliori attaccanti italiani di tutti i tempi. Al posto giusto nel momento giusto, Rossi mise la palla in rete portando l'Italia sull'1-0. Ancora una volta i tedeschi si lamentarono, questa volta per un fuorigioco, ma il gol restò valido e l'Italia passò in vantaggio.

I tedeschi si aprono
Ora la Germania era costretta ad attaccare per mantenere viva la possibilità di vincere. Stielike spinse in avanti la squadra, unendosi sempre più spesso alle azioni di attacco dei compagni. Ma anche se Fischer, Rummenigge e Littbarski cercavano di creare spazi intorno all'area italiana, la difesa resse bene e riuscì a vanificare i tentativi dei tedeschi.

Jupp Derwall doveva reagire e lo fece al 62', inserendo un altro attaccante, Horst Hrubesch: in tal modo aggiungeva peso e capacità alla possibilità di segnare il pareggio. Hrubesch si ritrovò nel cuore dell'azione soltanto pochissimi minuti dopo, quando Manfred Kaltz, suo compagno di squadra nell'Amburgo, eseguì uno dei suoi famosi cross ad uscire. Il monumentale centravanti si erse di fronte a Zoff, ma non fu in grado di indirizzare la sfera.

Il ritmo di gioco era aumentato dopo il goal di Rossi. Al 69' Gaetano Scirea impostò un'altra azione dall'interno della propria metà campo. A metà strada si spostò a destra, dove Altobelli si unì a lui nella corsa e, avanzando fino al limite dell'area di rigore, riuscì ad ingannare Briegel con una precisa giravolta del corpo. Quindi Rossi raccolse la palla e, dopo avere guardato a destra, indirizzò un cross basso verso lo stesso Scirea che si stava avvicinando. Il libero azzurro decise di non tirare, preferendo restituire la palla a Rossi che era penetrato indisturbato all'interno dell'area di rigore tedesca. Rossi fece un passaggio corto che venne raccolto ancora una volta da Scirea, consentendo a Marco Tardelli di arrivare in posizione centrale ad una quindicina di metri dalla porta. Mentre cadeva, Tardelli riuscì a infilare la palla nell'angolo alla sua destra prendendo in contropiede Toni Schumacher e raddoppiando in quel modo il vantaggio dell'Italia.

Nella tribuna delle autorità, persino il Capo di Stato italiano, Sandro Pertini (seduto accanto a Re Juan Carlos di Spagna), saltò in piedi esultando. Il secondo gol sembrava chiudere la partita.

L'Italia fa sua la sfida
Con soli venti minuti da giocare, ora la Germania doveva segnare due volte per andare ai tempi supplementari. Derwall fece un'altra sostituzione, mettendo al posto dell'esausto capitano Rummenigge il riposato Hansi Müller per un ultimo, disperato, tentativo di ribaltare le sorti dell'incontro. Il gioco divenne scorretto e Stielike fu fortunato a cavarsela soltanto con un cartellino giallo dopo aver spintonato l'arbitro al 73'.

La Germania aveva bisogno di un gol per tornare in partita, ma le azioni di attacco tedesche stavano diventando sempre più disperate e disorganizzate. I cross alti nell'area di rigore e i lanci lunghi spediti in avanti senza idee non furono sufficienti a riportare in gioco i due volte Campioni del Mondo in quella circostanza.

Quindi, all'81', l'Italia cancellò ogni dubbio sull'esito del match. Bruno Conti partì dalla propria metà campo in direzione della porta tedesca. Con la difesa sbilanciata in avanti, Conti ebbe tutto il tempo possibile a disposizione per scegliere Alessandro Altobelli che era riuscito a liberarsi dal suo marcatore all'altezza del dischetto del rigore. Schumacher uscì dai pali, ma Altobelli trovò il varco giusto, segnando per la terza volta a favore degli uomini di Bearzot. La partita era praticamente terminata, con l'Italia a nove minuti dalla conquista della sua terza Coppa del Mondo FIFA.

Il punteggio finale fu di 3-1, con un goal di consolazione per la Germania Ovest segnato da Paul Breitner a sette minuti dalla fine. La reazione di Breitner dopo il gol la disse lunga sull'umore nella metà campo tedesca: nessuna celebrazione e neanche un sorriso, soltanto lo sguardo rassegnato di un uomo che sapeva che la sua squadra non aveva mai avuto la minima possibilità di minacciare la supremazia degli avversari.

