mercoledì, marzo 01, 2006

Dunga


Il ricordo di Carlos Caetano Bledorn Verri detto Dunga rimarrà sempre quello di un giocatore mai domo, alla continua ricerca della perfezione delle prestazioni sue proprie e dei compagni. Quello di un duro e puro in campo, di un uomo con una faccia sola. Nato in Brasile a Ijui (Rio Grande do Sul) il 31 ottobre 1963 crebbe calcisticamente nell'Internacional de Porto Alegre (alle cure dell'allenatore delle giovanili Emidio Perondi) nella quale dopo il provino, appena quindicenne, si ritrovo addosso il soprannome di Dunga il corrispondente in lingua portoghese dell'italiano Cucciolo. Il Cucciolo della favola di Biancaneve e i Sette Nani. L'atteggiamento timido e il fisico non ancora maturo furono sufficienti ad incollargli sulla pelle questo nome affettuoso con cui verrà ricordato per tutta la carriera. Nel 1980 entrò nel giro della prima squadra, pur rimanendo un riferimento delle giovanili con le quali vinse due campionati juniores. Nonostante l'imponente massa muscolare da podista inesauribile, Dunga iniziò il suo tragitto professionale come rifinitore del gioco d'attacco col vizio del gol. Intuite le sue potenzialità come regista arretrato a copertura della difesa, venne spostato sulla linea mediana dove si confermò uno dei centrocampisti emergenti della metà degli anni '80. Tra il 1985 e il 1987 passò al Corinthians, poi al Santos e infine al Vasco da Gama.
Il 22 luglio 1987 mise piede in Italia quale nuovo acquisto del Pisa di Romeo Anconetani, talent scout e presidente vulcanico della società all'ombra della Torre pendente. I tifosi della squadra nerazzurra rimasero in estasi per l'arrivo della prima grande stella del club e invasero in massa l'entrata del locale aeroporto. In realtà i bene informati parlarono della presenza della Fiorentina dietro tutta l'operazione. E infatti fin dai primi mesi del 1988 si rincorsero voci di corridoio che affermarono di un imminente trasferimento di Dunga dal Pisa alla Fiorentina per l'estate ventura. Nonostante il giocatore assicurasse che l'opzione dei viola sul suo cartellino fosse scaduta, in estate Dunga cambiò maglia e giunse a Firenze dopo avere salvato il Pisa dalla retrocessione. La prima stagione del brasiliano a Firenze fu quindi quella del 1988-89. Quella Fiorentina fu una squadra giovane e interessante: Landucci, Battistini, Carobbi, Hysen e Celeste Pin in difesa; Dunga, l'esuberante Mattei e il povero Enrico Cucchi a centrocampo, con Alberto Di Chiara ala tornante; Baggio e Borgonovo in attacco, una coppia ribattezzata B2. La squadra ebbe vari acuti (memorabile la vittoria di Firenze contro la capolista Inter il 12 febbraio 1989 che corrispose alla prima sconfitta stagionale dei milanesi, grazie al celebre gol di rapina di Borgonovo), ma anche molta incostanza. Dunga si lamentò con l'allenatore Eriksson della posizione ricoperta in campo e del suo desiderio di divenire un giocatore di impostazione e non solo di rottura. Però al mister svedese il 'Cucciolo' andava bene così come giocava. Ma a lui non troppo: e in campo alcuni battibecchi con Carobbi, Hysen e Bosco passarono agli annali. La squadra viola ottenne poi la qualificazione UEFA nello spareggio a Perugia contro la Roma per 1-0, con gol dell'ex Pruzzo, il Re di Crocefieschi.
Dopo una grande stagione da un punto di vista del rendimento, le prime sirene di una probabile partenza del leone di centrocampo Dunga cominciarono a farsi sentire. La Juventus premette per strappare alla Fiorentina Dunga e Baggio.
