mercoledì, marzo 15, 2006

Pedro "Perucho" Petrone


La Fiorentina ha spesso goduto del contributo di grandi centravanti: uno di questi fu sicuramente Pedro "Perucho" Petrone. Era un uruguagio di Montevideo, città dove nacque l' 11 giugno 1905. La sua tecnica era invidiabile e il suo tiro di una potenza spaventosa. Il cervello di centrocampo della celeste Scarone diceva di lui: " Basta lanciare la palla al centro per Perucho. Ed è gol ". Da un punto di vista tattico fu tra i primi attaccanti ad avvalersi delle modifiche della regola del fuorigioco nel 1925, rivoluzionando l' interpretazione del ruolo di centravanti fino a quel tempo concepito. Il suo palmares in nazionale fu invidiabile: campione olimpico con l'Uruguay nel 1924 e nel 1928, campione del mondo nel 1930, competizione che peraltro non giocò da protagonista per un problema di forma fisica che gli fece giocare una bruttissima partita iniziale contro il Perù. Perciò il commissario Suppicci lo tenne fuori squadra per il resto della manifestazione. Lo squadrone celeste di quegli anni era insuperabile e Petrone rappresentò il degno terminale delle azioni dei compagni. A livello di club giocò inizialmente nel Charley per poi passare dopo le Olimpiadi del 1924 al più blasonato Nacional. Nel 1931-32 il nobile presidente viola Ridolfi pensò a lui per creare un attacco esplosivo. In Sud America si raccontavano leggendarie storie sulla potenza del tiro del centrattacco uruguayano, al confine dell'incredibile (portieri svenuti, avversari feriti, reti lacerate dalla forza dei tiri). Quando nell'estate del 1931 arrivò in nave in Italia, la leggenda divenne realtà: si racconta che durante il suo primo allenamento al mitico campo del Giglio Rosso, Petrone scagliò subito la palla in rete con grande violenza. Il pallone sorvolò la traversa e ruppe la vetrata di un caseggiato distante trenta metri dal campo, con lo stupore di tutti i compagni ! La Fiorentina, appena neopromossa, arrivò quarta in campionato proprio grazie ai gol del nuovo bomber: 25 in tutto in quella stagione (al pari del bolognese Schiavio) che gli valsero il titolo di capocannoniere. La consapevolezza della forza del centravanti, determinò un atteggiamento molto permissivo della società nei suoi confronti. L'uruguagio si allenava poco, godeva di privilegi che creavano tensioni nello spogliatoio (licenze varie, ritardi non rimproverati, assenze dagli allenamenti), ma dalla sua aveva la passione della gente che per lui impazziva letteralmente. Probabilmente Petrone fu il primo campionissimo della storia della Fiorentina. Ma questo stato di cose non poteva durare. Nella stagione successiva la formazione di Firenze si piazzò al quinto posto, ma Petrone diede molti fastidi alla squadra. Non si allenava, si era appesantito, e subì le critiche del tecnico Fellsner che lo mise fuori squadra. Ritornò sui suoi passi grazie alla paziente opera diplomatica del vice-presidente Scipione Picchi, dietro la spinta dei tifosi che lo reclamavano di nuovo sul campo di gioco. Ma fu solo un palliativo. Appena ritornato in campo in una famosa partita contro la Triestina in marzo al comunale, l'allenatore Fellsner chiese a Petrone di mutare la sua posizione in campo con l'avanti Prendato. Non fosse mai accaduto ! Partirono insulti indirizzati verso Fellsner e una multa di 2.000 lire dell'epoca che la società comminò al giocatore per le offese da lui dirette all'allenatore. Quella fu l'ultima partita di Petrone nella Fiorentina dove in quell'anno segnò 12 reti su 17 partite. Egli, irato contro dirigenza e staff tecnico, preparò le sue cose e si imbarcò silente verso il paese natio. La Fiorentina lo denunciò alla Federazione Italiana che lo squalificò in modo pesante. Pensando che la sua bravata si fosse conclusa in un fuoco di paglia, Petrone ritornò in Italia, ma scoprì della squalifica e per racimolare qualche denaro lavorò come attrazione presso un teatro di Firenze. Ma ormai i rapporti con il club viola erano compromessi definitivamente. Ritornò in Uruguay al Nacional di Montevideo col quale fece in tempo a vincere il titolo nazionale del 1933, nonostante dovesse rispettare la sanzione disciplinare. Qui venne raggiunto dalla squalifica internazionale che gli stroncò la carriera a 28 anni. Amore e odio. Dopo il calcio visse una vita da divo. Ma povero e malato, scomparve precocemente. Morì in una clinica della capitale Montevideo il 13 dicembre 1964 ad appena cinquantanove anni. Un campione controverso se ne andava.