Forse la straordinaria semifinale contro la Francia era costata troppe energie alla nazionale tedesca. O forse quella sera l'Italia era semplicemente troppo forte. Una cosa era certa: la squadra tecnicamente più dotata dell'Europa meridionale divenne meritatamente Campione del Mondo di Spagna 1982.

da fifaworldcup.com

Eurosport - Valeria Manzo


Giornata ricca di sfide importanti la 31a del campionato cadetto.

In apertura la gara dell'Azzurri d'Italia dove l'Atalanta ha battuto di misura il Bari di Carboni, grazie al calcio di rigore trasformato da Ventola al 38'. I padroni di casa, scesi in campo con la voglia di riscattare il brutto ko subito nella partita d'andata, soffrono e non poco contro i pugliesi ben messi in campo. Ma al termine dei 90 minuti archiviano un successo importante che regala loro la vetta della classifica, almeno per le prossime 24 ore. Il posticipo di lunedì sera infatti vedrà il Catania capolista impegnato in casa con il Mantova con i siciliani desiderosi di non concedere terreno ai bergamaschi.

Tre le formazioni in lotta per la zona play off: Cesena, Torino e Brescia. Quest'ultima ha la meglio sulle sorellastre. La squadra di Maran, reduce dalla sconfitta di Trieste, si rialza grazie alla tripletta rifilata al Pescara. Del Nero, Mannini e Bruno le firme della vittoria importante che regala alle rondinelle il 5° posto a 7 lunghezze dalla vetta. Brutto colpo per gli abruzzesi che restano fermi a quota 42 punti. Bloccate entrambe da un pareggio il Toro di De Biasi e il Cesena di Castori.

I piemontesi passano in vantaggio al 10' grazie alla rete di Rosina che, servito da Fantini, scatta sulla linea del fuorigioco e beffa Paoloni con il 7° sigillo stagionale. Ma nella ripresa dopo quasi 400 minuti gli ospiti ritrovano il gol grazie al bel destro di Russo sull'angolo dove Taibi non può nulla. Brutto stop per la squadra di De Biasi che nel 2006 ha ottenuto una sola vittoria. Per i ragazzi di Caso invece sosta forzata al quart'ultimo posto in classifica.

A due lunghezze da questa arriva la Cremonese che grazie al successo di misura sul Rimini di Acori conquista tre punti importanti in chiave salvezza. Apre le marcature Rossi che su traversone di Amore stacca più in alto di tutti e trova l'incornata vincente. Allo scadere del primo tempo lo stesso Rossi serve bene Dedic che insacca la palla del 2-0. Unico avvisaglio della squadra di Acori arriva nei minuti finali con Di Loreto che accorcia le distanze con un tiro di destro. Ma la gioia dura poco: appena due minuti più tardi infatti l'arbitro Peschern fischia la fine della partita che per i padroni di casa significa continuare a lottare per rimanere nella cadetteria.

Col medesimo risultato si chiude il derby tra Crotone e Catanzaro. Successo confortante per i padroni di casa che ottengono un balzo in avanti importante che li porta a due punti dall'Arezzo, in piena zona play off. La squadra ospite passa in vantaggio al 10' con un gran pallonetto di Corona che scavalca il portiere Soviero. I padroni di casa reagiscono e prima riportano l'equilibrio con la giocata vincente di Sedivec al 23', poi rovesciano il risultato con Pelle batte Belardi con un gran colpo di testa. Nulla da fare per il Catanzaro che al fischio finale si ritrova fanalino di coda della classifica.

2-1 anche per l'Avellino che ha trovato un successo importante ai danni dell'Albinoleffe, suo diretto inseguitore. Al Partenio la formazione di Colomba ottiene una nuova vittoria che rappresenta la conferma del buon momento della squadra e l'allontanamento dalla zona retrocessione… zona nota invece ai bergamaschi di Mondonico che vanno a fare compagnia al Catanzaro in coda lla classifica.