Nel 1989 il brasiliano vinse la Coppa America con il Brasile di Lazaroni. La susseguente stagione 1989-90 fu tormentata dalle stesse voci di una sua probabile partenza e dalle tensioni di spogliatoio con il nuovo tecnico Giorgi il quale riteneva che Dunga potesse dare di più, anche se il sudamericano avrebbe preteso di giocare in una squadra di undici combattenti e non in una in cui le vittorie venivano divise tra tutti e le sconfitte invece imputate sempre ai soliti noti. Nel 1990 egli giocò il mondiale col Brasile ma deluse come tutta la squadra, caduta sotto la mannaia argentina di Caniggia a Torino. Poi confermò il rapporto con la Fiorentina del nuovo patròn Mario Cecchi Gori che lo impose come il leader della squadra aumentandogli l'ingaggio netto da 220 milioni annui a 3,6 miliardi di lire. Sembrò chiaramente un passaggio di proprietà molto positivo: dalla gestione dedita alla vendita dei pezzi migliori dei Pontello a quella miliardaria dello star system del produttore cinematografico. Ma la prima Fiorentina dei Cecchi Gori non mantenne le attese e dopo l'ennesima stagione deludente nel 1992 lo stesso Dunga venne messo in discussione. Vittorio Cecchi Gori, figlio di Mario, che prese in mano le redini della società, si era stancato del gioco ritenuto poco brioso di Dunga e lo accantonò garbatamente, preferendogli Effenberg e Brian Laudrup, illuminati interpreti dell'Europeo svedese del 1992. Il terzo straniero fu Diego La Torre. Per Dunga non ci fu quindi più posto. Il brasiliano lamentò il fatto che la società pretendesse da lui non solo di giocare a pallone, ma anche di riferire i malumori e le tensioni dello spogliatoio. Dunga si rifiutò di fare la spia, venne deferito dalla società alla disciplinare, multato e, grazie al procuratore Caliendo, piazzato al Pescara di Galeone nel 1992-93 dove racimolò 23 presenze e una retrocessione inevitabile. Ma non vi furono né vincitori né vinti perché la stessa squadra gigliata cadde clamorosamente in serie B con gli abruzzesi. Il rapporto con Firenze finì quindi malamente, ma il valore del giocatore, enormemente sottovalutato, si manifestò fortemente negli anni successivi. Dopo una stagione allo Stoccarda nel 1993-94 riconquistò la maglia 'auriverde' e giocò uno straordinario mondiale statunitense laureandosi campione del mondo da capitano, calciando il quarto rigore giallo-oro nella finale di Pasadena contro l'Italia. Ebbe quindi l'onore di alzare per primo la Coppa del mondo FIFA assicurandosi l'immortalità sportiva. Dopo la vittoria iridata venne accantonato dalla nazionale e iniziò un'entusiasmante esperienza nel paese del sol levante, il Giappone, al Jubilo Iwata, dove nel 1997 vinse il titolo nazionale e fu nominato miglior giocatore del torneo. I giapponesi lo considerarono un vero e proprio eroe del pallone.
La debolezza difensiva brasiliana richiese il suo ritornò in nazionale e fu ancora vittoria in Coppa America nel 1997. Nel 1998 poi il suo Brasile si piegò ai francesi in finale di coppa del mondo a Parigi. Nel 1999 realizzò il sogno di chiudere la carriera nella squadra da cui partì la sua avventura calcistica: l'Internacional. In quella stagione le cose si misero male in classifica e Dunga in una storica partita contro il Palmeiras realizzò il gol che evitò la retrocessione in seconda divisione alla sua squadra. L'alto costo del suo stipendio non poté essere sostenuto dalla società che riuscì a rescindere il contratto la stagione successiva pagandogli una buona-uscita di 435.000 real brasiliani. Dunga, deluso per il modo in cui fu accantonato, donò l'intera somma a varie istituzioni di beneficenza. E proprio i progetti di beneficenza lo interessarono particolarmente tramite un'opera di finanziamento e di pubblicità a favore delle frange più povere del popolo brasiliano. Divenne consulente tecnico del Jubilo Iwata e di tanto in tanto commentatore televisivo di calcio. Nel suo paese l'epopea degli anni '90, col ritorno alle vittorie in sequela della nazionale brasiliana, venne definita 'Era Dunga' a dimostrazione del riconoscimento del valore e del carattere dell'uomo. Semplicemente un grande campione.