Torna a vincere il Vicenza che davanti al pubblico amico batte il Bologna per 2-0. A segno rispettivamente Sgrigna e Vitello. I biancorossi riscattano così lo scivolone di settimana scorsa con il Catania e staccano sul Bari di 4 lunghezze. Continua invece il momento “No” per la formazione di Mandorlini che non riesce a fare punti in trasferta dal lontano 21 Gennaio e si ritrova ferma a 39 punti, in una posizione totalmente differente da quella auspicata a inizio stagione.

giovedì, marzo 02, 2006

Firenze - Teste Calde 4-1



Il 4-1 con cui l'Italia ha steso ieri la Germania non è certo la nota più esaltante della bella serata vissuta allo stadio Artemio Franchi di Firenze.
Definire la partita di ieri "bruttina" è già un complimento, data la pochezza dei teutonici che si sono trovati di fronte un undici azzurro ottimamente disposto in campo e stranamente più motivato del solito. Forse a questo ha contribuito il blasone dell'avversario.
La vera vittoria è arrivata invece dal comportamento dei fiorentini tutti e in particolar modo di coloro che occupavano la curva Fiesole, il settore storico degli ultras viola.
La spaccatura che da tempo si è creata tra la tifoseria fiorentina e i maggiori organi calcistici nazionali hanno fatto temere fino all'ultimo minuto proteste, fischi ai giocatori della nazionale e perfino tafferugli, così come aveva minacciato la frangia più estrema dei tifosi della Fiorentina. Ma non v'è stato niente di tutto ciò. Già da settimane Firenze si preparava a ricevere la nazionale e da parte della presidenza viola, delle maggiori radio locali è stato reiteratamente chiesto un comportamento e, al limite, una protesta civili: "chi non vuole che la nazionale giochi a Firenze, esprima la propria protesta non venendo allo stadio" era stato più volte ripetuto dai maggiori rappresentanti della Fiorentina, Giancarlo Antognoni in testa, un vero guru qui in città.
E così è stato: chi proprio non è riuscito a mandare giù la presenza degli azzurri sulle sponde dell'Arno, se n'è rimasto a casa. C'era chi ipotizzava uno stadio semideserto, ma così non è stato. Le tribune erano colme, così come pure le curve, tutti pronti ad applaudire non solo Toni (il beniamino locale) ma tutti i giocatori azzurri, compresi gli odiatissimi juventini.
Così l'unica bordata di fischi di semplice sfottò se la sono beccata i tifosi tedeschi quando non hanno partecipato alla ola. Insomma, ha vinto il calcio.
E' stata una festa, così come dovrebbe sempre essere l'andare allo stadio. La grandissima presenza di bambini accompaganti dai propri genitori ha contribuito ad affermare quest'aria festosa.
Di tutto ciò ne ha guadagnato l'immagine di Firenze, l'immagine della Fiorentina e l'immagine della tifoseria viola, da sempre considerata una delle più calde d'Italia.
Questa è la dimostrazione che le società calcistiche posseggono un certo controllo sulle proprie tifoserie e che, quando vogliono, riescono ad ottenere comportamenti irreprensibili e far si che le teste calde che spesso sciupano le nostre amate domeniche a suon di gol, restino in disparte.
Uno striscione in curva Fiesole citava così:
"Arte, cultura, sport e ospitalità: questa è Firenze"
Bisogna dare atto che ieri è stato proprio così e il 4-1 finale non è stato che l'ottimo condimento ad una piacevole serata.

Bat

(In foto la tribuna dello stadio Artemio Franchi di Firenze)

mercoledì, marzo 01, 2006

Sunday Oliseh


Nato il 14 settembre 1974, centrocampista, NIGERIA.

A soli 31 anni, Sunday Oliseh ha deciso di abbandonare l'attività agonistica. Il nigeriano, ex centrocampista di Reggiana e Juventus, ha subito nel corso della carriera numerosi infortuni che ne hanno minato l'integrità fisica in questi ultimi anni. In questa stagione Oliseh era tesserato con il Genk, squadra con cui ha raggiunto un accordo per una rescissione consensuale. Laconico il commento del giocatore all'addio al calcio giocato. "Voglio cominciare un nuova vita"

Quando giocava in Belgio, nel Liegi, era un giovane lungagnone promettente.Arrivato in Italia, non sembrava neppure all'altezza di giocare nella modesta Reggiana,
E' il primo africano a vestire la casacca della Giuve, arriva giovanissimo dalla Reggiana (anche se l'età e sospetta..),
Oliseh ha giocato con la Juve una sola stagione, quella del 1999-2000, conclusa con la disgraziata partita di Perugia e lo scudetto vinto dalla Lazio all'ultima giornata proprio a spese della Juve. Ho detto che Oliseh ha giocato, ma si tratta di un eufemismo: il nigeriano collezionò 8 presenze in campionato, di cui soltanto una per l'intera partita. Nella maggior parte dei casi è stato sostituito oppure è entrato a partita già iniziata e, in un paio d'occasioni, è entrato addirittura per disputare gli spiccioli finali di partita, come si fa spesso per perdere un po' di tempo prezioso. In un caso (nel derby col Torino del 19 marzo 2000) è entrato addirittura al 48° del secondo tempo. Eppure si trattava di un calciatore maturo, di 25 anni, già alla ribalta da quando, diciottenne, approdò al campionato italiano nella Reggiana. Aveva poi fatto una grande esperienza, diventando uno dei più apprezzati centrocampisti del mondo nell'Ajax. Nella Juve fu un completo fallimento. Ebbe l'unico momento di gloria al primo turno di Coppa UEFA (che la Juve aveva conquistato passando per l'Intertoto), segnando il gol del momentaneo 0 a 1 a Sofia contro il Levski, con la Juve in dieci per l'espulsione di Bachini (doppia ammonizione al 15° del primo tempo!). Per la cronaca, quella partita finì 1 a 3 per i bianconeri. Per la statistica, Oliseh disputò, a pezzi e bocconi, 19 gare tra coppe e campionato. In quella stagione la Juve arrivò seconda in campionato, perdendo lo scudetto nella maniera che tutti si ricordano, fu eliminata in Coppa Uefa dal Celta Vigo (4 a 0 per i galiziani al ritorno, con la Juve in nove - espulsioni di Conte e Montero - già nel primo tempo) e fu eliminata ancora dalla Lazio in Coppa Italia.

Oliseh invece prese la strada della Germania, per giocare nel Borussia Dortmund. I gialloneri l'o diedero pero' in prestito al Bochum ,squadra che comunque lo licenzio' , dopo che, durante la partita contro l'Hansa Rostock, venuto a diverbio con il compagno di squadra Vahid Hashemian, gli spacco' il setto nasale con una testata. Dalla germania al genk e poi..click. Fine.

Giudizio Fondazione Bonarda..da qui a essere il nuovo Frankie Rjkaard ce ne passa.
Ciao Oliseh..stammi bene. Lasci alcuni bei ricordi a proposito di mondiali. Mentre per
quanto riguarda la seria A, non ci siamo persi niente. Bye bye.

Michael Ballack


Data e luogo di nascita: 26-9-1976, Görlitz
Statura e peso: 1.89 x 80 kg
Ruolo: centrocampista
Club: BSG Motor, Karl-Marx-Stadt (-1995), Chemnitzer (1995-97), Kaiserslautern (1997-99), Bayer Leverkusen (1999-2002), Bayern Monaco (2002-)
Presenze in Nazionale A: 33 (12)
Esordio in Nazionale A: 28-4-1999, Germania-Scozia 0-1
Primo gol in Nazionale A: 28-3-2001, Grecia-Germania 2-4
Palmarès: 2 Bundesliga (1998, 2003), 1 Coppa di Germania (2003), 1 volta Calciatore tedesco dell'anno (2001), 1 volta Centrocampista dell'anno UEFA (2002)

Diventerà mai grande?
La sua carriera inizia nella Repubblica Democratica di Germania dove la vita era un po' diversa da come è oggi. Approda alla grande platea nel 1997, firmando per il Kaiserslautern. Ma fa spesso in panchina e dopo due mediocri stagioni, nonostante il titolo del '98, lascia la Ruhr. Esplode al Bayer Leverkusen di Klaus Toppmöller, ribattezzato Flopmöller perché in una settimana perde Bundesliga, Coppa nazionale e Champions League. Dopo tre stagione con i "farmacisti", passa al Bayern Monaco (campionato e coppa al primo anno in Baviera).

Al mondiale del 2002, assieme al portiere Oliver Kahn è il protagonista della sorprendente cavalcata che porta la Germania in finale, che salta per somma di cartellini gialli. Ma nella semifinale con la Corea del Sud il suo fallo salvò i tedeschi da un gol quasi fatto e un minuto dopo, sul ribaltamento di fronte, segnò l'1-0 che li portò a Yokohama. Fisico imponente e piedi buoni, è uno dei pochi giocatori tedeschi di livello internazionale. Ma tende troppo a nascondersi nei momenti-clou e forse è un filo sopravvalutato.

Qualcuno lo ha frettolosamente paragonato a Matthaus: non scherziamo. Ballack è un'ottima mezzapunta dotata di resistenza, potenza e buon fiuto del gol. Ha ampi margini di miglioramento, ma Lothar era un'altra cosa se non altro come personalità e impatto sulla partita. A tal proposito, ha detto la sua Franz Beckenbauer, presidente del Bayern e monumento del calcio teutonico. Leader già dalla culla, Der Kaiser ha rimproverato al talentino una scarsa dedizione alla causa. Funzionerà?

Per l'amico Backtopast


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Dunga


Il ricordo di Carlos Caetano Bledorn Verri detto Dunga rimarrà sempre quello di un giocatore mai domo, alla continua ricerca della perfezione delle prestazioni sue proprie e dei compagni. Quello di un duro e puro in campo, di un uomo con una faccia sola. Nato in Brasile a Ijui (Rio Grande do Sul) il 31 ottobre 1963 crebbe calcisticamente nell'Internacional de Porto Alegre (alle cure dell'allenatore delle giovanili Emidio Perondi) nella quale dopo il provino, appena quindicenne, si ritrovo addosso il soprannome di Dunga il corrispondente in lingua portoghese dell'italiano Cucciolo. Il Cucciolo della favola di Biancaneve e i Sette Nani. L'atteggiamento timido e il fisico non ancora maturo furono sufficienti ad incollargli sulla pelle questo nome affettuoso con cui verrà ricordato per tutta la carriera. Nel 1980 entrò nel giro della prima squadra, pur rimanendo un riferimento delle giovanili con le quali vinse due campionati juniores. Nonostante l'imponente massa muscolare da podista inesauribile, Dunga iniziò il suo tragitto professionale come rifinitore del gioco d'attacco col vizio del gol. Intuite le sue potenzialità come regista arretrato a copertura della difesa, venne spostato sulla linea mediana dove si confermò uno dei centrocampisti emergenti della metà degli anni '80. Tra il 1985 e il 1987 passò al Corinthians, poi al Santos e infine al Vasco da Gama.
Il 22 luglio 1987 mise piede in Italia quale nuovo acquisto del Pisa di Romeo Anconetani, talent scout e presidente vulcanico della società all'ombra della Torre pendente. I tifosi della squadra nerazzurra rimasero in estasi per l'arrivo della prima grande stella del club e invasero in massa l'entrata del locale aeroporto. In realtà i bene informati parlarono della presenza della Fiorentina dietro tutta l'operazione. E infatti fin dai primi mesi del 1988 si rincorsero voci di corridoio che affermarono di un imminente trasferimento di Dunga dal Pisa alla Fiorentina per l'estate ventura. Nonostante il giocatore assicurasse che l'opzione dei viola sul suo cartellino fosse scaduta, in estate Dunga cambiò maglia e giunse a Firenze dopo avere salvato il Pisa dalla retrocessione. La prima stagione del brasiliano a Firenze fu quindi quella del 1988-89. Quella Fiorentina fu una squadra giovane e interessante: Landucci, Battistini, Carobbi, Hysen e Celeste Pin in difesa; Dunga, l'esuberante Mattei e il povero Enrico Cucchi a centrocampo, con Alberto Di Chiara ala tornante; Baggio e Borgonovo in attacco, una coppia ribattezzata B2. La squadra ebbe vari acuti (memorabile la vittoria di Firenze contro la capolista Inter il 12 febbraio 1989 che corrispose alla prima sconfitta stagionale dei milanesi, grazie al celebre gol di rapina di Borgonovo), ma anche molta incostanza. Dunga si lamentò con l'allenatore Eriksson della posizione ricoperta in campo e del suo desiderio di divenire un giocatore di impostazione e non solo di rottura. Però al mister svedese il 'Cucciolo' andava bene così come giocava. Ma a lui non troppo: e in campo alcuni battibecchi con Carobbi, Hysen e Bosco passarono agli annali. La squadra viola ottenne poi la qualificazione UEFA nello spareggio a Perugia contro la Roma per 1-0, con gol dell'ex Pruzzo, il Re di Crocefieschi.
Dopo una grande stagione da un punto di vista del rendimento, le prime sirene di una probabile partenza del leone di centrocampo Dunga cominciarono a farsi sentire. La Juventus premette per strappare alla Fiorentina Dunga e Baggio.
Nel 1989 il brasiliano vinse la Coppa America con il Brasile di Lazaroni. La susseguente stagione 1989-90 fu tormentata dalle stesse voci di una sua probabile partenza e dalle tensioni di spogliatoio con il nuovo tecnico Giorgi il quale riteneva che Dunga potesse dare di più, anche se il sudamericano avrebbe preteso di giocare in una squadra di undici combattenti e non in una in cui le vittorie venivano divise tra tutti e le sconfitte invece imputate sempre ai soliti noti. Nel 1990 egli giocò il mondiale col Brasile ma deluse come tutta la squadra, caduta sotto la mannaia argentina di Caniggia a Torino. Poi confermò il rapporto con la Fiorentina del nuovo patròn Mario Cecchi Gori che lo impose come il leader della squadra aumentandogli l'ingaggio netto da 220 milioni annui a 3,6 miliardi di lire. Sembrò chiaramente un passaggio di proprietà molto positivo: dalla gestione dedita alla vendita dei pezzi migliori dei Pontello a quella miliardaria dello star system del produttore cinematografico. Ma la prima Fiorentina dei Cecchi Gori non mantenne le attese e dopo l'ennesima stagione deludente nel 1992 lo stesso Dunga venne messo in discussione. Vittorio Cecchi Gori, figlio di Mario, che prese in mano le redini della società, si era stancato del gioco ritenuto poco brioso di Dunga e lo accantonò garbatamente, preferendogli Effenberg e Brian Laudrup, illuminati interpreti dell'Europeo svedese del 1992. Il terzo straniero fu Diego La Torre. Per Dunga non ci fu quindi più posto. Il brasiliano lamentò il fatto che la società pretendesse da lui non solo di giocare a pallone, ma anche di riferire i malumori e le tensioni dello spogliatoio. Dunga si rifiutò di fare la spia, venne deferito dalla società alla disciplinare, multato e, grazie al procuratore Caliendo, piazzato al Pescara di Galeone nel 1992-93 dove racimolò 23 presenze e una retrocessione inevitabile. Ma non vi furono né vincitori né vinti perché la stessa squadra gigliata cadde clamorosamente in serie B con gli abruzzesi. Il rapporto con Firenze finì quindi malamente, ma il valore del giocatore, enormemente sottovalutato, si manifestò fortemente negli anni successivi. Dopo una stagione allo Stoccarda nel 1993-94 riconquistò la maglia 'auriverde' e giocò uno straordinario mondiale statunitense laureandosi campione del mondo da capitano, calciando il quarto rigore giallo-oro nella finale di Pasadena contro l'Italia. Ebbe quindi l'onore di alzare per primo la Coppa del mondo FIFA assicurandosi l'immortalità sportiva. Dopo la vittoria iridata venne accantonato dalla nazionale e iniziò un'entusiasmante esperienza nel paese del sol levante, il Giappone, al Jubilo Iwata, dove nel 1997 vinse il titolo nazionale e fu nominato miglior giocatore del torneo. I giapponesi lo considerarono un vero e proprio eroe del pallone.
La debolezza difensiva brasiliana richiese il suo ritornò in nazionale e fu ancora vittoria in Coppa America nel 1997. Nel 1998 poi il suo Brasile si piegò ai francesi in finale di coppa del mondo a Parigi. Nel 1999 realizzò il sogno di chiudere la carriera nella squadra da cui partì la sua avventura calcistica: l'Internacional. In quella stagione le cose si misero male in classifica e Dunga in una storica partita contro il Palmeiras realizzò il gol che evitò la retrocessione in seconda divisione alla sua squadra. L'alto costo del suo stipendio non poté essere sostenuto dalla società che riuscì a rescindere il contratto la stagione successiva pagandogli una buona-uscita di 435.000 real brasiliani. Dunga, deluso per il modo in cui fu accantonato, donò l'intera somma a varie istituzioni di beneficenza. E proprio i progetti di beneficenza lo interessarono particolarmente tramite un'opera di finanziamento e di pubblicità a favore delle frange più povere del popolo brasiliano. Divenne consulente tecnico del Jubilo Iwata e di tanto in tanto commentatore televisivo di calcio. Nel suo paese l'epopea degli anni '90, col ritorno alle vittorie in sequela della nazionale brasiliana, venne definita 'Era Dunga' a dimostrazione del riconoscimento del valore e del carattere dell'uomo. Semplicemente un grande campione.